Mi è capitato di leggere, a poche ore di distanza, il punto di vista di due autorevoli economisti sulla crisi globale che stiamo vivendo.
Il primo articolo, a firma di Paul Krugman, sul New York Times del 5 agosto 2011, dal titolo “Le preoccupazioni sbagliate”, mette il dito nella piaga dell’economia americana: la recessione e la dilagante disoccupazione. Il suo “j’accuse” è chiarissimo: l’amministrazione Obama, succube del conservatorismo americano, ha continuato negli ultimi tempi a occuparsi e a preoccuparsi solo di inflazione e di stabilità fiananziaria - l’ “ossessione del deficit”, come la definisce in modo secco ma efficace Krugman –, mentre i cittadini americani erano sempre più in difficoltà: senza soldi e senza lavoro. Il giudizio di Krugman è lucido e diritto: senza crescita e senza occupazione nessuna stabilità finanziaria sarà tale.
Il secondo articolo, a firma di Mario Monti, sul Corriere della Sera del 7 agosto 2011, dal titolo “Il podestà forestiero”, ricorda subito, ai pochi distratti, la fede piena e incondizionata che nutre nei mercati l’autorevole economista nostrano. Una fede che lo porta a fare addirittura proprio il titolo di “mercatista”. Ma soprattutto ad accogliere con entusiasmo le “misure impopolari, ma in realtà positive per gli italiani che verranno” che giungono dai mercati e dall’Europa. Decisioni – sottolinea ancora Monti – prese da un “governo tecnico sopranazionale”. Misure figlie di un “imperativo della stabilità” sacrosanto e necessario. Ora, assunti con responsabilità questi “vincoli esterni”, spetterà – conclude Monti – alla politica italiana disegnare il proprio impegno per la crescita.
Perché così dissonanti questi articoli? Perché così lontani nell’analisi dei problemi e nel sentire i disagi sociali delle rispettive comunità americana e italiana? Perché così opposte le priorità da assegnare alle nostre economie?
Stiamo forse parlando di due mondi distinti o di un unico Mondo – ahimé - in crisi?
Perché oltre Atlantico la crescita è così chiaramente alternativa alle politiche di contenimento del bilancio e alla stabilità monetaria, mentre in Europa potremmo prima tagliare la spesa e poi tranquillamente crescere?
C’è qualcosa di marcio in Danimarca! Qualcosa naturalmente non va in almeno uno dei due ragionamenti.
Quel po’ di macroeconomia che ho imparato nelle aule universitarie mi dice che, a naso, ha ragione Krugman, almeno nel breve termine – e dato che tutta la partita purtroppo si gioca nel breve, nel brevissimo termine…
Queste sono le scelte: o si tutela in primis il lavoro, il potere di acquisto dei lavoratori e delle famiglie o la stabilità, che si raggiungerà forse domani, sarà tristemente inutile. Una soluzione che giungerà quando il paziente sarà ormai cadavere; anzi una soluzione che ne avrà provocato la morte.
E’ cosciente di questo Mario Monti? Si rendono conto i nostri “tecnici” nostrani dello stato in cui versa davvero l’Italia che lavora, o che vorrebbe lavorare e/o che vorrebbe consumare quanto serve per vivere dignitosamente?
Oppure quello che conta è “solo” tranquillizzare i mercati, e poi si vedrà?
“Gli italiani che verranno” non saranno, caro Professor Monti, tutti uguali, perché da questa crisi alcuni usciranno vivi ed altri no. E allora, mentre i “tecnici” preparano nuovi tagli alla spesa sociale, nuovi tagli ai servizi pubblici o ancora, come proposto da un suo esimio collega della Cattolica di Milano, Alberto Quadrio Curzio, un aumento dell’IVA che colpirà solo e unicamente la spesa quotidiana delle famiglie, è ben difficile intravedere o anche solo immaginare la crescita dell’economia italiana.
Ma, piccolo particolare, dei contenuti veri della manovra concordata con l’Europa nessuno sa ancor niente. Forse li conosce il Professor Mario Monti quando definisce quelle scelte “impopolari ma necessarie”?
Un’ultima preoccupata osservazione – e credo sia quella “giusta”, parafrasando Krugman - : se queste sono le scelte, fatte di lacrime e sangue per un popolo ormai allo stremo, che un governo tecnico “deve” adottare, era forse questa la ragione per cui qualcuno voleva chiamare Mario Monti a presiederlo? E il suo articolo di fondo sul Corriere una risposta affermativa e di disponibilità?
lunedì 8 agosto 2011
Economisti ed economisti
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mercoledì 27 luglio 2011
I miliardi che uccidono due volte
Oggi tutto il Parlamento, eccezion fatta per l'IDV e un piccolo gruppo di senatori del PD, ha votato il rifinanziamento delle missioni di guerra.
Un miliardo e mezzo di euro nell'ultimo anno è stato destinato alle spedizioni belliche, mentre si tagliano i servizi pubblici essenziali.
Poche settimane fa, negli stessi giorni in cui si approvava una manovra finanziaria di 47 miliardi di euro, fatta di tagli alla salute, all'istruzione e ai servizi pubblici, si destinavano 30 miliardi (cioè circa l'65% di quelle risorse) all'acquisto di nuovi aerei ed elicotteri militari.
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa" (art.11).
"La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti".
Ecco come la nostra carta costituzionale è gettata alle ortiche e calpestata impunemente tutti i giorni. Perché non interviene su questo, a difesa dei doveri e dei diritti costituzionali, il nostro Presidente della Repubblica? Perché il PD, che siede in Parlamento e che costituisce buona parte dell'opposizione parlamentare, non apre un dibattito pubblico e non ascolta i cittadini italiani? E' senso dello Stato questo? O non si fa altro che alimentare l'allontanamento di tutti noi dalle istituzioni e dalla politica? Mentre noi piangiamo - per i morti in Afghanistan e per i tagli allo stato sociale - Finmeccanica ringrazia. E il guerrafondaio Guarguaglini se la ride.
Un miliardo e mezzo di euro nell'ultimo anno è stato destinato alle spedizioni belliche, mentre si tagliano i servizi pubblici essenziali.
Poche settimane fa, negli stessi giorni in cui si approvava una manovra finanziaria di 47 miliardi di euro, fatta di tagli alla salute, all'istruzione e ai servizi pubblici, si destinavano 30 miliardi (cioè circa l'65% di quelle risorse) all'acquisto di nuovi aerei ed elicotteri militari.
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa" (art.11).
"La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti".
Ecco come la nostra carta costituzionale è gettata alle ortiche e calpestata impunemente tutti i giorni. Perché non interviene su questo, a difesa dei doveri e dei diritti costituzionali, il nostro Presidente della Repubblica? Perché il PD, che siede in Parlamento e che costituisce buona parte dell'opposizione parlamentare, non apre un dibattito pubblico e non ascolta i cittadini italiani? E' senso dello Stato questo? O non si fa altro che alimentare l'allontanamento di tutti noi dalle istituzioni e dalla politica? Mentre noi piangiamo - per i morti in Afghanistan e per i tagli allo stato sociale - Finmeccanica ringrazia. E il guerrafondaio Guarguaglini se la ride.
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mercoledì 15 giugno 2011
Per una nuova Politica: scegliamo noi
Dopo le due splendide vittorie delle amministrative e dei referendum, dopo che gli italiani hanno detto alto e forte che vogliono cambiare, è tempo che la Sinistra riprenda l'iniziativa. Può farlo in due modi: aprendo subito un cantiere politico nel quale possano confluire le idee e le passioni di tanti cittadini, associazioni e partiti; e lanciando senza esitazioni le primarie per scegliere direttamente le persone che saranno chiamate a rappresentarci nel futuro Parlamento nazionale. Primarie per il leader, ma non solo. C'è un modo di abrogare fattualmente il porcellum: far sì che nei territori i cittadini possano scegliere i loro candidati. E' molto semplice, basta volerlo. Per una nuova Politica: scegliamo noi.
Giampietro Pizzo
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lunedì 31 gennaio 2011
Il patrimonio e l’imposta.
Ovvero perché bisogna introdurre un’imposta patrimoniale ordinaria
Non era mia intenzione scomodare lo spirito liberista di Luigi Einaudi nel prendere a prestito, parafrasando, il titolo di una sua famosa opera – La terra e l’imposta –, ma quello cha va ormai affrontato è una questione di rilevanza storica nazionale, perché occorre ridisegnare, senza più indugi, un diverso rapporto tra lavoro, produzione e ricchezza. E se l’illustre economista e Presidente della Repubblica Italiana discorreva sul bisogno di difendere e premiare chi lavora e produce rispetto a chi vive di rendita, oggi si tratta, né più né meno, di tutelare la collettività nazionale rispondendo positivamente al disagio che questa esprime.
Il nostro Paese è il secondo in Europa quanto a dimensione del debito pubblico – 116% del PIL, ci dicono le statistiche – ma è, al contempo, il Paese europeo con il più alto livello di patrimonio privato: una ricchezza equivalente a quasi il doppio del nostro PIL annuo - un dato che ci colloca davanti a Regno Unito e Paesi Bassi.
E’ questa la ragione per cui l’Italia è stata in questi mesi al riparo degli attacchi speculativi che hanno investito prima la Grecia e l’Irlanda e poi, in misura minore, il Portogallo e la Spagna.
Fatta la somma algebrica del debito pubblico e della ricchezza privata, il nostro patrimonio netto è positivo: l’Italia rivela dunque una discreta solidità economica e finanziaria.
La spiegazione di questo fenomeno è, per certi versi, molto semplice: negli ultimi trent’anni di storia repubblicana, mentre i beni e i servizi pubblici venivano prodotti ed erogati in misura superiore a quanto consentissero le entrate fiscali, la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta a ritmi sostenuti.
La descrizione di questo processo economico deve essere però accompagnata da due considerazioni. La prima è che la crescita abnorme della spesa pubblica non è derivata unicamente dalla maggiore offerta di servizi e beni pubblici resi disponibili alla comunità nazionale ma anche, e in un determinato momento in modo prevalente, da uno spreco sconsiderato di risorse pubbliche derivante da fenomeni diffusi di corruzione, da comportamenti demagogici e illeciti. La seconda è che l’aumento della ricchezza privata ha interessato larghi strati della popolazione italiana; l’accresciuta disponibilità era sufficientemente diffusa da beneficiare non solo i ricchi ma anche il ceto medio e persino la popolazione italiana meno abbiente.
Questo stato delle cose potrebbe giustificare, almeno in parte, il prevalere di una certa repulsione per la cosa pubblica e l’affermarsi di una cultura del privato e della privatizzazione delle nostre esistenze vissuta come strategia utile e coerente con quanto stava accadendo nella società italiana. Affondano qui alcune delle radici del berlusconismo: fare da soli significava vivere meglio e con più risorse.
Questo modello è entrato negli ultimi dieci anni gradualmente ma inesorabilmente in crisi.
In particolare, per quanto riguarda la questione che qui ci interessa, è venuta meno la capacità propulsiva della ricchezza privata di crescere indipendentemente o a discapito della ricchezza pubblica. Anzi, per alcune categorie di persone fra le più povere del nostro Paese, quella tendenza si è invertita e anno dopo anno la loro ricchezza complessiva si è ridotta in modo rilevante. Disoccupazione, precarietà economica, riduzione del potere d’acquisto e di accesso ai servizi e beni essenziali, tutto questo si è tradotto direttamente o indirettamente in un crescente indebitamento privato e/o nella riduzione complessiva del patrimonio personale e famigliare.
L’insieme di queste difficoltà sociali ed economiche - le fragilità dei più deboli, i problemi del mercato del lavoro, i ritardi infrastrutturali di un’economia abituata a privatizzare i profitti e a socializzare le perdite - ha prodotto una domanda crescente e insoddisfatta di spesa pubblica. Una domanda non corrotta o demagogica ma reale: una domanda legittima e necessaria.
Le ipoteche storiche e i numeri dell’economia globale esigevano nello stesso momento una riduzione drastica della spesa pubblica anziché una crescita. A questa domanda - nei tempi ormai lontani di Maastricht – l’Italia tutta, e soprattutto l’Italia che lavora, rispose con sacrifici ingenti che consentirono di “rimettere i conti in ordine” - come dissero all’unisono in quegli anni Azeglio Ciampi e Romani Prodi.
Poi, mentre l’Italia arrancava nella competizione globale e nella definizione di un nuovo ordine economico internazionale a noi ostile, ecco abbattersi con tutta la violenza e drammaticità delle crisi capitalistiche ottocentesche, la doccia fredda del settembre 2008. Una crisi finanziaria, economica e sociale che ha bruciato, nel breve volgere di alcuni mesi, quote consistenti del benessere economico e sociale delle famiglie occidentali.
Di fronte alla dimensione della crisi, Stati Uniti, Francia e Germania non hanno esitato a intervenire con ingenti risorse pubbliche, per far fronte ai problemi e ai bisogni immediati dei loro cittadini e delle loro imprese. In Italia questo non è accaduto, e forse non era semplicemente possibile: il fardello del nostro debito pubblico storico ha impedito oggettivamente un intervento all’altezza della situazione.
Tempi migliori verranno – hanno recitato, anche negli ultimi mesi, il nostro ministro delle finanze e i guru dell’economia nazionale. Eppure – ahimé - è chiaro come il Sole che i limiti strutturali dell’economia italiana vanno al di là degli andamenti ciclici ordinari e straordinari. Peggio: il disagio sociale e la marginalità economica di intere fasce di popolazione rendono la loro e la nostra condizione di sofferenza una malattia cronica.
E’ dunque quanto mai urgente un intervento forte, energico, lungimirante di politica economica e di finanza pubblica. Ma con quali risorse, diranno subito i nostri lettori e gli accorti cittadini di questo nostro disgraziato Paese? Risorse non ve ne sono, è la risposta unanime. Anzi, per far fronte ai deficit di bilancio, nuovi tagli a trecento sessanta gradi si stanno già preparando: tagli alla scuola e alla sanità, tagli alla ricerca e al welfare, tagli alla cultura e ai servizi pubblici essenziali. Tagli e ancora tagli: sino a dissolvere non solo l’apparato statale e pubblico ma anche i meccanismi stessi della nostra convivenza civile.
E’ questo lo scenario nel quale vogliamo davvero incamminarci?
Occorre, ora e con molta determinazione, prendere atto che lo squilibrio prodottosi negli ultimi trent’anni deve essere interrotto e rovesciato. Il grande processo di redistribuzione delle risorse a beneficio dei privati e a danno del pubblico non può più continuare: perché è ormai in gioco la stessa sostenibilità sociale e civile del nostro Paese.
Si tratta non solo di proporre e applicare una misura di equità sociale e di perequazione nella copertura degli oneri collettivi, ma si tratta ancor prima di conservare e riprodurre le regole fondanti della nostro vivere comune.
La ricchezza pubblica è stata dilapidata in molti modi – corruzione, spreco, incapacità di una o più classi dirigenti; la ricchezza privata è stata accresciuta in molti modi – capacità di lavoro e imprenditoriale, posizioni di rendita e corruzione, spirito di innovazione e flessibilità, evasione fiscale e opportunismo. Ma questo squilibrio non può più continuare così. Altrimenti il nostro destino è segnato: una minoranza vivrà asserragliata in fortini urbani e in lussuosi quartieri residenziali, mentre la maggioranza si farà sempre più violenta, disperata, emarginata. E’ purtroppo uno scenario molto reale, che conoscono e sperimentano giorno dopo giorno intere società, dal Messico alla Nigeria.
Questo processo di redistribuzione del reddito in grado di “rimettere (socialmente) i conti in ordine” non può attendere e non può essere praticato solo attraverso gli strumenti esistenti.
Le imposte sul reddito intervengono regolando il flusso annuo della ricchezza. Anche questo è un obiettivo importante in un Paese nel quale l’evasione fiscale è stimata in 200 miliardi di euro; o quando assistiamo a forme più o meno occulte di elusione fiscale a beneficio dei profitti derivanti da speculazioni immobiliari e finanziarie. Ma non basta.
Gli stock accumulati – positivo quello privato e negativo quello pubblico - stanno condizionando le scelte politiche ed economiche di intere società.
E’ tempo che il loro contributo positivo sia rilevante. Per questo un’imposta patrimoniale ordinaria, capace di ridurre in pochi anni al 60% il nostro debito pubblico, è necessaria. Un’imposta ordinaria e non una misura pesante e una tantum, perché questo Paese ha bisogno di regole e di comportamenti virtuosi, senza giustizialismi di nessun tipo e tantomeno di un giustizialismo tributario. Ma occorre registrare che stiamo vivendo in una società in cui si può essere poveri lavorando e si può essere ricchi vivendo di rendita: e questo è sommamente ingiusto, diseducativo, incivile.
Una patrimoniale giusta nel metodo e ma soprattutto utile nel fine: perché abbiamo bisogno di più ricerca e istruzione, di più sanità e infrastrutture, di più servizi ai cittadini e di aiuti veri ai lavoratori in difficoltà.
Una società che vuole avere un futuro è una società nella quale la ricchezza o è comune oppure non è. Un Paese, invece, nel quale il 50% della ricchezza prodotta appartiene a meno di un decimo della popolazione, non è un Paese ricco; anzi è un Paese infelice, insicuro, in definitiva, un Paese povero.
Per questo è necessario ragionare di imposta patrimoniale.
Venezia, 31 gennaio 2011
Giampietro Pizzo
Non era mia intenzione scomodare lo spirito liberista di Luigi Einaudi nel prendere a prestito, parafrasando, il titolo di una sua famosa opera – La terra e l’imposta –, ma quello cha va ormai affrontato è una questione di rilevanza storica nazionale, perché occorre ridisegnare, senza più indugi, un diverso rapporto tra lavoro, produzione e ricchezza. E se l’illustre economista e Presidente della Repubblica Italiana discorreva sul bisogno di difendere e premiare chi lavora e produce rispetto a chi vive di rendita, oggi si tratta, né più né meno, di tutelare la collettività nazionale rispondendo positivamente al disagio che questa esprime.
Il nostro Paese è il secondo in Europa quanto a dimensione del debito pubblico – 116% del PIL, ci dicono le statistiche – ma è, al contempo, il Paese europeo con il più alto livello di patrimonio privato: una ricchezza equivalente a quasi il doppio del nostro PIL annuo - un dato che ci colloca davanti a Regno Unito e Paesi Bassi.
E’ questa la ragione per cui l’Italia è stata in questi mesi al riparo degli attacchi speculativi che hanno investito prima la Grecia e l’Irlanda e poi, in misura minore, il Portogallo e la Spagna.
Fatta la somma algebrica del debito pubblico e della ricchezza privata, il nostro patrimonio netto è positivo: l’Italia rivela dunque una discreta solidità economica e finanziaria.
La spiegazione di questo fenomeno è, per certi versi, molto semplice: negli ultimi trent’anni di storia repubblicana, mentre i beni e i servizi pubblici venivano prodotti ed erogati in misura superiore a quanto consentissero le entrate fiscali, la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta a ritmi sostenuti.
La descrizione di questo processo economico deve essere però accompagnata da due considerazioni. La prima è che la crescita abnorme della spesa pubblica non è derivata unicamente dalla maggiore offerta di servizi e beni pubblici resi disponibili alla comunità nazionale ma anche, e in un determinato momento in modo prevalente, da uno spreco sconsiderato di risorse pubbliche derivante da fenomeni diffusi di corruzione, da comportamenti demagogici e illeciti. La seconda è che l’aumento della ricchezza privata ha interessato larghi strati della popolazione italiana; l’accresciuta disponibilità era sufficientemente diffusa da beneficiare non solo i ricchi ma anche il ceto medio e persino la popolazione italiana meno abbiente.
Questo stato delle cose potrebbe giustificare, almeno in parte, il prevalere di una certa repulsione per la cosa pubblica e l’affermarsi di una cultura del privato e della privatizzazione delle nostre esistenze vissuta come strategia utile e coerente con quanto stava accadendo nella società italiana. Affondano qui alcune delle radici del berlusconismo: fare da soli significava vivere meglio e con più risorse.
Questo modello è entrato negli ultimi dieci anni gradualmente ma inesorabilmente in crisi.
In particolare, per quanto riguarda la questione che qui ci interessa, è venuta meno la capacità propulsiva della ricchezza privata di crescere indipendentemente o a discapito della ricchezza pubblica. Anzi, per alcune categorie di persone fra le più povere del nostro Paese, quella tendenza si è invertita e anno dopo anno la loro ricchezza complessiva si è ridotta in modo rilevante. Disoccupazione, precarietà economica, riduzione del potere d’acquisto e di accesso ai servizi e beni essenziali, tutto questo si è tradotto direttamente o indirettamente in un crescente indebitamento privato e/o nella riduzione complessiva del patrimonio personale e famigliare.
L’insieme di queste difficoltà sociali ed economiche - le fragilità dei più deboli, i problemi del mercato del lavoro, i ritardi infrastrutturali di un’economia abituata a privatizzare i profitti e a socializzare le perdite - ha prodotto una domanda crescente e insoddisfatta di spesa pubblica. Una domanda non corrotta o demagogica ma reale: una domanda legittima e necessaria.
Le ipoteche storiche e i numeri dell’economia globale esigevano nello stesso momento una riduzione drastica della spesa pubblica anziché una crescita. A questa domanda - nei tempi ormai lontani di Maastricht – l’Italia tutta, e soprattutto l’Italia che lavora, rispose con sacrifici ingenti che consentirono di “rimettere i conti in ordine” - come dissero all’unisono in quegli anni Azeglio Ciampi e Romani Prodi.
Poi, mentre l’Italia arrancava nella competizione globale e nella definizione di un nuovo ordine economico internazionale a noi ostile, ecco abbattersi con tutta la violenza e drammaticità delle crisi capitalistiche ottocentesche, la doccia fredda del settembre 2008. Una crisi finanziaria, economica e sociale che ha bruciato, nel breve volgere di alcuni mesi, quote consistenti del benessere economico e sociale delle famiglie occidentali.
Di fronte alla dimensione della crisi, Stati Uniti, Francia e Germania non hanno esitato a intervenire con ingenti risorse pubbliche, per far fronte ai problemi e ai bisogni immediati dei loro cittadini e delle loro imprese. In Italia questo non è accaduto, e forse non era semplicemente possibile: il fardello del nostro debito pubblico storico ha impedito oggettivamente un intervento all’altezza della situazione.
Tempi migliori verranno – hanno recitato, anche negli ultimi mesi, il nostro ministro delle finanze e i guru dell’economia nazionale. Eppure – ahimé - è chiaro come il Sole che i limiti strutturali dell’economia italiana vanno al di là degli andamenti ciclici ordinari e straordinari. Peggio: il disagio sociale e la marginalità economica di intere fasce di popolazione rendono la loro e la nostra condizione di sofferenza una malattia cronica.
E’ dunque quanto mai urgente un intervento forte, energico, lungimirante di politica economica e di finanza pubblica. Ma con quali risorse, diranno subito i nostri lettori e gli accorti cittadini di questo nostro disgraziato Paese? Risorse non ve ne sono, è la risposta unanime. Anzi, per far fronte ai deficit di bilancio, nuovi tagli a trecento sessanta gradi si stanno già preparando: tagli alla scuola e alla sanità, tagli alla ricerca e al welfare, tagli alla cultura e ai servizi pubblici essenziali. Tagli e ancora tagli: sino a dissolvere non solo l’apparato statale e pubblico ma anche i meccanismi stessi della nostra convivenza civile.
E’ questo lo scenario nel quale vogliamo davvero incamminarci?
Occorre, ora e con molta determinazione, prendere atto che lo squilibrio prodottosi negli ultimi trent’anni deve essere interrotto e rovesciato. Il grande processo di redistribuzione delle risorse a beneficio dei privati e a danno del pubblico non può più continuare: perché è ormai in gioco la stessa sostenibilità sociale e civile del nostro Paese.
Si tratta non solo di proporre e applicare una misura di equità sociale e di perequazione nella copertura degli oneri collettivi, ma si tratta ancor prima di conservare e riprodurre le regole fondanti della nostro vivere comune.
La ricchezza pubblica è stata dilapidata in molti modi – corruzione, spreco, incapacità di una o più classi dirigenti; la ricchezza privata è stata accresciuta in molti modi – capacità di lavoro e imprenditoriale, posizioni di rendita e corruzione, spirito di innovazione e flessibilità, evasione fiscale e opportunismo. Ma questo squilibrio non può più continuare così. Altrimenti il nostro destino è segnato: una minoranza vivrà asserragliata in fortini urbani e in lussuosi quartieri residenziali, mentre la maggioranza si farà sempre più violenta, disperata, emarginata. E’ purtroppo uno scenario molto reale, che conoscono e sperimentano giorno dopo giorno intere società, dal Messico alla Nigeria.
Questo processo di redistribuzione del reddito in grado di “rimettere (socialmente) i conti in ordine” non può attendere e non può essere praticato solo attraverso gli strumenti esistenti.
Le imposte sul reddito intervengono regolando il flusso annuo della ricchezza. Anche questo è un obiettivo importante in un Paese nel quale l’evasione fiscale è stimata in 200 miliardi di euro; o quando assistiamo a forme più o meno occulte di elusione fiscale a beneficio dei profitti derivanti da speculazioni immobiliari e finanziarie. Ma non basta.
Gli stock accumulati – positivo quello privato e negativo quello pubblico - stanno condizionando le scelte politiche ed economiche di intere società.
E’ tempo che il loro contributo positivo sia rilevante. Per questo un’imposta patrimoniale ordinaria, capace di ridurre in pochi anni al 60% il nostro debito pubblico, è necessaria. Un’imposta ordinaria e non una misura pesante e una tantum, perché questo Paese ha bisogno di regole e di comportamenti virtuosi, senza giustizialismi di nessun tipo e tantomeno di un giustizialismo tributario. Ma occorre registrare che stiamo vivendo in una società in cui si può essere poveri lavorando e si può essere ricchi vivendo di rendita: e questo è sommamente ingiusto, diseducativo, incivile.
Una patrimoniale giusta nel metodo e ma soprattutto utile nel fine: perché abbiamo bisogno di più ricerca e istruzione, di più sanità e infrastrutture, di più servizi ai cittadini e di aiuti veri ai lavoratori in difficoltà.
Una società che vuole avere un futuro è una società nella quale la ricchezza o è comune oppure non è. Un Paese, invece, nel quale il 50% della ricchezza prodotta appartiene a meno di un decimo della popolazione, non è un Paese ricco; anzi è un Paese infelice, insicuro, in definitiva, un Paese povero.
Per questo è necessario ragionare di imposta patrimoniale.
Venezia, 31 gennaio 2011
Giampietro Pizzo
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giovedì 25 novembre 2010
Avvoltoi e macellai
In queste ore, i venti assassini della finanza speculativa sconquassano ancora una volta, a pochi mesi dalla drammatica crisi greca, i cieli europei. E’ la volta dell’Irlanda – la “bonne élève” delle politiche europee di globalizzazione.
Purtroppo, l’instabilità monetaria, che agita le cronache dei giornali, è solo il triste annuncio di quello che rischia di succedere nelle prossime settimane: prima il prosciugamento delle già scarse risorse pubbliche comunitarie, poi, freddi e inesorabili, i tagli ai bilanci e alla spesa pubblica in molti Paesi europei.
Francesco Giavazzi scrive sul Corriere della Sera del 24 novembre che sono “l’incertezza e i ritardi della politica che preoccupano i mercati e che alimentano la speculazione”.
Mercati e speculazione– sarebbe bene che lo ammettesse per una volta Giavazzi – non sono entità metafisiche e astratte. Anzi, a ben vedere, proprio in queste ore, “mercati” e “speculazione” rappresentano interessi ben precisi, con nomi e cognomi tra i noti gruppi di investitori finanziari internazionali. Istituzioni finanziarie scientemente organizzate per lucrare sulle sciagure di interi comparti di economia pubblica e su ampie fasce di società.
Occorre dare un nome a questi professionisti della speculazione finanziaria, e il loro nome è senza enfasi: avvoltoi. Avvoltoi che, in nome del libero mercato, guadagnano in pochi secondi enormi somme di denaro giocando al ribasso o al rialzo, poco importa, sulle quotazioni dei titoli pubblici; avvoltoi che aggrediscono, alla stregua di carogne, ieri la Grecia, oggi l’Irlanda, domani il Portogallo, dopodomani la Spagna e, infine, chissà?
Sia chiaro: non sono investitori costoro e non è mercato codesto.
Ma di fronte a tanto disastro finanziario, ecco che l’economista, come ogni buon medico chiamato al capezzale del malato, emette la sua diagnosi e proclama la propria ricetta. E qual è la ricetta del medico Giavazzi? Occorre “limitare la garanzia (del Fondo europeo per la stabilità) al livello pattuito nel Trattato di Maastricht”, ovvero per un massimo del 60% del debito pubblico dei singoli Stati. Oltre quel limite – specifica Giavazzi – che ognuno si arrangi e faccia quello che meglio crede per salvarsi dagli avvoltoi, perché l’Europa intera nulla può di fronte alla potenza del mercato!
“Quello che meglio crede” è da intendersi, con le politiche monetarie e fiscali prevalenti, né più né meno che cruda macelleria sociale.
In Italia, questo significherebbe ancora una volta - e lo sappiamo già per esperienza diretta: tagli indiscriminati alla scuola, alla sanità, al welfare, all’occupazione.
Lo vediamo proprio in queste ore in Irlanda che cosa significhi macelleria sociale: decine di migliaia di posti di lavoro pubblico soppressi, tagli enormi agli investimenti, alla spesa sociale, ai consumi dei ceti medi e bassi della popolazione. Gli unici strumenti di politica economica che non vengono toccati – “per non preoccupare i mercati” – sono le esenzioni e gli incentivi fiscali alle imprese.
Tra gli analisti, qualcuno ha – mi chiedo – la più pallida idea di quali siano le conseguenze sociali di questo modo di agire? Qualcuno si interroga davvero su quale sia la valenza sociale di una redistribuzione di ricchezza di proporzioni bibliche come quella a cui assistiamo, dalle tasche di gente che fatica ad arrivare a fine mese a beneficio dei conti blindati delle istituzioni finanziarie che in questi giorni macinano profitti giganteschi di miliardi di euro?
All’indecenza morale degli avvoltoi, non è razionale né lecito rispondere con il cinismo dei macellai.
Occorre invertire la rotta prima che sia troppo tardi. Prima che i disastri che questa crisi finanziaria sta provocando producano tali quantità di odio sociale da indurre una sequela di conflitti e un caos civile che nessuno saprebbe governare.
Per questo occorre andare oltre le ciniche pratiche di economia da guerra civile che attraversano l’Europa per tornare il prima possibile alla Ragione.
Giampietro Pizzo
Venezia, 25 novembre 2010
PS: Se qualcuno volesse davvero esercitarsi con politiche di riduzione del deficit pubblico e di contenimento del debito pubblico italiano potrebbe, intanto, cominciare con fare due cose. La prima, sul fronte delle entrate, si chiama imposta sulle transazioni finanziarie, ovvero sulle speculazioni finanziarie. Ne deriverebbe un’entrata di proporzioni tali che molti dei nostri problemi fiscali assumerebbero tutt’altra proporzione. La seconda, sul fronte della spesa, si chiama riduzione drastica della spesa militare. Gli attacchi da cui dobbiamo difenderci non si arrestano certo con armi e aerei caccia. Semmai il contrario. E sarebbe proprio un bel taglio alla spesa pubblica!
Purtroppo, l’instabilità monetaria, che agita le cronache dei giornali, è solo il triste annuncio di quello che rischia di succedere nelle prossime settimane: prima il prosciugamento delle già scarse risorse pubbliche comunitarie, poi, freddi e inesorabili, i tagli ai bilanci e alla spesa pubblica in molti Paesi europei.
Francesco Giavazzi scrive sul Corriere della Sera del 24 novembre che sono “l’incertezza e i ritardi della politica che preoccupano i mercati e che alimentano la speculazione”.
Mercati e speculazione– sarebbe bene che lo ammettesse per una volta Giavazzi – non sono entità metafisiche e astratte. Anzi, a ben vedere, proprio in queste ore, “mercati” e “speculazione” rappresentano interessi ben precisi, con nomi e cognomi tra i noti gruppi di investitori finanziari internazionali. Istituzioni finanziarie scientemente organizzate per lucrare sulle sciagure di interi comparti di economia pubblica e su ampie fasce di società.
Occorre dare un nome a questi professionisti della speculazione finanziaria, e il loro nome è senza enfasi: avvoltoi. Avvoltoi che, in nome del libero mercato, guadagnano in pochi secondi enormi somme di denaro giocando al ribasso o al rialzo, poco importa, sulle quotazioni dei titoli pubblici; avvoltoi che aggrediscono, alla stregua di carogne, ieri la Grecia, oggi l’Irlanda, domani il Portogallo, dopodomani la Spagna e, infine, chissà?
Sia chiaro: non sono investitori costoro e non è mercato codesto.
Ma di fronte a tanto disastro finanziario, ecco che l’economista, come ogni buon medico chiamato al capezzale del malato, emette la sua diagnosi e proclama la propria ricetta. E qual è la ricetta del medico Giavazzi? Occorre “limitare la garanzia (del Fondo europeo per la stabilità) al livello pattuito nel Trattato di Maastricht”, ovvero per un massimo del 60% del debito pubblico dei singoli Stati. Oltre quel limite – specifica Giavazzi – che ognuno si arrangi e faccia quello che meglio crede per salvarsi dagli avvoltoi, perché l’Europa intera nulla può di fronte alla potenza del mercato!
“Quello che meglio crede” è da intendersi, con le politiche monetarie e fiscali prevalenti, né più né meno che cruda macelleria sociale.
In Italia, questo significherebbe ancora una volta - e lo sappiamo già per esperienza diretta: tagli indiscriminati alla scuola, alla sanità, al welfare, all’occupazione.
Lo vediamo proprio in queste ore in Irlanda che cosa significhi macelleria sociale: decine di migliaia di posti di lavoro pubblico soppressi, tagli enormi agli investimenti, alla spesa sociale, ai consumi dei ceti medi e bassi della popolazione. Gli unici strumenti di politica economica che non vengono toccati – “per non preoccupare i mercati” – sono le esenzioni e gli incentivi fiscali alle imprese.
Tra gli analisti, qualcuno ha – mi chiedo – la più pallida idea di quali siano le conseguenze sociali di questo modo di agire? Qualcuno si interroga davvero su quale sia la valenza sociale di una redistribuzione di ricchezza di proporzioni bibliche come quella a cui assistiamo, dalle tasche di gente che fatica ad arrivare a fine mese a beneficio dei conti blindati delle istituzioni finanziarie che in questi giorni macinano profitti giganteschi di miliardi di euro?
All’indecenza morale degli avvoltoi, non è razionale né lecito rispondere con il cinismo dei macellai.
Occorre invertire la rotta prima che sia troppo tardi. Prima che i disastri che questa crisi finanziaria sta provocando producano tali quantità di odio sociale da indurre una sequela di conflitti e un caos civile che nessuno saprebbe governare.
Per questo occorre andare oltre le ciniche pratiche di economia da guerra civile che attraversano l’Europa per tornare il prima possibile alla Ragione.
Giampietro Pizzo
Venezia, 25 novembre 2010
PS: Se qualcuno volesse davvero esercitarsi con politiche di riduzione del deficit pubblico e di contenimento del debito pubblico italiano potrebbe, intanto, cominciare con fare due cose. La prima, sul fronte delle entrate, si chiama imposta sulle transazioni finanziarie, ovvero sulle speculazioni finanziarie. Ne deriverebbe un’entrata di proporzioni tali che molti dei nostri problemi fiscali assumerebbero tutt’altra proporzione. La seconda, sul fronte della spesa, si chiama riduzione drastica della spesa militare. Gli attacchi da cui dobbiamo difenderci non si arrestano certo con armi e aerei caccia. Semmai il contrario. E sarebbe proprio un bel taglio alla spesa pubblica!
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lunedì 8 novembre 2010
I due Paesi
Per capire l’Italia di oggi non c’è bisogno di aprire i giornali, le televisioni, i media in generale. Anzi questo rende tutto più difficile, confuso, inutile. Per capire questo nostro povero e bistrattato Paese, bisogna avere occhi nuovi, ma capaci di memoria.
E’ questo che si fa drammaticamente urgente: vedere, ascoltare, capire.
Non vedono i politici che, in queste ore, ripropongono polemiche vuote, vecchi sotterfugi, giochetti tattici, dentro e fuori il Palazzo in nome di una crisi istituzionale, a sentir loro, da evitare a tutti i costi.
Non ascoltano i ministri di questo governo ormai morto, né lo fanno i capitani di ventura di un capitalismo senza vergogna, mentre predicano all’unisono ricette marce e false sulla ripresa dell’economia italiana.
Non capiscono gli esperti sondaggisti né gli analisti politici quello che di profondo, irreversibile, inedito sta accadendo nella società italiana.
Per questo dobbiamo vedere, ascoltare, capire per conto nostro.
Dobbiamo farlo fuori dal Palazzo e fuori dalle accademie; fuori dai consigli di amministrazione delle grandi società e fuori dalle riunioni di redazione dei giornali. Dobbiamo farlo noi che “fuori” da quel mondo autoreferenziale e spesso fasullo ci siamo già.
Eppure non lo possiamo fare ognuno per proprio conto: dobbiamo essere in tanti ritrovando, soprattutto, il modo di stare insieme.
Conosciamo la nostra condizione. Siamo poveri di strumenti di analisi, perché in questi anni hanno fatto tabula rasa delle pratiche di partecipazione cittadina. Siamo disorientati e spaventati, perché le mille sirene del berlusconismo sono entrate un po’ nelle orecchie di tutti: nessuno escluso. Siamo confusi e incerti nella ricerca di quali principi e regole sociali ci debbano guidare, perché l’amoralità, lo scetticismo, il qualunquismo hanno annullato decenni di democrazia.
Eppure dobbiamo farlo. E credo che molti stiano pensando la stessa cosa: che nessuno si salva dinanzi alla catastrofe culturale di un Paese; nessuno uscirebbe indenne dai crolli sociali e nessuno potrebbe sottrarsi ai fiumi di fango che irromperebbero fino in fondo alle nostre vite private e pubbliche.
E’ questa istanza, questa urgenza che io chiamerei, per intenderci, la “nuova Politica”. Una “nuova Politica” che sia un moto di salvezza, una reazione di vita, capace di attraversare le attuali appartenenze politiche sconvolgendole alla radice.
Questa azione collettiva, chiamata a salvare l’Italia, non sarà certo indolore: bisognerà saper indicare responsabilità e omissioni, ipocrisie e inettitudini; per questo, occorrerà, fra l’altro, un “radicale” ricambio di classe dirigente.
In tempi straordinari, la moderazione è cattiva consigliera e il buon senso comune è chiamato a dormire per un po’ il sonno dei giusti.
In tempi nuovi, occorre essere aperti, lungimiranti e generosi, andando oltre i rancori e le idiozie competitive, trascurando i vili egoismi individuali.
Questo accadde nei tempi bui della catastrofe fascista e dell’occupazione nazista. In quell’Italia martoriata e affamata, un ciclo nuovo si aprì. Chi ne fu protagonista non furono uomini e donne eccezionali ma persone comuni che assunsero su di sé il destino di un popolo.
Io credo che questo possa e debba – pena il caos e la barbarie – succedere in Italia oggi.
A questo progetto politico, che non ha certo segnata la strada, ma che è memore di quanto di buono si è costruito in Italia nella seconda metà del Novecento, siamo chiamati a contribuire. Lo vogliamo fare da quella parte, che si chiama Sinistra, che incarna ancor oggi, in modo inequivocabile, i valori della giustizia, dell’eguaglianza e della libertà.
Pier Paolo Pasolini, nel suo ultimo anno di vita, quasi presagendo la fine, accelerò enormemente il proprio sforzo per vedere, ascoltare e capire che cos’era l’Italia. Vide una società che si arrendeva al peggio di sé stessa; ascoltò, con tutta la sua sensibilità di poeta e di intellettuale, i mille silenzi sulle stragi di Stato e le voci mute delle vittime; capì che una nuova forza politica doveva farsi carico, prima che fosse troppo tardi, “della salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche”.
Ma quella forza politica – che per Pasolini era allora il Partito Comunista - doveva farlo andando oltre le separazioni, risolvendo innanzitutto il paradosso di accontentarsi di rappresentare “un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico”.
Perché l’antica divisione dell’Italia “in due paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività”.
Per questa ragione non possiamo essere solo una Parte/Partito, perché non possiamo rappresentare solo il migliore di quei due Paesi, ma dobbiamo far sì che quell’altro Paese, che ha, in questi decenni, invaso, distorto, distrutto le nostre vite, venga letteralmente meno, si dissolva, si annulli, per lasciare posto, pacificamente, a un solo grande pulito onesto intelligente colto Paese.
E’ questo l’unico obiettivo della Politica che verrà.
8 novembre 2010
Giampietro Pizzo
E’ questo che si fa drammaticamente urgente: vedere, ascoltare, capire.
Non vedono i politici che, in queste ore, ripropongono polemiche vuote, vecchi sotterfugi, giochetti tattici, dentro e fuori il Palazzo in nome di una crisi istituzionale, a sentir loro, da evitare a tutti i costi.
Non ascoltano i ministri di questo governo ormai morto, né lo fanno i capitani di ventura di un capitalismo senza vergogna, mentre predicano all’unisono ricette marce e false sulla ripresa dell’economia italiana.
Non capiscono gli esperti sondaggisti né gli analisti politici quello che di profondo, irreversibile, inedito sta accadendo nella società italiana.
Per questo dobbiamo vedere, ascoltare, capire per conto nostro.
Dobbiamo farlo fuori dal Palazzo e fuori dalle accademie; fuori dai consigli di amministrazione delle grandi società e fuori dalle riunioni di redazione dei giornali. Dobbiamo farlo noi che “fuori” da quel mondo autoreferenziale e spesso fasullo ci siamo già.
Eppure non lo possiamo fare ognuno per proprio conto: dobbiamo essere in tanti ritrovando, soprattutto, il modo di stare insieme.
Conosciamo la nostra condizione. Siamo poveri di strumenti di analisi, perché in questi anni hanno fatto tabula rasa delle pratiche di partecipazione cittadina. Siamo disorientati e spaventati, perché le mille sirene del berlusconismo sono entrate un po’ nelle orecchie di tutti: nessuno escluso. Siamo confusi e incerti nella ricerca di quali principi e regole sociali ci debbano guidare, perché l’amoralità, lo scetticismo, il qualunquismo hanno annullato decenni di democrazia.
Eppure dobbiamo farlo. E credo che molti stiano pensando la stessa cosa: che nessuno si salva dinanzi alla catastrofe culturale di un Paese; nessuno uscirebbe indenne dai crolli sociali e nessuno potrebbe sottrarsi ai fiumi di fango che irromperebbero fino in fondo alle nostre vite private e pubbliche.
E’ questa istanza, questa urgenza che io chiamerei, per intenderci, la “nuova Politica”. Una “nuova Politica” che sia un moto di salvezza, una reazione di vita, capace di attraversare le attuali appartenenze politiche sconvolgendole alla radice.
Questa azione collettiva, chiamata a salvare l’Italia, non sarà certo indolore: bisognerà saper indicare responsabilità e omissioni, ipocrisie e inettitudini; per questo, occorrerà, fra l’altro, un “radicale” ricambio di classe dirigente.
In tempi straordinari, la moderazione è cattiva consigliera e il buon senso comune è chiamato a dormire per un po’ il sonno dei giusti.
In tempi nuovi, occorre essere aperti, lungimiranti e generosi, andando oltre i rancori e le idiozie competitive, trascurando i vili egoismi individuali.
Questo accadde nei tempi bui della catastrofe fascista e dell’occupazione nazista. In quell’Italia martoriata e affamata, un ciclo nuovo si aprì. Chi ne fu protagonista non furono uomini e donne eccezionali ma persone comuni che assunsero su di sé il destino di un popolo.
Io credo che questo possa e debba – pena il caos e la barbarie – succedere in Italia oggi.
A questo progetto politico, che non ha certo segnata la strada, ma che è memore di quanto di buono si è costruito in Italia nella seconda metà del Novecento, siamo chiamati a contribuire. Lo vogliamo fare da quella parte, che si chiama Sinistra, che incarna ancor oggi, in modo inequivocabile, i valori della giustizia, dell’eguaglianza e della libertà.
Pier Paolo Pasolini, nel suo ultimo anno di vita, quasi presagendo la fine, accelerò enormemente il proprio sforzo per vedere, ascoltare e capire che cos’era l’Italia. Vide una società che si arrendeva al peggio di sé stessa; ascoltò, con tutta la sua sensibilità di poeta e di intellettuale, i mille silenzi sulle stragi di Stato e le voci mute delle vittime; capì che una nuova forza politica doveva farsi carico, prima che fosse troppo tardi, “della salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche”.
Ma quella forza politica – che per Pasolini era allora il Partito Comunista - doveva farlo andando oltre le separazioni, risolvendo innanzitutto il paradosso di accontentarsi di rappresentare “un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico”.
Perché l’antica divisione dell’Italia “in due paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività”.
Per questa ragione non possiamo essere solo una Parte/Partito, perché non possiamo rappresentare solo il migliore di quei due Paesi, ma dobbiamo far sì che quell’altro Paese, che ha, in questi decenni, invaso, distorto, distrutto le nostre vite, venga letteralmente meno, si dissolva, si annulli, per lasciare posto, pacificamente, a un solo grande pulito onesto intelligente colto Paese.
E’ questo l’unico obiettivo della Politica che verrà.
8 novembre 2010
Giampietro Pizzo
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mercoledì 13 ottobre 2010
Meno tasse, più imposte
Il federalismo fiscale è ormai alle porte. E mentre la Lega canta vittoria, molti cittadini si interrogano su quale sarà l’effettivo impatto sulla loro condizione economica e sociale.
Lo slogan “meno tasse per tutti” è ormai più un luogo comune del teatrino della politica che una reale opzione amministrativa. Il federalismo fiscale aveva, al riguardo, creato inizialmente molte aspettative. Ora le cose cominciano a rivelarsi per quello che sono: il passaggio di competenze agli Enti Locali avverrà senza un’adeguata copertura finanziaria e stante la situazione di grave crisi della finanza pubblica, le Regioni e i Comuni saranno obbligati a introdurre nuovi balzelli e nuove tasse per far quadrare i conti.
Di fronte a questa situazione, bisognerà mettere da parte gli slogan e fare finalmente sul serio. Fare sul serio significa, ad esempio, porre con chiarezza il tema delle entrate tributarie.
Per cominciare, è bene che i cittadini sappiano di cosa si sta parlando.
Ciò che quotidianamente chiamiamo “tasse”, corrisponde, in realtà, a due categorie tributarie radicalmente diverse: le imposte, da un lato, e le tasse e vere e proprie, dall’altro. Non si tratta di introdurre capziosi distinguo accademici ma di rendere evidente qual è la sostanziale differenza tra i due strumenti di prelievo fiscale.
Le tasse sono il prezzo che i cittadini pagano per un servizio pubblico: sono tasse quelle sui rifiuti, sul traffico portuale e aeroportuale, etc.
In realtà, sempre più, per alcuni servizi pubblici quantificabili, alle tasse vere e proprie si vanno sostituendo sistemi specifici di tariffazione (è questo il caso, ad esempio, dei rifiuti).
Le imposte invece sono un tributo non legato a uno specifico servizio pubblico; costituiscono un prelievo generale per far fronte alla spesa pubblica. Come recita l’articolo 53 della nostra Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”
Di questo criterio di progressività, basato sul principio “chi più ha, più paga”, nessuno oggi sembra volersi ricordare. Le “tasse” hanno dunque prevalso oltre che nell’uso linguistico anche nella pratica politica.
Ecco allora che di fronte alla crisi della finanza locale, la risposta più immediata e automatica è: aumentiamo tasse e tariffe.
E’ successo, a Venezia, pochi mesi fa, con le tariffe del trasporto pubblico e sembra destinato a succedere a breve per i rifiuti, le mense scolastiche e per tanti altri servizi pubblici essenziali. In questo modo, l’iniquità è palese: tutti pagano lo stesso contributo, sia che si tratti di un disoccupato o di uno studente, sia che si tratti di un ricco possidente. L’effetto è chiaramente regressivo perché il sacrificio per chi ha un reddito modesto e un bisogno incomprimibile è di gran lunga più elevato di chi ha redditi alti e beneficia, in alternativa, di servizi privati (il caso più emblematico è la sanità).
Per riaffermare un minimo di giustizia fiscale, dobbiamo tornare a parlare di imposte. E’ noto a tutti che gli Enti Locali non hanno “autonomia impositiva”, ma questi dovranno, volenti o nolenti, ottenerla se non vorranno dichiarare fallimento. In primis, l’addizionale IRPEF. Ma non basta. Occorrono un’imposta sui fabbricati e una sui grandi patrimoni. E a Venezia ce n’è bisogno più che altrove, perché questa città non può essere trattata alla stregua di una mucca da mungere, peraltro particolarmente debilitata, dove coloro che ne traggono il massimo beneficio non si preoccupano affatto se riesce a nutrirsi a sufficienza!
I francesi ricordano spesso che fu per una diversa giustizia fiscale che fecero la rivoluzione del ’89. Presso i cugini d’oltralpe, diritti individuali e doveri cittadini costituiscono l’architettura stessa del farsi comunità. Per questa ragione, in Francia pagare le imposte è parte essenziale dell’essere cittadino. La storia italiana è un’altra: senza vere rivoluzioni e con molte mediazioni. Eppure abbiamo bisogno degli stessi materiali per ricostruire un patto fiduciario tra i cittadini; un new deal che ci consenta di uscire dal pantano in cui ci troviamo.
E’ tempo che i cantori del liberismo smettano di predicare che con la crescita le entrate pubbliche torneranno ad aumentare, perché non c’è sviluppo laddove non vi è il minimo per preparare il futuro. Un minimo che si chiama scuola, sanità, manutenzione delle infrastrutture esistenti, trasporti efficienti, etc.
Perché, per sfatare un altro luogo comune, da un pezzo, nel nostro bel Paese, non paga più Pantalone ma semmai il povero Arlecchino. E’ ora di cambiare copione.
Giampietro Pizzo
Lo slogan “meno tasse per tutti” è ormai più un luogo comune del teatrino della politica che una reale opzione amministrativa. Il federalismo fiscale aveva, al riguardo, creato inizialmente molte aspettative. Ora le cose cominciano a rivelarsi per quello che sono: il passaggio di competenze agli Enti Locali avverrà senza un’adeguata copertura finanziaria e stante la situazione di grave crisi della finanza pubblica, le Regioni e i Comuni saranno obbligati a introdurre nuovi balzelli e nuove tasse per far quadrare i conti.
Di fronte a questa situazione, bisognerà mettere da parte gli slogan e fare finalmente sul serio. Fare sul serio significa, ad esempio, porre con chiarezza il tema delle entrate tributarie.
Per cominciare, è bene che i cittadini sappiano di cosa si sta parlando.
Ciò che quotidianamente chiamiamo “tasse”, corrisponde, in realtà, a due categorie tributarie radicalmente diverse: le imposte, da un lato, e le tasse e vere e proprie, dall’altro. Non si tratta di introdurre capziosi distinguo accademici ma di rendere evidente qual è la sostanziale differenza tra i due strumenti di prelievo fiscale.
Le tasse sono il prezzo che i cittadini pagano per un servizio pubblico: sono tasse quelle sui rifiuti, sul traffico portuale e aeroportuale, etc.
In realtà, sempre più, per alcuni servizi pubblici quantificabili, alle tasse vere e proprie si vanno sostituendo sistemi specifici di tariffazione (è questo il caso, ad esempio, dei rifiuti).
Le imposte invece sono un tributo non legato a uno specifico servizio pubblico; costituiscono un prelievo generale per far fronte alla spesa pubblica. Come recita l’articolo 53 della nostra Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”
Di questo criterio di progressività, basato sul principio “chi più ha, più paga”, nessuno oggi sembra volersi ricordare. Le “tasse” hanno dunque prevalso oltre che nell’uso linguistico anche nella pratica politica.
Ecco allora che di fronte alla crisi della finanza locale, la risposta più immediata e automatica è: aumentiamo tasse e tariffe.
E’ successo, a Venezia, pochi mesi fa, con le tariffe del trasporto pubblico e sembra destinato a succedere a breve per i rifiuti, le mense scolastiche e per tanti altri servizi pubblici essenziali. In questo modo, l’iniquità è palese: tutti pagano lo stesso contributo, sia che si tratti di un disoccupato o di uno studente, sia che si tratti di un ricco possidente. L’effetto è chiaramente regressivo perché il sacrificio per chi ha un reddito modesto e un bisogno incomprimibile è di gran lunga più elevato di chi ha redditi alti e beneficia, in alternativa, di servizi privati (il caso più emblematico è la sanità).
Per riaffermare un minimo di giustizia fiscale, dobbiamo tornare a parlare di imposte. E’ noto a tutti che gli Enti Locali non hanno “autonomia impositiva”, ma questi dovranno, volenti o nolenti, ottenerla se non vorranno dichiarare fallimento. In primis, l’addizionale IRPEF. Ma non basta. Occorrono un’imposta sui fabbricati e una sui grandi patrimoni. E a Venezia ce n’è bisogno più che altrove, perché questa città non può essere trattata alla stregua di una mucca da mungere, peraltro particolarmente debilitata, dove coloro che ne traggono il massimo beneficio non si preoccupano affatto se riesce a nutrirsi a sufficienza!
I francesi ricordano spesso che fu per una diversa giustizia fiscale che fecero la rivoluzione del ’89. Presso i cugini d’oltralpe, diritti individuali e doveri cittadini costituiscono l’architettura stessa del farsi comunità. Per questa ragione, in Francia pagare le imposte è parte essenziale dell’essere cittadino. La storia italiana è un’altra: senza vere rivoluzioni e con molte mediazioni. Eppure abbiamo bisogno degli stessi materiali per ricostruire un patto fiduciario tra i cittadini; un new deal che ci consenta di uscire dal pantano in cui ci troviamo.
E’ tempo che i cantori del liberismo smettano di predicare che con la crescita le entrate pubbliche torneranno ad aumentare, perché non c’è sviluppo laddove non vi è il minimo per preparare il futuro. Un minimo che si chiama scuola, sanità, manutenzione delle infrastrutture esistenti, trasporti efficienti, etc.
Perché, per sfatare un altro luogo comune, da un pezzo, nel nostro bel Paese, non paga più Pantalone ma semmai il povero Arlecchino. E’ ora di cambiare copione.
Giampietro Pizzo
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