giovedì 15 marzo 2012

“La questione morale” - L’intervista a Enrico Berlinguer di Eugenio Scalfari

La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…
Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.
Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?
Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ‘74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.
Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?
Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.
Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?
Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Dunque, siete un partito socialista serio…
…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…
Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.
Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.
Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.
Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.
Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.
E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.

«La Repubblica», 28 luglio 1981

Un'analisi attualissima a 30 anni di distanza. Crisi della politica e degenerazione dei partiti; questione morale e critica del modello di sviluppo. Sino ai temi dell'oggi: precarietà, emarginazione e lavoro. Una grande lezione, perché avere memoria è l'unica via per costruire futuro. Ma la prima cosa che un'autentica Politica deve ritrovare è un segnale di diversità rispetto all'occupazione del potere fine a sé stessa e alla logica degli affari di gruppo e personali. E' quella diversità di cui parla Berlinguer che più manca.

lunedì 13 febbraio 2012

Venezia: è tempo di Bilancio

Lettera aperta al Sindaco di Venezia

Bilancio: affrontare la crisi con democrazia, responsabilità e coesione sociale

Egregio Sindaco,
Con la manovra del Governo Monti, la finanza comunale si troverà di fronte a decisioni difficili e cariche di conseguenze: tagliare ulteriormente i servizi pubblici essenziali oppure uscire dal Patto di stabilità.

Negli ultimi due anni, la discussione e l’approvazione del Bilancio del Comune di Venezia hanno risentito di un clima di emergenza che ha portato a decisioni dell’ultimo minuto per poter “fare cassa“ e per salvare, in qualche modo, il salvabile. Ciò ha portato all’impoverimento del patrimonio pubblico e dei beni comuni; i proventi di queste operazioni sono stati indirizzati alla gestione ordinaria con grave pregiudizio per il futuro della città.
Che cosa ci si può attendere nel 2012? Quali saranno le linee guida che l’Amministrazione comunale intende perseguire quest’anno?
Riteniamo che questo momento difficile possa essere un’opportunità per giungere a scelte migliori, partecipate e non subite, con un guadagno per la crescita della democrazia e della coesione del tessuto sociale. Noi pensiamo che, sulla scorta di tante esperienze anche italiane, sia possibile aprire un percorso di democrazia partecipativa sul bilancio comunale 2012.

Abbiamo davanti un tempo ragionevole per compiere un iter che preveda di:
- informare i cittadini, con un Town Meeting (incontro pubblico aperto alla città), in merito allo stato delle entrate e delle uscite della finanza comunale e delle risorse disponibili (patrimonio comunale e livello di indebitamento);
- formulare, attraverso il lavoro di una commissione aperta, con la possibilità di consultare le strutture amministrative comunali, una proposta di bilancio preventivo che individui le scelte e le priorità nell’uso delle risorse comunali;
- giungere a proporre, grazie a questo percorso - in cui ogni tappa sarà trasparente e pubblica - soluzioni adeguate, condivise e quindi sostenibili.

I risultati del lavoro preparatorio dovrebbero essere disponibili entro il mese di aprile per poter alimentare un dibattito rigoroso sulle opzioni possibili.
Questo processo di partecipazione cittadina costituirebbe un prezioso contributo nella preparazione del principale atto amministrativo del Comune in un clima di un buon governo cittadino. È chiaro che la decisione ultima spetterà al Consiglio comunale che potrà però avvalersi di un contributo partecipato e condiviso.

Egregio Sindaco, confidiamo che lei, insieme alla Giunta e al Consiglio comunale, possa assumere con chiara volontà politica questa richiesta di partecipazione e condivisione di quel cruciale atto di indirizzo politico che è il Bilancio, atto da cui dipendono quelle scelte che coinvolgono il futuro della vita dei cittadini e della città.


bilanciopartecipatove@gmal.com


firmatari della richiesta
40xVenezia
Coordinamento Io Decido
Fondamente
Venessia.com
Aglaia
Consulta dell'Ambiente
Associazione Spiazzi
Associazione Il Villaggio (Venezia-Lido)
Matrioska
Comitato Acqua Bene Comune

contatto diretto
bilanciopartecipatove@gmal.com

martedì 13 dicembre 2011

Imbecilli e gattopardi

La grande fatica di questi giorni è sapere/potere distinguere tra le analisi che cercano soluzioni ai problemi e le prese di posizione che tendono a difendere, in modo più o meno velato, interessi preordinati.
L'onestà intellettuale potrebbe essere un buon criterio per dirimere i confronti democratici. Ma più si ingarbuglia la matassa, più è difficile separare gli interessi di vita da quelli illeciti o, ed è un fatto ancor più grave sul piano morale, semplicemente indecenti. E allora, come direbbero i matematici, la matrice si complica: in basso a sinistra, gli onesti con interessi essenziali; in alto a destra, i retori corporativi; in mezzo, molte composizioni intermedie da leggere e interpretare caso per caso.
Intanto, più passa il tempo, più il dibattito pubblico diventa ingovernabile - nel mentre il populismo ipocrita avanza. E' per questo che considero disonesto ammantare il governo attuale della qualifica di "tecnico", come se tecnica fosse la natura delle soluzioni di cui abbiamo bisogno. Chi parla di soluzioni univoche, difende semplicemente il predominante paradigma di mercato, lo stesso che ci ha portato laddove oggi siamo. Lor signori, stanti questi presupposti, o sono incapaci o sono disonesti. E intendo per "disonesto" quell'atavico gattopardismo che ha una responsabilità morale pesantissima nelle crescenti iniquità, ingiustizie, impunità. Propendo senz'altro per questa seconda interpretazione, sapendo che gli interessi organizzati che legittimano il vigente "ordine del discorso" sono potenti (e certo non banali). Guardando a questo stato delle cose, ha davvero ragione il vecchio Habermas: qui rischiamo di mandare a puttane quel poco di civiltà che abbiamo costruito negli ultimi cinquanta anni. E' poco meno della mia età, ma non vorrei rivedere dal vivo cose che sinora ho letto solo sui libri di storia.

Giampietro Pizzo

domenica 27 novembre 2011

Leggere un classico: Luigi Einaudi

Di fronte alla lacerante crisi che attraversa l’Europa, e che insiste in modo particolarmente nefasto sul nostro Paese, l’unico rifugio, per riprendere fiato e per conservare un briciolo di lucidità, sembra trovarsi in qualche testo classico.
E così, mentre si susseguono mille consigli e innumerevoli ricette su cosa sarebbe meglio fare per rimettere in ordine i conti della nostra disastrata finanza pubblica, vale la pena prendere per un attimo la distanza dai fatti quotidiani e recuperare la migliore memoria del pensiero economico italiano.

Ecco una precisa descrizione (ex-ante) di come si è andato formando il nostro debito pubblico nelle parole di un grande economista e politico italiano, Luigi Einaudi.

“Supponiamo che uno Stato (…) voglia provvedere alle spese ordinarie col debito; e siano le spese ordinarie di un miliardo all’anno.
Il primo anno i contribuenti (supposto che si possano emettere titoli pubblici con una rendita perpetua del 5% contro un capitale sottoscritto di 100) sentono un beneficio poiché pagano 50 milioni d’imposta-interessi invece che un miliardo; ma il secondo anno già pagheranno 50 milioni per il debito di un miliardo dell’anno precedente e 50 milioni per il debito di un miliardo dell’anno. Nel terzo pagheranno 150 milioni, finché nel ventesimo anno dovranno pagare un miliardo di imposta-interessi sui 20 miliardi di debito accumulato in ossequio alla teoria; ed in seguito l’imposta-interessi continuamente crescerà, superando l’onere che i contribuenti dovrebbero sopportare se ogni anno avessero fatto fronte alle spese ordinarie con l’imposta.
Adunque fa d’uopo non esagerare nei prestiti pubblici, i quali devono essere conclusi esclusivamente per far fronte a delle spese veramente straordinarie.*”


Einaudi ricorda qui un sano e semplice principio di finanza pubblica: occorrono entrate ordinarie per spese ordinarie ed entrate straordinarie (imposte straordinarie o debito pubblico) per spese straordinarie (investimenti pubblici e/o spese eccezionali).
Giova ricordarlo in un Paese che ha trascurato gli investimenti pubblici essenziali (scuola e ricerca) e usato il debito per coprire le spese ordinarie (buone e cattive) e per sopperire alle mancate entrate ordinarie (elusione fiscale su taluni redditi e patrimoni ed elevatissima evasione fiscale ).
Giova ricordarlo nel momento in cui il Governo si appresta ad adottare misure tributarie che dovrebbero cominciare a rimettere i conti in ordine.

Ma di quali imposte ordinarie abbiamo bisogno? Una seconda citazione di Luigi Einaudi, a proposito di imposta patrimoniale, può ancora assisterci.

“L’imposta sul capitale o patrimonio complessivo del contribuente vuole essere il congegno correttore della sperequazione (ovvero: “ un sistema tributario che è considerato dai più come sperequato, perché tutte le fonti di reddito sono trattate alla medesima stregua, nonostante che la loro disponibilità sia variabile)”.

Infine, un ultimo pensiero va al purtroppo quasi certo aumento dell’IVA – imposta, ahinoi, facilmente riscuotibile (per chi la paga, ovvero per il consumatore) ma terribilmente regressiva (dato che grava maggiormente su chi meno ha). Una terza riflessione einaudiana sulla ricerca ossessiva degli avanzi (primari) di bilancio che speriamo ispiri ai nostri “tecnici” qualche esitazione in più.

“Prima di parlare di avanzo disponibile per ridurre il debito pubblico, bisogna avere perciò diminuito o abolito le imposte che troppo gravano sui contribuenti meno provveduti, o più disturbano la produzione od il commercio.”


PS: se tutti i liberali odierni fossero di questa statura, l’Italia sarebbe già salva.

Giampietro Pizzo

* Tutte le citazioni sono tratte da: Luigi Einaudi, “Principi di Scienza della Finanza”, Torino, 1948.

venerdì 11 novembre 2011

Il Governo Goldman Sachs e i consoli Mario e Mario

Mi sembra ormai chiaro: il governo non lo decide il popolo sovrano; né sono i governi a nominare i governatori europei.
Le coincidenze, a volte, non sono casuali; anzi rivelano spesso vere e proprie relazioni causa-effetto.
Guardiamo ai fatti. L'ex- vice-presidente di Goldman Sachs, Mario Draghi, diventa prima Governatore di Bankitalia, poi Presidente della Banca Centrale Europea.
L' international advisor di Goldman Sachs, Mario Monti, viene ora indicato come il candidato più credibile a diventare Presidente del Consiglio italiano. Coincidenze? Dietrologie? Forse. Ma per fugare i nostri dubbi, il modo più semplice è che a una domanda diretta si possa avere una risposta esauriente.
Quali sono in questo momento gli interessi della banca d'affari Goldman Sachs in Europa? E come si sta comportando in queste ore nell'evoluzione della crisi finanziaria europea?
E ancora: quali sono stati, nel 2008, 2009, 2010 e 2011, gli atti dei nostri due super-Mario nelle loro funzioni direttive in Goldman Sachs? Come hanno separato e distinto in questi anni e in questi mesi i loro passati interessi privati dagli attuali e futuri interessi pubblici che saranno chiamati a rappresentare? Perché, purtroppo, non solo Berlusconi ha conflitti di interesse.
Sia chiaro: non siamo noi cittadini a pensare male; ma sono loro, per il ruolo che rivestono/rivestiranno, che ci devono spiegazioni. E dettagliate. Grazie.

Giampietro Pizzo

martedì 8 novembre 2011

Prendersi cura

Non so che cosa accadrà domani a Berlusconi. Non credo sia indispensabile almanaccare in queste ore su quali saranno i nuovi equilibri politici che si determineranno dopo la fine di questo governo.
Non mi voglio neppure interrogare sulle possibili fortune della parte politica nella quale milito. Certo, mi auguro che la mia parte sia capace di interpretare al meglio il proprio ruolo; spero abbia la forza e la lucidità di rimettere in circolo quelle idee, quelle intelligenze e quei saperi, oggi così vilipesi ma così preziosi, così essenziali per la nostra vita.
Invece di fronte a quello che è accaduto di straordinario in questi anni non possiamo fare finta di nulla. Non possiamo ignorare il fatto che qualcosa di essenziale si è rotto nel nostro vivere insieme; qualcosa di determinante è venuto meno in quella che a volte un po’ pomposamente chiamiamo: convivenza civile.
Dobbiamo riflettere a fondo sui cambiamenti sociali, sulle mutazioni antropologiche che si sono prodotte. Non possiamo fare finta di nulla; non possiamo semplicemente pensare che tutto scivolerà via, nell’indistinto borbottio della cronaca.
Sono tragedie vere quelle che abbiamo sotto i nostri occhi: si chiamano povertà, solitudine, violenza, dissesto del territorio, morti.
Questi sono i dati veri con cui fare i conti. Una politica che non abbia il senso e la misura di queste cose non ha alcuna autorevolezza né capacità di rappresentazione. Affinché la politica torni a essere cosa grande, nobile - una cosa per la quale “valga la pena spendere la propria vita” - qualcosa di fondamentale e di preventivo va ricostruito.
Quel qualcosa di preventivo riguarda il nostro essere cittadini. Ha a che fare con il potere originario del cittadino: una persona cosciente del proprio essere, che riconosce la propria dimensione di vita, che sa qual è il peso della propria voce all’interno della comunità.
E’ vero, la democrazia è oggi in grande difficoltà; qualcuno pensa in modo sempre più insistente che il popolo non sia in grado di scegliere, di decidere del proprio destino.
Rossana Rossanda, qualche giorno fa, sul Manifesto, è arrivata a dire che è in atto un progetto politico sciagurato che ha come obiettivo quello di sciogliere il Popolo. Se Rossanda ha ragione, se la crisi della rappresentanza ha raggiunto questo stadio della crisi, allora qualcosa di inedito sta accadendo, e qualcosa di straordinario deve ancora accadere.
Giunti a questo punto o siamo in grado di riavviare un’autentica fase costitutiva oppure l’involuzione sarà inarrestabile.
Sia chiaro: ricostruire una sovranità popolare non è cosa ordinaria, banale. Occorre prima di tutto che il popolo si riconosca; occorre che la comunità ritrovi sé stessa. In questo non c’entra assolutamente nulla la dimensione locale, nazionale o sovranazionale delle decisioni. Senza comunità e senza territorio, nessuna democrazia resiste agli attacchi degli uragani internazionali; nessuna politica sopravvive alle zone grigie dell’anomia che rende obsoleti gli Stati sovrani, l’Unione Europea, le istituzioni globali.
Vario è il panorama europeo, contradditorio è il contesto delle grandi macroregioni del Mondo, ma da un punto fermo occorre partire. E questo punto, per quel ci riguarda, siamo noi, qui, in Italia, in questo inizio di secolo per molti versi già logoro.
Una prima, indispensabile, per nulla istintiva risposta, è quella di prenderci cura di noi stessi. Prenderci davvero cura di noi significa andare oltre la dimensione idiotistica che ha segnato gli ultimi venti anni. Prenderci cura di noi significa uscire letteralmente fuori, per guardare in faccia il mondo della nostra prossimità. Com’è il Mondo davanti casa? Il mio, ad esempio, è spesso pieno di scoasse, piccole e grandi, lasciate da cittadini ignari che sanno quello che consumano ma non quello che sono. Il mio Mondo è sempre più pieno di indifferenza per come quel fragile ecosistema che si chiama Laguna è trattato. Il mio Mondo è a volte fatto di persone infelici che annaspano nella loro esistenza piena di difficoltà materiali ed emotive. E poi, il mio Mondo non è molto diverso dal vostro Mondo.
Non occorre perciò andare oltre - anche se molti di noi percorrono tutti i giorni altri territori regionali e nazionali; navigano quotidianamente nella Rete e magari, di tanto in tanto, viaggiano all’estero. E’ qui, per ora, davanti casa, che dobbiamo misurarci. Senza alibi né escamotage.
La dimensione alienante delle nostre vite ci proietta troppo spesso oltre la nostra vita. Malati di presbiopia vediamo solo più in là, e mai dove dovremmo davvero vedere. Quel Mondo non visto, per noi si chiama Laguna, per altri si chiama Genova. Per noi si chiama una città che va in malora nell’assedio di piccoli e grandi pescecani; per altri si chiama degrado e abbandono, come nei territori della Camorra.
Prendersi cura della nostra vita “larga”: è questo l’unico modo per riaprire il futuro, per poter giocare una partita non truccata. Altrimenti rimangono due miserande opzioni: o diventare scimmie cieche-mute-sorde che negano alla radice il proprio essere, oppure - e non so quale sia il destino più tragico - abbandonarsi alla dolorosa frustrazione dello spettatore, che è lucido ma inesorabilmente impotente. Lucido nel dolore, lucido nella fine.
Dite, diciamo, ai nostri figli, a noi stessi, di uscire e di spazzare, lavare, con un grande atto simbolico, il pezzo di calle, di fondamenta che abbiamo davanti casa. Da lì, potremo poi andare un po’ più in là. Qualcuno andrà a raccogliere il fango amaro che ha invaso la città di Genova, altri staranno a presidiare gli scani del Delta del Po contro le Centrali della Morte; altri ancora a ridare vita, liberando interi popoli dalla speculazione, alle tante Magliane di Roma o agli altrettanti Zen di Palermo.
Solo dopo questa rioccupazione profonda e sistematica dei nostri territori, delle nostre vite civili, saremo pronti a occupare, in modo definitivo ed efficace, i Palazzi delle Istituzioni.
Sia chiaro: nessuna gradualità, nessuno si illuda su una politica dei due tempi, perché i tempi di questa nuova partecipazione, di questo nuovo essere italiano potrebbero essere molto brevi, ma necessari.
Per pulire una piazza invece di divellere un sanpietrino; per piantare un fiore invece di imbrattare un muro o di buttare a terra una bottiglia vuota. Per salvare una riva o rifare un muro a secco.
Perché noi vogliamo essere rivoluzionari. E allora voi, speculatori e azzeccagarbugli di ogni risma, dovrete semplicemente tremare.


Giampietro Pizzo