Lettera aperta al Sindaco di Venezia
Bilancio: affrontare la crisi con democrazia, responsabilità e coesione sociale
Egregio Sindaco,
Con la manovra del Governo Monti, la finanza comunale si troverà di fronte a decisioni difficili e cariche di conseguenze: tagliare ulteriormente i servizi pubblici essenziali oppure uscire dal Patto di stabilità.
Negli ultimi due anni, la discussione e l’approvazione del Bilancio del Comune di Venezia hanno risentito di un clima di emergenza che ha portato a decisioni dell’ultimo minuto per poter “fare cassa“ e per salvare, in qualche modo, il salvabile. Ciò ha portato all’impoverimento del patrimonio pubblico e dei beni comuni; i proventi di queste operazioni sono stati indirizzati alla gestione ordinaria con grave pregiudizio per il futuro della città.
Che cosa ci si può attendere nel 2012? Quali saranno le linee guida che l’Amministrazione comunale intende perseguire quest’anno?
Riteniamo che questo momento difficile possa essere un’opportunità per giungere a scelte migliori, partecipate e non subite, con un guadagno per la crescita della democrazia e della coesione del tessuto sociale. Noi pensiamo che, sulla scorta di tante esperienze anche italiane, sia possibile aprire un percorso di democrazia partecipativa sul bilancio comunale 2012.
Abbiamo davanti un tempo ragionevole per compiere un iter che preveda di:
- informare i cittadini, con un Town Meeting (incontro pubblico aperto alla città), in merito allo stato delle entrate e delle uscite della finanza comunale e delle risorse disponibili (patrimonio comunale e livello di indebitamento);
- formulare, attraverso il lavoro di una commissione aperta, con la possibilità di consultare le strutture amministrative comunali, una proposta di bilancio preventivo che individui le scelte e le priorità nell’uso delle risorse comunali;
- giungere a proporre, grazie a questo percorso - in cui ogni tappa sarà trasparente e pubblica - soluzioni adeguate, condivise e quindi sostenibili.
I risultati del lavoro preparatorio dovrebbero essere disponibili entro il mese di aprile per poter alimentare un dibattito rigoroso sulle opzioni possibili.
Questo processo di partecipazione cittadina costituirebbe un prezioso contributo nella preparazione del principale atto amministrativo del Comune in un clima di un buon governo cittadino. È chiaro che la decisione ultima spetterà al Consiglio comunale che potrà però avvalersi di un contributo partecipato e condiviso.
Egregio Sindaco, confidiamo che lei, insieme alla Giunta e al Consiglio comunale, possa assumere con chiara volontà politica questa richiesta di partecipazione e condivisione di quel cruciale atto di indirizzo politico che è il Bilancio, atto da cui dipendono quelle scelte che coinvolgono il futuro della vita dei cittadini e della città.
bilanciopartecipatove@gmal.com
firmatari della richiesta
40xVenezia
Coordinamento Io Decido
Fondamente
Venessia.com
Aglaia
Consulta dell'Ambiente
Associazione Spiazzi
Associazione Il Villaggio (Venezia-Lido)
Matrioska
Comitato Acqua Bene Comune
contatto diretto
bilanciopartecipatove@gmal.com
lunedì 13 febbraio 2012
martedì 13 dicembre 2011
Imbecilli e gattopardi
La grande fatica di questi giorni è sapere/potere distinguere tra le analisi che cercano soluzioni ai problemi e le prese di posizione che tendono a difendere, in modo più o meno velato, interessi preordinati.
L'onestà intellettuale potrebbe essere un buon criterio per dirimere i confronti democratici. Ma più si ingarbuglia la matassa, più è difficile separare gli interessi di vita da quelli illeciti o, ed è un fatto ancor più grave sul piano morale, semplicemente indecenti. E allora, come direbbero i matematici, la matrice si complica: in basso a sinistra, gli onesti con interessi essenziali; in alto a destra, i retori corporativi; in mezzo, molte composizioni intermedie da leggere e interpretare caso per caso.
Intanto, più passa il tempo, più il dibattito pubblico diventa ingovernabile - nel mentre il populismo ipocrita avanza. E' per questo che considero disonesto ammantare il governo attuale della qualifica di "tecnico", come se tecnica fosse la natura delle soluzioni di cui abbiamo bisogno. Chi parla di soluzioni univoche, difende semplicemente il predominante paradigma di mercato, lo stesso che ci ha portato laddove oggi siamo. Lor signori, stanti questi presupposti, o sono incapaci o sono disonesti. E intendo per "disonesto" quell'atavico gattopardismo che ha una responsabilità morale pesantissima nelle crescenti iniquità, ingiustizie, impunità. Propendo senz'altro per questa seconda interpretazione, sapendo che gli interessi organizzati che legittimano il vigente "ordine del discorso" sono potenti (e certo non banali). Guardando a questo stato delle cose, ha davvero ragione il vecchio Habermas: qui rischiamo di mandare a puttane quel poco di civiltà che abbiamo costruito negli ultimi cinquanta anni. E' poco meno della mia età, ma non vorrei rivedere dal vivo cose che sinora ho letto solo sui libri di storia.
Giampietro Pizzo
L'onestà intellettuale potrebbe essere un buon criterio per dirimere i confronti democratici. Ma più si ingarbuglia la matassa, più è difficile separare gli interessi di vita da quelli illeciti o, ed è un fatto ancor più grave sul piano morale, semplicemente indecenti. E allora, come direbbero i matematici, la matrice si complica: in basso a sinistra, gli onesti con interessi essenziali; in alto a destra, i retori corporativi; in mezzo, molte composizioni intermedie da leggere e interpretare caso per caso.
Intanto, più passa il tempo, più il dibattito pubblico diventa ingovernabile - nel mentre il populismo ipocrita avanza. E' per questo che considero disonesto ammantare il governo attuale della qualifica di "tecnico", come se tecnica fosse la natura delle soluzioni di cui abbiamo bisogno. Chi parla di soluzioni univoche, difende semplicemente il predominante paradigma di mercato, lo stesso che ci ha portato laddove oggi siamo. Lor signori, stanti questi presupposti, o sono incapaci o sono disonesti. E intendo per "disonesto" quell'atavico gattopardismo che ha una responsabilità morale pesantissima nelle crescenti iniquità, ingiustizie, impunità. Propendo senz'altro per questa seconda interpretazione, sapendo che gli interessi organizzati che legittimano il vigente "ordine del discorso" sono potenti (e certo non banali). Guardando a questo stato delle cose, ha davvero ragione il vecchio Habermas: qui rischiamo di mandare a puttane quel poco di civiltà che abbiamo costruito negli ultimi cinquanta anni. E' poco meno della mia età, ma non vorrei rivedere dal vivo cose che sinora ho letto solo sui libri di storia.
Giampietro Pizzo
domenica 27 novembre 2011
Leggere un classico: Luigi Einaudi
Di fronte alla lacerante crisi che attraversa l’Europa, e che insiste in modo particolarmente nefasto sul nostro Paese, l’unico rifugio, per riprendere fiato e per conservare un briciolo di lucidità, sembra trovarsi in qualche testo classico.
E così, mentre si susseguono mille consigli e innumerevoli ricette su cosa sarebbe meglio fare per rimettere in ordine i conti della nostra disastrata finanza pubblica, vale la pena prendere per un attimo la distanza dai fatti quotidiani e recuperare la migliore memoria del pensiero economico italiano.
Ecco una precisa descrizione (ex-ante) di come si è andato formando il nostro debito pubblico nelle parole di un grande economista e politico italiano, Luigi Einaudi.
“Supponiamo che uno Stato (…) voglia provvedere alle spese ordinarie col debito; e siano le spese ordinarie di un miliardo all’anno.
Il primo anno i contribuenti (supposto che si possano emettere titoli pubblici con una rendita perpetua del 5% contro un capitale sottoscritto di 100) sentono un beneficio poiché pagano 50 milioni d’imposta-interessi invece che un miliardo; ma il secondo anno già pagheranno 50 milioni per il debito di un miliardo dell’anno precedente e 50 milioni per il debito di un miliardo dell’anno. Nel terzo pagheranno 150 milioni, finché nel ventesimo anno dovranno pagare un miliardo di imposta-interessi sui 20 miliardi di debito accumulato in ossequio alla teoria; ed in seguito l’imposta-interessi continuamente crescerà, superando l’onere che i contribuenti dovrebbero sopportare se ogni anno avessero fatto fronte alle spese ordinarie con l’imposta.
Adunque fa d’uopo non esagerare nei prestiti pubblici, i quali devono essere conclusi esclusivamente per far fronte a delle spese veramente straordinarie.*”
Einaudi ricorda qui un sano e semplice principio di finanza pubblica: occorrono entrate ordinarie per spese ordinarie ed entrate straordinarie (imposte straordinarie o debito pubblico) per spese straordinarie (investimenti pubblici e/o spese eccezionali).
Giova ricordarlo in un Paese che ha trascurato gli investimenti pubblici essenziali (scuola e ricerca) e usato il debito per coprire le spese ordinarie (buone e cattive) e per sopperire alle mancate entrate ordinarie (elusione fiscale su taluni redditi e patrimoni ed elevatissima evasione fiscale ).
Giova ricordarlo nel momento in cui il Governo si appresta ad adottare misure tributarie che dovrebbero cominciare a rimettere i conti in ordine.
Ma di quali imposte ordinarie abbiamo bisogno? Una seconda citazione di Luigi Einaudi, a proposito di imposta patrimoniale, può ancora assisterci.
“L’imposta sul capitale o patrimonio complessivo del contribuente vuole essere il congegno correttore della sperequazione (ovvero: “ un sistema tributario che è considerato dai più come sperequato, perché tutte le fonti di reddito sono trattate alla medesima stregua, nonostante che la loro disponibilità sia variabile)”.
Infine, un ultimo pensiero va al purtroppo quasi certo aumento dell’IVA – imposta, ahinoi, facilmente riscuotibile (per chi la paga, ovvero per il consumatore) ma terribilmente regressiva (dato che grava maggiormente su chi meno ha). Una terza riflessione einaudiana sulla ricerca ossessiva degli avanzi (primari) di bilancio che speriamo ispiri ai nostri “tecnici” qualche esitazione in più.
“Prima di parlare di avanzo disponibile per ridurre il debito pubblico, bisogna avere perciò diminuito o abolito le imposte che troppo gravano sui contribuenti meno provveduti, o più disturbano la produzione od il commercio.”
PS: se tutti i liberali odierni fossero di questa statura, l’Italia sarebbe già salva.
Giampietro Pizzo
* Tutte le citazioni sono tratte da: Luigi Einaudi, “Principi di Scienza della Finanza”, Torino, 1948.
E così, mentre si susseguono mille consigli e innumerevoli ricette su cosa sarebbe meglio fare per rimettere in ordine i conti della nostra disastrata finanza pubblica, vale la pena prendere per un attimo la distanza dai fatti quotidiani e recuperare la migliore memoria del pensiero economico italiano.
Ecco una precisa descrizione (ex-ante) di come si è andato formando il nostro debito pubblico nelle parole di un grande economista e politico italiano, Luigi Einaudi.
“Supponiamo che uno Stato (…) voglia provvedere alle spese ordinarie col debito; e siano le spese ordinarie di un miliardo all’anno.
Il primo anno i contribuenti (supposto che si possano emettere titoli pubblici con una rendita perpetua del 5% contro un capitale sottoscritto di 100) sentono un beneficio poiché pagano 50 milioni d’imposta-interessi invece che un miliardo; ma il secondo anno già pagheranno 50 milioni per il debito di un miliardo dell’anno precedente e 50 milioni per il debito di un miliardo dell’anno. Nel terzo pagheranno 150 milioni, finché nel ventesimo anno dovranno pagare un miliardo di imposta-interessi sui 20 miliardi di debito accumulato in ossequio alla teoria; ed in seguito l’imposta-interessi continuamente crescerà, superando l’onere che i contribuenti dovrebbero sopportare se ogni anno avessero fatto fronte alle spese ordinarie con l’imposta.
Adunque fa d’uopo non esagerare nei prestiti pubblici, i quali devono essere conclusi esclusivamente per far fronte a delle spese veramente straordinarie.*”
Einaudi ricorda qui un sano e semplice principio di finanza pubblica: occorrono entrate ordinarie per spese ordinarie ed entrate straordinarie (imposte straordinarie o debito pubblico) per spese straordinarie (investimenti pubblici e/o spese eccezionali).
Giova ricordarlo in un Paese che ha trascurato gli investimenti pubblici essenziali (scuola e ricerca) e usato il debito per coprire le spese ordinarie (buone e cattive) e per sopperire alle mancate entrate ordinarie (elusione fiscale su taluni redditi e patrimoni ed elevatissima evasione fiscale ).
Giova ricordarlo nel momento in cui il Governo si appresta ad adottare misure tributarie che dovrebbero cominciare a rimettere i conti in ordine.
Ma di quali imposte ordinarie abbiamo bisogno? Una seconda citazione di Luigi Einaudi, a proposito di imposta patrimoniale, può ancora assisterci.
“L’imposta sul capitale o patrimonio complessivo del contribuente vuole essere il congegno correttore della sperequazione (ovvero: “ un sistema tributario che è considerato dai più come sperequato, perché tutte le fonti di reddito sono trattate alla medesima stregua, nonostante che la loro disponibilità sia variabile)”.
Infine, un ultimo pensiero va al purtroppo quasi certo aumento dell’IVA – imposta, ahinoi, facilmente riscuotibile (per chi la paga, ovvero per il consumatore) ma terribilmente regressiva (dato che grava maggiormente su chi meno ha). Una terza riflessione einaudiana sulla ricerca ossessiva degli avanzi (primari) di bilancio che speriamo ispiri ai nostri “tecnici” qualche esitazione in più.
“Prima di parlare di avanzo disponibile per ridurre il debito pubblico, bisogna avere perciò diminuito o abolito le imposte che troppo gravano sui contribuenti meno provveduti, o più disturbano la produzione od il commercio.”
PS: se tutti i liberali odierni fossero di questa statura, l’Italia sarebbe già salva.
Giampietro Pizzo
* Tutte le citazioni sono tratte da: Luigi Einaudi, “Principi di Scienza della Finanza”, Torino, 1948.
venerdì 11 novembre 2011
Il Governo Goldman Sachs e i consoli Mario e Mario
Mi sembra ormai chiaro: il governo non lo decide il popolo sovrano; né sono i governi a nominare i governatori europei.
Le coincidenze, a volte, non sono casuali; anzi rivelano spesso vere e proprie relazioni causa-effetto.
Guardiamo ai fatti. L'ex- vice-presidente di Goldman Sachs, Mario Draghi, diventa prima Governatore di Bankitalia, poi Presidente della Banca Centrale Europea.
L' international advisor di Goldman Sachs, Mario Monti, viene ora indicato come il candidato più credibile a diventare Presidente del Consiglio italiano. Coincidenze? Dietrologie? Forse. Ma per fugare i nostri dubbi, il modo più semplice è che a una domanda diretta si possa avere una risposta esauriente.
Quali sono in questo momento gli interessi della banca d'affari Goldman Sachs in Europa? E come si sta comportando in queste ore nell'evoluzione della crisi finanziaria europea?
E ancora: quali sono stati, nel 2008, 2009, 2010 e 2011, gli atti dei nostri due super-Mario nelle loro funzioni direttive in Goldman Sachs? Come hanno separato e distinto in questi anni e in questi mesi i loro passati interessi privati dagli attuali e futuri interessi pubblici che saranno chiamati a rappresentare? Perché, purtroppo, non solo Berlusconi ha conflitti di interesse.
Sia chiaro: non siamo noi cittadini a pensare male; ma sono loro, per il ruolo che rivestono/rivestiranno, che ci devono spiegazioni. E dettagliate. Grazie.
Giampietro Pizzo
Le coincidenze, a volte, non sono casuali; anzi rivelano spesso vere e proprie relazioni causa-effetto.
Guardiamo ai fatti. L'ex- vice-presidente di Goldman Sachs, Mario Draghi, diventa prima Governatore di Bankitalia, poi Presidente della Banca Centrale Europea.
L' international advisor di Goldman Sachs, Mario Monti, viene ora indicato come il candidato più credibile a diventare Presidente del Consiglio italiano. Coincidenze? Dietrologie? Forse. Ma per fugare i nostri dubbi, il modo più semplice è che a una domanda diretta si possa avere una risposta esauriente.
Quali sono in questo momento gli interessi della banca d'affari Goldman Sachs in Europa? E come si sta comportando in queste ore nell'evoluzione della crisi finanziaria europea?
E ancora: quali sono stati, nel 2008, 2009, 2010 e 2011, gli atti dei nostri due super-Mario nelle loro funzioni direttive in Goldman Sachs? Come hanno separato e distinto in questi anni e in questi mesi i loro passati interessi privati dagli attuali e futuri interessi pubblici che saranno chiamati a rappresentare? Perché, purtroppo, non solo Berlusconi ha conflitti di interesse.
Sia chiaro: non siamo noi cittadini a pensare male; ma sono loro, per il ruolo che rivestono/rivestiranno, che ci devono spiegazioni. E dettagliate. Grazie.
Giampietro Pizzo
martedì 8 novembre 2011
Prendersi cura
Non so che cosa accadrà domani a Berlusconi. Non credo sia indispensabile almanaccare in queste ore su quali saranno i nuovi equilibri politici che si determineranno dopo la fine di questo governo.
Non mi voglio neppure interrogare sulle possibili fortune della parte politica nella quale milito. Certo, mi auguro che la mia parte sia capace di interpretare al meglio il proprio ruolo; spero abbia la forza e la lucidità di rimettere in circolo quelle idee, quelle intelligenze e quei saperi, oggi così vilipesi ma così preziosi, così essenziali per la nostra vita.
Invece di fronte a quello che è accaduto di straordinario in questi anni non possiamo fare finta di nulla. Non possiamo ignorare il fatto che qualcosa di essenziale si è rotto nel nostro vivere insieme; qualcosa di determinante è venuto meno in quella che a volte un po’ pomposamente chiamiamo: convivenza civile.
Dobbiamo riflettere a fondo sui cambiamenti sociali, sulle mutazioni antropologiche che si sono prodotte. Non possiamo fare finta di nulla; non possiamo semplicemente pensare che tutto scivolerà via, nell’indistinto borbottio della cronaca.
Sono tragedie vere quelle che abbiamo sotto i nostri occhi: si chiamano povertà, solitudine, violenza, dissesto del territorio, morti.
Questi sono i dati veri con cui fare i conti. Una politica che non abbia il senso e la misura di queste cose non ha alcuna autorevolezza né capacità di rappresentazione. Affinché la politica torni a essere cosa grande, nobile - una cosa per la quale “valga la pena spendere la propria vita” - qualcosa di fondamentale e di preventivo va ricostruito.
Quel qualcosa di preventivo riguarda il nostro essere cittadini. Ha a che fare con il potere originario del cittadino: una persona cosciente del proprio essere, che riconosce la propria dimensione di vita, che sa qual è il peso della propria voce all’interno della comunità.
E’ vero, la democrazia è oggi in grande difficoltà; qualcuno pensa in modo sempre più insistente che il popolo non sia in grado di scegliere, di decidere del proprio destino.
Rossana Rossanda, qualche giorno fa, sul Manifesto, è arrivata a dire che è in atto un progetto politico sciagurato che ha come obiettivo quello di sciogliere il Popolo. Se Rossanda ha ragione, se la crisi della rappresentanza ha raggiunto questo stadio della crisi, allora qualcosa di inedito sta accadendo, e qualcosa di straordinario deve ancora accadere.
Giunti a questo punto o siamo in grado di riavviare un’autentica fase costitutiva oppure l’involuzione sarà inarrestabile.
Sia chiaro: ricostruire una sovranità popolare non è cosa ordinaria, banale. Occorre prima di tutto che il popolo si riconosca; occorre che la comunità ritrovi sé stessa. In questo non c’entra assolutamente nulla la dimensione locale, nazionale o sovranazionale delle decisioni. Senza comunità e senza territorio, nessuna democrazia resiste agli attacchi degli uragani internazionali; nessuna politica sopravvive alle zone grigie dell’anomia che rende obsoleti gli Stati sovrani, l’Unione Europea, le istituzioni globali.
Vario è il panorama europeo, contradditorio è il contesto delle grandi macroregioni del Mondo, ma da un punto fermo occorre partire. E questo punto, per quel ci riguarda, siamo noi, qui, in Italia, in questo inizio di secolo per molti versi già logoro.
Una prima, indispensabile, per nulla istintiva risposta, è quella di prenderci cura di noi stessi. Prenderci davvero cura di noi significa andare oltre la dimensione idiotistica che ha segnato gli ultimi venti anni. Prenderci cura di noi significa uscire letteralmente fuori, per guardare in faccia il mondo della nostra prossimità. Com’è il Mondo davanti casa? Il mio, ad esempio, è spesso pieno di scoasse, piccole e grandi, lasciate da cittadini ignari che sanno quello che consumano ma non quello che sono. Il mio Mondo è sempre più pieno di indifferenza per come quel fragile ecosistema che si chiama Laguna è trattato. Il mio Mondo è a volte fatto di persone infelici che annaspano nella loro esistenza piena di difficoltà materiali ed emotive. E poi, il mio Mondo non è molto diverso dal vostro Mondo.
Non occorre perciò andare oltre - anche se molti di noi percorrono tutti i giorni altri territori regionali e nazionali; navigano quotidianamente nella Rete e magari, di tanto in tanto, viaggiano all’estero. E’ qui, per ora, davanti casa, che dobbiamo misurarci. Senza alibi né escamotage.
La dimensione alienante delle nostre vite ci proietta troppo spesso oltre la nostra vita. Malati di presbiopia vediamo solo più in là, e mai dove dovremmo davvero vedere. Quel Mondo non visto, per noi si chiama Laguna, per altri si chiama Genova. Per noi si chiama una città che va in malora nell’assedio di piccoli e grandi pescecani; per altri si chiama degrado e abbandono, come nei territori della Camorra.
Prendersi cura della nostra vita “larga”: è questo l’unico modo per riaprire il futuro, per poter giocare una partita non truccata. Altrimenti rimangono due miserande opzioni: o diventare scimmie cieche-mute-sorde che negano alla radice il proprio essere, oppure - e non so quale sia il destino più tragico - abbandonarsi alla dolorosa frustrazione dello spettatore, che è lucido ma inesorabilmente impotente. Lucido nel dolore, lucido nella fine.
Dite, diciamo, ai nostri figli, a noi stessi, di uscire e di spazzare, lavare, con un grande atto simbolico, il pezzo di calle, di fondamenta che abbiamo davanti casa. Da lì, potremo poi andare un po’ più in là. Qualcuno andrà a raccogliere il fango amaro che ha invaso la città di Genova, altri staranno a presidiare gli scani del Delta del Po contro le Centrali della Morte; altri ancora a ridare vita, liberando interi popoli dalla speculazione, alle tante Magliane di Roma o agli altrettanti Zen di Palermo.
Solo dopo questa rioccupazione profonda e sistematica dei nostri territori, delle nostre vite civili, saremo pronti a occupare, in modo definitivo ed efficace, i Palazzi delle Istituzioni.
Sia chiaro: nessuna gradualità, nessuno si illuda su una politica dei due tempi, perché i tempi di questa nuova partecipazione, di questo nuovo essere italiano potrebbero essere molto brevi, ma necessari.
Per pulire una piazza invece di divellere un sanpietrino; per piantare un fiore invece di imbrattare un muro o di buttare a terra una bottiglia vuota. Per salvare una riva o rifare un muro a secco.
Perché noi vogliamo essere rivoluzionari. E allora voi, speculatori e azzeccagarbugli di ogni risma, dovrete semplicemente tremare.
Giampietro Pizzo
Non mi voglio neppure interrogare sulle possibili fortune della parte politica nella quale milito. Certo, mi auguro che la mia parte sia capace di interpretare al meglio il proprio ruolo; spero abbia la forza e la lucidità di rimettere in circolo quelle idee, quelle intelligenze e quei saperi, oggi così vilipesi ma così preziosi, così essenziali per la nostra vita.
Invece di fronte a quello che è accaduto di straordinario in questi anni non possiamo fare finta di nulla. Non possiamo ignorare il fatto che qualcosa di essenziale si è rotto nel nostro vivere insieme; qualcosa di determinante è venuto meno in quella che a volte un po’ pomposamente chiamiamo: convivenza civile.
Dobbiamo riflettere a fondo sui cambiamenti sociali, sulle mutazioni antropologiche che si sono prodotte. Non possiamo fare finta di nulla; non possiamo semplicemente pensare che tutto scivolerà via, nell’indistinto borbottio della cronaca.
Sono tragedie vere quelle che abbiamo sotto i nostri occhi: si chiamano povertà, solitudine, violenza, dissesto del territorio, morti.
Questi sono i dati veri con cui fare i conti. Una politica che non abbia il senso e la misura di queste cose non ha alcuna autorevolezza né capacità di rappresentazione. Affinché la politica torni a essere cosa grande, nobile - una cosa per la quale “valga la pena spendere la propria vita” - qualcosa di fondamentale e di preventivo va ricostruito.
Quel qualcosa di preventivo riguarda il nostro essere cittadini. Ha a che fare con il potere originario del cittadino: una persona cosciente del proprio essere, che riconosce la propria dimensione di vita, che sa qual è il peso della propria voce all’interno della comunità.
E’ vero, la democrazia è oggi in grande difficoltà; qualcuno pensa in modo sempre più insistente che il popolo non sia in grado di scegliere, di decidere del proprio destino.
Rossana Rossanda, qualche giorno fa, sul Manifesto, è arrivata a dire che è in atto un progetto politico sciagurato che ha come obiettivo quello di sciogliere il Popolo. Se Rossanda ha ragione, se la crisi della rappresentanza ha raggiunto questo stadio della crisi, allora qualcosa di inedito sta accadendo, e qualcosa di straordinario deve ancora accadere.
Giunti a questo punto o siamo in grado di riavviare un’autentica fase costitutiva oppure l’involuzione sarà inarrestabile.
Sia chiaro: ricostruire una sovranità popolare non è cosa ordinaria, banale. Occorre prima di tutto che il popolo si riconosca; occorre che la comunità ritrovi sé stessa. In questo non c’entra assolutamente nulla la dimensione locale, nazionale o sovranazionale delle decisioni. Senza comunità e senza territorio, nessuna democrazia resiste agli attacchi degli uragani internazionali; nessuna politica sopravvive alle zone grigie dell’anomia che rende obsoleti gli Stati sovrani, l’Unione Europea, le istituzioni globali.
Vario è il panorama europeo, contradditorio è il contesto delle grandi macroregioni del Mondo, ma da un punto fermo occorre partire. E questo punto, per quel ci riguarda, siamo noi, qui, in Italia, in questo inizio di secolo per molti versi già logoro.
Una prima, indispensabile, per nulla istintiva risposta, è quella di prenderci cura di noi stessi. Prenderci davvero cura di noi significa andare oltre la dimensione idiotistica che ha segnato gli ultimi venti anni. Prenderci cura di noi significa uscire letteralmente fuori, per guardare in faccia il mondo della nostra prossimità. Com’è il Mondo davanti casa? Il mio, ad esempio, è spesso pieno di scoasse, piccole e grandi, lasciate da cittadini ignari che sanno quello che consumano ma non quello che sono. Il mio Mondo è sempre più pieno di indifferenza per come quel fragile ecosistema che si chiama Laguna è trattato. Il mio Mondo è a volte fatto di persone infelici che annaspano nella loro esistenza piena di difficoltà materiali ed emotive. E poi, il mio Mondo non è molto diverso dal vostro Mondo.
Non occorre perciò andare oltre - anche se molti di noi percorrono tutti i giorni altri territori regionali e nazionali; navigano quotidianamente nella Rete e magari, di tanto in tanto, viaggiano all’estero. E’ qui, per ora, davanti casa, che dobbiamo misurarci. Senza alibi né escamotage.
La dimensione alienante delle nostre vite ci proietta troppo spesso oltre la nostra vita. Malati di presbiopia vediamo solo più in là, e mai dove dovremmo davvero vedere. Quel Mondo non visto, per noi si chiama Laguna, per altri si chiama Genova. Per noi si chiama una città che va in malora nell’assedio di piccoli e grandi pescecani; per altri si chiama degrado e abbandono, come nei territori della Camorra.
Prendersi cura della nostra vita “larga”: è questo l’unico modo per riaprire il futuro, per poter giocare una partita non truccata. Altrimenti rimangono due miserande opzioni: o diventare scimmie cieche-mute-sorde che negano alla radice il proprio essere, oppure - e non so quale sia il destino più tragico - abbandonarsi alla dolorosa frustrazione dello spettatore, che è lucido ma inesorabilmente impotente. Lucido nel dolore, lucido nella fine.
Dite, diciamo, ai nostri figli, a noi stessi, di uscire e di spazzare, lavare, con un grande atto simbolico, il pezzo di calle, di fondamenta che abbiamo davanti casa. Da lì, potremo poi andare un po’ più in là. Qualcuno andrà a raccogliere il fango amaro che ha invaso la città di Genova, altri staranno a presidiare gli scani del Delta del Po contro le Centrali della Morte; altri ancora a ridare vita, liberando interi popoli dalla speculazione, alle tante Magliane di Roma o agli altrettanti Zen di Palermo.
Solo dopo questa rioccupazione profonda e sistematica dei nostri territori, delle nostre vite civili, saremo pronti a occupare, in modo definitivo ed efficace, i Palazzi delle Istituzioni.
Sia chiaro: nessuna gradualità, nessuno si illuda su una politica dei due tempi, perché i tempi di questa nuova partecipazione, di questo nuovo essere italiano potrebbero essere molto brevi, ma necessari.
Per pulire una piazza invece di divellere un sanpietrino; per piantare un fiore invece di imbrattare un muro o di buttare a terra una bottiglia vuota. Per salvare una riva o rifare un muro a secco.
Perché noi vogliamo essere rivoluzionari. E allora voi, speculatori e azzeccagarbugli di ogni risma, dovrete semplicemente tremare.
Giampietro Pizzo
lunedì 26 settembre 2011
Crisi e paradossi finanziari. Ovvero come uscire dal pantano?
Dopo il tracollo del settembre 2008, la finanza pubblica dell’Occidente ha iniettato nel sistema bancario enormi quantità di denaro per far fronte alla crisi di liquidità che l’esplodere della bolla speculativa aveva generato. Mai nel dopoguerra si era assistito a un piano di salvataggio di così ampie e sistemiche proporzioni realizzato a suon di miliardi di euro/dollari per ricapitalizzare il sistema bancario americano ed europeo. Con quella manovra si voleva evitare che il collasso del sistema finanziario trascinasse con sé l’intera economia mondiale dando il via a una recessione analoga a quella degli anni ’30.
Nel 2010, nel giro di pochi mesi, i principali istituti finanziari e bancari sono tornati a macinare profitti, grazie agli impieghi realizzati proprio con la liquidità addizionale messa a disposizione dagli Stati. Impieghi finanziari che solo in minima parte hanno favorito progetti imprenditoriali e industriali diretti. La stragrande maggioranza di quelle risorse sono invece tornate – come se nulla fosse successo pochi mesi prima – a puntare sui prodotti offerti dalla finanza speculativa e d’azzardo.
Insomma, mentre gli Stati s’indebitavano, buttando nel cestino, nel volgere di pochi giorni, decenni di dichiarazioni solenni sull’inderogabilità dei patti di stabilità, stracciando impegni sovranazionali basati sul rigido rispetto di politiche monetarie restrittive quale unico baluardo contro l’instabilità (chi si ricorda più dei vincoli di Maastricht oggi?), ebbene di fronte a questa svolta epocale, le Banche con totale non chalance confermavano quelle stesse regole di gestione e di massimizzazione dei profitti che le avevano condotte tra il 2007 e il 2009 sull’orlo della bancarotta.
Per usare un’immagine speriamo efficace, la storia a cui abbiamo assistito nell’ultimo biennio è quella di un naufrago che, salvato dai flutti nei quali, a scienza certa, stava affogando, appena riprende fiato, non trova nulla di meglio che correre a comprare una pistola con la quale uccidere il proprio salvatore. Basta guardare ai crudi fatti perché ne risulti confermata questa paradossale ma purtroppo autentica storia.
Le decisioni di investimento, di impiego e di smobilizzo messi in atto dagli operatori finanziari, direttamente o indirettamente, corrispondono a questa immagine: infatti un buon numero di queste istituzioni hanno puntato sul fallimento di alcuni Stati dell’Unione europea, gli stessi che pochi mesi prima avevano anch’essi deciso il loro salvataggio.
E’ un dato di fatto che dagli attacchi speculativi a Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia – i cosiddetti PIGS - alcuni investitori ribassisti hanno ricavato ingenti margini. Dove sono ora finite quelle prese di profitto? Certamente al sicuro, in qualche banca svizzera o in qualche fondo off-shore, o semplicemente su altre piazze finanziarie mondiali considerate più sicure. L’effetto cumulativo delle ondate speculative torna ora come un boomerang e sembra non voler risparmiare nessuno.
Così, a piangere e a lamentarsi, oltre ai piccoli risparmiatori, ai dipendenti pubblici e privati, ai precari, ai disoccupati, ai giovani e ai pensionati, ecco aggiungersi, ancora una volta, le banche, europee e americane senza distinzione. Alcune piangono di più, ad esempio le francesi e le tedesche, e altre di meno.
Di che si lamentano? Le banche si lamentano della qualità dei loro portafogli, pieni zeppi di titoli di stato dei PIGS, comprati non secoli fa ma pochi mesi fa o anche solo l’altro ieri, allettate dai considerevoli rendimenti che la speculazione ha originato. Ma se domani la Grecia prima e dopodomani l’Italia dichiarassero lo stato di default, quegli attivi diventerebbero automaticamente carta straccia.
Qual è allora l’ultima trovata del G20 e del Fondo Monetario Internazionale? Creare un Fondo salva-Stati che entrando nel capitale delle Banche permetta loro di assorbire le perdite che si creeranno quando quei titoli del debito pubblico non varranno più nulla.
Sorge subito un dubbio: ma perché se si devono salvare gli Stati, si salvano innanzitutto le banche? Non sarebbe più semplice con l’emissione di eurobond sostituire in parte i titoli nazionali rendendo quel debito sovrano meno rischioso?
E a proposito di banche, non è proprio per il fatto che i titoli dei PIGS sono così rischiosi che esse, in quanto principali investitori istituzionali, ricevono per la loro sottoscrizione tassi di interesse stratosferici, del 4, 10 e sino al 20% in più degli interessi pagati sui titoli tedeschi?
Del resto, se si trattasse di debito privato saremmo già oltre il tasso di usura!
Certo, con l’intervento europeo, scomparirebbe il rischio (perché pagato dal pubblico) e quei tassi dovrebbero ritornare su livelli normali – salvo che continueremmo a non sapere che fine hanno fatto le prese di profitto.
E sia, diciamo che questo ennesimo sacrificio pubblico mira a rimettere in ordine le cose, a evitare il peggio. Ma allora, ci chiediamo: chi ci garantisce che la storia non si ripeterà?
Perché non si ripeta la beffa della capitalizzazione del 2009, quali condizionalità saranno imposte alle banche, quale sarà il potere di veto dell’azionista pubblico sulle scelte di investimento e di gestione dei banchieri? Oppure, ancora una volta, in nome della “sacralità del mercato” le nuove risorse bancarie torneranno ad abbattersi, come letali armi di distruzione di massa, sulla vita dei cittadini che gli stessi Governi dovrebbero tutelare?
Questa nuova fase sarebbe doppiamente fatale – e così per certi versi è già negli annunci: da un lato, si scatenerebbe un’ondata supplementare di privatizzazioni per saldare i nuovi debiti originati dal Fondo salva-banche e, dall’altro, quelle risorse sarebbero impiegate proprio per comprare a prezzi stracciati interi comparti del patrimonio pubblico.
L’inevitabile risultato sarebbe il secco impoverimento della popolazione e il corrispettivo aumento del tasso di finanza cattiva nei gangli dell’economia mondiale.
Il paradosso è dunque quello di un mondo alla rovescia in cui più ti comporti male e più vieni premiato? Purtroppo, la beffa è che in nome dell’infallibilità dei mercati, le sanzioni applicate appaiono totalmente asimmetriche: se il debito pubblico non è credibile, bisogna licenziare, tagliare, vendere; se invece la finanza privata non sta in piedi, allora va salvata, perché altrimenti il panico dei mercati si potrebbe estendere a macchia d’olio, eccetera, eccetera.
Morale lapalissiana: se il mondo è storto, vuol dire che non è dritto. Occorre dunque ricostruire un mondo equilibrato e portatore di un’etica degna di questo nome.
Le banche debbono semplicemente tornare a fare il loro mestiere: cioè utilizzare i risparmi delle persone per concedere crediti a chi ha progetti validi ed è capace di produrre lavoro e ricchezza. Né più né meno che questo.
I Governi, d’altro canto, hanno il sacrosanto dovere di consolidare il debito storico ormai ingestibile, un fardello che non può pesare ad infinitum sul futuro nostro e dei nostri figli.
In un mondo così complesso, le cose a volte possono essere a tratti meravigliosamente lineari e comprensibili. Renderle tali è compito della Politica, ottemperando ai propri fini che sono quelli dell’interesse pubblico e non quello di pochi, voraci e autodistruttivi pescecani.
Giampietro Pizzo
Nel 2010, nel giro di pochi mesi, i principali istituti finanziari e bancari sono tornati a macinare profitti, grazie agli impieghi realizzati proprio con la liquidità addizionale messa a disposizione dagli Stati. Impieghi finanziari che solo in minima parte hanno favorito progetti imprenditoriali e industriali diretti. La stragrande maggioranza di quelle risorse sono invece tornate – come se nulla fosse successo pochi mesi prima – a puntare sui prodotti offerti dalla finanza speculativa e d’azzardo.
Insomma, mentre gli Stati s’indebitavano, buttando nel cestino, nel volgere di pochi giorni, decenni di dichiarazioni solenni sull’inderogabilità dei patti di stabilità, stracciando impegni sovranazionali basati sul rigido rispetto di politiche monetarie restrittive quale unico baluardo contro l’instabilità (chi si ricorda più dei vincoli di Maastricht oggi?), ebbene di fronte a questa svolta epocale, le Banche con totale non chalance confermavano quelle stesse regole di gestione e di massimizzazione dei profitti che le avevano condotte tra il 2007 e il 2009 sull’orlo della bancarotta.
Per usare un’immagine speriamo efficace, la storia a cui abbiamo assistito nell’ultimo biennio è quella di un naufrago che, salvato dai flutti nei quali, a scienza certa, stava affogando, appena riprende fiato, non trova nulla di meglio che correre a comprare una pistola con la quale uccidere il proprio salvatore. Basta guardare ai crudi fatti perché ne risulti confermata questa paradossale ma purtroppo autentica storia.
Le decisioni di investimento, di impiego e di smobilizzo messi in atto dagli operatori finanziari, direttamente o indirettamente, corrispondono a questa immagine: infatti un buon numero di queste istituzioni hanno puntato sul fallimento di alcuni Stati dell’Unione europea, gli stessi che pochi mesi prima avevano anch’essi deciso il loro salvataggio.
E’ un dato di fatto che dagli attacchi speculativi a Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia – i cosiddetti PIGS - alcuni investitori ribassisti hanno ricavato ingenti margini. Dove sono ora finite quelle prese di profitto? Certamente al sicuro, in qualche banca svizzera o in qualche fondo off-shore, o semplicemente su altre piazze finanziarie mondiali considerate più sicure. L’effetto cumulativo delle ondate speculative torna ora come un boomerang e sembra non voler risparmiare nessuno.
Così, a piangere e a lamentarsi, oltre ai piccoli risparmiatori, ai dipendenti pubblici e privati, ai precari, ai disoccupati, ai giovani e ai pensionati, ecco aggiungersi, ancora una volta, le banche, europee e americane senza distinzione. Alcune piangono di più, ad esempio le francesi e le tedesche, e altre di meno.
Di che si lamentano? Le banche si lamentano della qualità dei loro portafogli, pieni zeppi di titoli di stato dei PIGS, comprati non secoli fa ma pochi mesi fa o anche solo l’altro ieri, allettate dai considerevoli rendimenti che la speculazione ha originato. Ma se domani la Grecia prima e dopodomani l’Italia dichiarassero lo stato di default, quegli attivi diventerebbero automaticamente carta straccia.
Qual è allora l’ultima trovata del G20 e del Fondo Monetario Internazionale? Creare un Fondo salva-Stati che entrando nel capitale delle Banche permetta loro di assorbire le perdite che si creeranno quando quei titoli del debito pubblico non varranno più nulla.
Sorge subito un dubbio: ma perché se si devono salvare gli Stati, si salvano innanzitutto le banche? Non sarebbe più semplice con l’emissione di eurobond sostituire in parte i titoli nazionali rendendo quel debito sovrano meno rischioso?
E a proposito di banche, non è proprio per il fatto che i titoli dei PIGS sono così rischiosi che esse, in quanto principali investitori istituzionali, ricevono per la loro sottoscrizione tassi di interesse stratosferici, del 4, 10 e sino al 20% in più degli interessi pagati sui titoli tedeschi?
Del resto, se si trattasse di debito privato saremmo già oltre il tasso di usura!
Certo, con l’intervento europeo, scomparirebbe il rischio (perché pagato dal pubblico) e quei tassi dovrebbero ritornare su livelli normali – salvo che continueremmo a non sapere che fine hanno fatto le prese di profitto.
E sia, diciamo che questo ennesimo sacrificio pubblico mira a rimettere in ordine le cose, a evitare il peggio. Ma allora, ci chiediamo: chi ci garantisce che la storia non si ripeterà?
Perché non si ripeta la beffa della capitalizzazione del 2009, quali condizionalità saranno imposte alle banche, quale sarà il potere di veto dell’azionista pubblico sulle scelte di investimento e di gestione dei banchieri? Oppure, ancora una volta, in nome della “sacralità del mercato” le nuove risorse bancarie torneranno ad abbattersi, come letali armi di distruzione di massa, sulla vita dei cittadini che gli stessi Governi dovrebbero tutelare?
Questa nuova fase sarebbe doppiamente fatale – e così per certi versi è già negli annunci: da un lato, si scatenerebbe un’ondata supplementare di privatizzazioni per saldare i nuovi debiti originati dal Fondo salva-banche e, dall’altro, quelle risorse sarebbero impiegate proprio per comprare a prezzi stracciati interi comparti del patrimonio pubblico.
L’inevitabile risultato sarebbe il secco impoverimento della popolazione e il corrispettivo aumento del tasso di finanza cattiva nei gangli dell’economia mondiale.
Il paradosso è dunque quello di un mondo alla rovescia in cui più ti comporti male e più vieni premiato? Purtroppo, la beffa è che in nome dell’infallibilità dei mercati, le sanzioni applicate appaiono totalmente asimmetriche: se il debito pubblico non è credibile, bisogna licenziare, tagliare, vendere; se invece la finanza privata non sta in piedi, allora va salvata, perché altrimenti il panico dei mercati si potrebbe estendere a macchia d’olio, eccetera, eccetera.
Morale lapalissiana: se il mondo è storto, vuol dire che non è dritto. Occorre dunque ricostruire un mondo equilibrato e portatore di un’etica degna di questo nome.
Le banche debbono semplicemente tornare a fare il loro mestiere: cioè utilizzare i risparmi delle persone per concedere crediti a chi ha progetti validi ed è capace di produrre lavoro e ricchezza. Né più né meno che questo.
I Governi, d’altro canto, hanno il sacrosanto dovere di consolidare il debito storico ormai ingestibile, un fardello che non può pesare ad infinitum sul futuro nostro e dei nostri figli.
In un mondo così complesso, le cose a volte possono essere a tratti meravigliosamente lineari e comprensibili. Renderle tali è compito della Politica, ottemperando ai propri fini che sono quelli dell’interesse pubblico e non quello di pochi, voraci e autodistruttivi pescecani.
Giampietro Pizzo
lunedì 19 settembre 2011
Il Paese non può aspettare
I provvedimenti contenuti nella manovra finanziaria costituiscono il punto di non ritorno della separazione tra il Paese reale e le istituzioni pubbliche.
Il Governo, con le sue scelte scellerate, con il coacervo di interessi, di pressioni e di condizionamenti torbidi e immorali che lo contraddistinguono, non rappresenta più la volontà della maggioranza degli italiani ma solo l’arrogante disperazione di un blocco politico in disfacimento, vuoto ormai di ogni legittimità costituzionale e sociale.
Sono parole pesanti queste, ma pesantissima e straordinaria è la situazione politica e sociale in cui il Paese si trova.
Lo sciopero del 6 settembre ha mobilitato ancora una volta le forze vive dell’Italia: i lavoratori e i giovani che non si arrendono allo sfascio e al collasso sociale. Ora a quella domanda di cambiamento, a quella voce di popolo, occorre rispondere, con determinazione e con chiarezza, subito. Non è più tempo per mediazioni, esitazioni o equilibrismi.
Occorre che un ritrovato soggetto politico – dentro e fuori dai partiti politici della sinistra – si alzi e dica con fermezza che cosa fare. Dica che cosa bisogna fare per salvare le istituzioni; che cosa si può fare per rimettere i conti pubblici in ordine; che cosa è possibile fare per proteggere il lavoro dalla precarietà e la vita delle persone dagli sciacalli della speculazione e della finanza assassina.
Abbiamo bisogno di un soggetto politico con la forza e l’autorevolezza per dire:
“ Caro Presidente Napolitano, difendere la Costituzione della Repubblica significa ridare subito la parola agli italiani, perché è nel Paese che la maggioranza parlamentare non esiste più.
Caro Governatore Draghi, rispondere davvero ai mercati significa fermare subito le speculazioni finanziarie e non affondare il Paese nella recessione e nella disperazione.”
Su poche scelte, dirette e chiare, si può costruire – ma bisogna fare presto! - un progetto di Governo credibile e rinnovato; su pochi punti fermi è necessario fare esprimere la volontà popolare.
O i partiti di opposizione colgono davvero la portata del cataclisma in atto, oppure non ci sarà speranza per nessuno e le fruste logiche della bieca conservazione e dell’auto-riproduzione dell’attuale ceto politico suoneranno il de profundis di ogni possibilità di cambiamento.
Nei mesi scorsi, con le elezioni amministrative e con i referendum sull’acqua e sul nucleare, i cittadini italiani hanno detto con chiarezza qual è il cambiamento che attendono.
Sembrano passati decenni da allora, da quella rinnovata e vitale passione civile: il dibattito politico è ripiombato nel grigiore, nell’idiotismo, nella vacuità a cui ci ha abituato il berlusconismo. Ma la responsabilità più grossa – perché è in quella direzione che guardano le passioni civili e le domande di cambiamento – è quella dei partiti di opposizione.
Costruire un programma di governo e un progetto di società significa rispondere ad alcune fondamentali domande su quale architettura debba avere la società italiana degli anni a venire.
Proviamo a formulare alcuni di questi quesiti:
L’Italia di domani sarà fondata sul lavoro o sulla rendita?
Si valorizzeranno i beni comuni o si privatizzerà in modo irreversibile ogni sfera della vita umana – dalla salute alla conoscenza, dalla mobilità all’abitare, dalla cultura all’ambiente?
L’Italia di domani sarà un Paese povero con una élite straricca, rinchiusa nei propri fortini dorati, oppure costruiremo un’Italia delle opportunità per tutti, un’Italia libera, aperta e giusta?
Il Paese che verrà sarà fondato sui diritti oppure sui privilegi, sulle regole non scritte, sullo scambio politico?
Un Paese che investe nella cultura, nella scuola, che costruisce la Pace oppure che continua a destinare ingentissime risorse pubbliche all’economia di guerra?
L’Italia di domani sarà un Paese devastato, dipendente e brutto o un Paese bello, sostenibile e umano?
Non sono, cari Bersani, Di Pietro, Vendola, domande retoriche queste ma domande pressanti, assillanti, drammatiche, perché ne va della vita nuda di ognuno di noi.
E allora occorrono risposte chiare, immediate, portatrici di un fare scevro di ambiguità, risposte attorno alle quali misurare il consenso e costruire un’unità di intenti.
Certo, il mondo è complesso, contraddittorio, liquido, ma in tempi straordinari, chi fa Politica deve segnare una direzione, dare valore e senso all’agire collettivo, riaprire lo spazio della volontà e del futuro. Altrimenti, davvero la Politica muore. Altrimenti, davanti avremo le macerie della frustrazione, degli interessi immediati, crudi e violenti, dove ognuno di noi cercherà una propria personale e disperata salvezza, per essere infine sommersi dalla tragedia di un Paese perduto.
Possiamo ancora evitare questa catastrofe.
Ma dipende da tutti noi. Perché il tempo è adesso. Perché il Paese non può aspettare.
SEL Venezia
Il Governo, con le sue scelte scellerate, con il coacervo di interessi, di pressioni e di condizionamenti torbidi e immorali che lo contraddistinguono, non rappresenta più la volontà della maggioranza degli italiani ma solo l’arrogante disperazione di un blocco politico in disfacimento, vuoto ormai di ogni legittimità costituzionale e sociale.
Sono parole pesanti queste, ma pesantissima e straordinaria è la situazione politica e sociale in cui il Paese si trova.
Lo sciopero del 6 settembre ha mobilitato ancora una volta le forze vive dell’Italia: i lavoratori e i giovani che non si arrendono allo sfascio e al collasso sociale. Ora a quella domanda di cambiamento, a quella voce di popolo, occorre rispondere, con determinazione e con chiarezza, subito. Non è più tempo per mediazioni, esitazioni o equilibrismi.
Occorre che un ritrovato soggetto politico – dentro e fuori dai partiti politici della sinistra – si alzi e dica con fermezza che cosa fare. Dica che cosa bisogna fare per salvare le istituzioni; che cosa si può fare per rimettere i conti pubblici in ordine; che cosa è possibile fare per proteggere il lavoro dalla precarietà e la vita delle persone dagli sciacalli della speculazione e della finanza assassina.
Abbiamo bisogno di un soggetto politico con la forza e l’autorevolezza per dire:
“ Caro Presidente Napolitano, difendere la Costituzione della Repubblica significa ridare subito la parola agli italiani, perché è nel Paese che la maggioranza parlamentare non esiste più.
Caro Governatore Draghi, rispondere davvero ai mercati significa fermare subito le speculazioni finanziarie e non affondare il Paese nella recessione e nella disperazione.”
Su poche scelte, dirette e chiare, si può costruire – ma bisogna fare presto! - un progetto di Governo credibile e rinnovato; su pochi punti fermi è necessario fare esprimere la volontà popolare.
O i partiti di opposizione colgono davvero la portata del cataclisma in atto, oppure non ci sarà speranza per nessuno e le fruste logiche della bieca conservazione e dell’auto-riproduzione dell’attuale ceto politico suoneranno il de profundis di ogni possibilità di cambiamento.
Nei mesi scorsi, con le elezioni amministrative e con i referendum sull’acqua e sul nucleare, i cittadini italiani hanno detto con chiarezza qual è il cambiamento che attendono.
Sembrano passati decenni da allora, da quella rinnovata e vitale passione civile: il dibattito politico è ripiombato nel grigiore, nell’idiotismo, nella vacuità a cui ci ha abituato il berlusconismo. Ma la responsabilità più grossa – perché è in quella direzione che guardano le passioni civili e le domande di cambiamento – è quella dei partiti di opposizione.
Costruire un programma di governo e un progetto di società significa rispondere ad alcune fondamentali domande su quale architettura debba avere la società italiana degli anni a venire.
Proviamo a formulare alcuni di questi quesiti:
L’Italia di domani sarà fondata sul lavoro o sulla rendita?
Si valorizzeranno i beni comuni o si privatizzerà in modo irreversibile ogni sfera della vita umana – dalla salute alla conoscenza, dalla mobilità all’abitare, dalla cultura all’ambiente?
L’Italia di domani sarà un Paese povero con una élite straricca, rinchiusa nei propri fortini dorati, oppure costruiremo un’Italia delle opportunità per tutti, un’Italia libera, aperta e giusta?
Il Paese che verrà sarà fondato sui diritti oppure sui privilegi, sulle regole non scritte, sullo scambio politico?
Un Paese che investe nella cultura, nella scuola, che costruisce la Pace oppure che continua a destinare ingentissime risorse pubbliche all’economia di guerra?
L’Italia di domani sarà un Paese devastato, dipendente e brutto o un Paese bello, sostenibile e umano?
Non sono, cari Bersani, Di Pietro, Vendola, domande retoriche queste ma domande pressanti, assillanti, drammatiche, perché ne va della vita nuda di ognuno di noi.
E allora occorrono risposte chiare, immediate, portatrici di un fare scevro di ambiguità, risposte attorno alle quali misurare il consenso e costruire un’unità di intenti.
Certo, il mondo è complesso, contraddittorio, liquido, ma in tempi straordinari, chi fa Politica deve segnare una direzione, dare valore e senso all’agire collettivo, riaprire lo spazio della volontà e del futuro. Altrimenti, davvero la Politica muore. Altrimenti, davanti avremo le macerie della frustrazione, degli interessi immediati, crudi e violenti, dove ognuno di noi cercherà una propria personale e disperata salvezza, per essere infine sommersi dalla tragedia di un Paese perduto.
Possiamo ancora evitare questa catastrofe.
Ma dipende da tutti noi. Perché il tempo è adesso. Perché il Paese non può aspettare.
SEL Venezia
Iscriviti a:
Post (Atom)