Non so che cosa accadrà domani a Berlusconi. Non credo sia indispensabile almanaccare in queste ore su quali saranno i nuovi equilibri politici che si determineranno dopo la fine di questo governo.
Non mi voglio neppure interrogare sulle possibili fortune della parte politica nella quale milito. Certo, mi auguro che la mia parte sia capace di interpretare al meglio il proprio ruolo; spero abbia la forza e la lucidità di rimettere in circolo quelle idee, quelle intelligenze e quei saperi, oggi così vilipesi ma così preziosi, così essenziali per la nostra vita.
Invece di fronte a quello che è accaduto di straordinario in questi anni non possiamo fare finta di nulla. Non possiamo ignorare il fatto che qualcosa di essenziale si è rotto nel nostro vivere insieme; qualcosa di determinante è venuto meno in quella che a volte un po’ pomposamente chiamiamo: convivenza civile.
Dobbiamo riflettere a fondo sui cambiamenti sociali, sulle mutazioni antropologiche che si sono prodotte. Non possiamo fare finta di nulla; non possiamo semplicemente pensare che tutto scivolerà via, nell’indistinto borbottio della cronaca.
Sono tragedie vere quelle che abbiamo sotto i nostri occhi: si chiamano povertà, solitudine, violenza, dissesto del territorio, morti.
Questi sono i dati veri con cui fare i conti. Una politica che non abbia il senso e la misura di queste cose non ha alcuna autorevolezza né capacità di rappresentazione. Affinché la politica torni a essere cosa grande, nobile - una cosa per la quale “valga la pena spendere la propria vita” - qualcosa di fondamentale e di preventivo va ricostruito.
Quel qualcosa di preventivo riguarda il nostro essere cittadini. Ha a che fare con il potere originario del cittadino: una persona cosciente del proprio essere, che riconosce la propria dimensione di vita, che sa qual è il peso della propria voce all’interno della comunità.
E’ vero, la democrazia è oggi in grande difficoltà; qualcuno pensa in modo sempre più insistente che il popolo non sia in grado di scegliere, di decidere del proprio destino.
Rossana Rossanda, qualche giorno fa, sul Manifesto, è arrivata a dire che è in atto un progetto politico sciagurato che ha come obiettivo quello di sciogliere il Popolo. Se Rossanda ha ragione, se la crisi della rappresentanza ha raggiunto questo stadio della crisi, allora qualcosa di inedito sta accadendo, e qualcosa di straordinario deve ancora accadere.
Giunti a questo punto o siamo in grado di riavviare un’autentica fase costitutiva oppure l’involuzione sarà inarrestabile.
Sia chiaro: ricostruire una sovranità popolare non è cosa ordinaria, banale. Occorre prima di tutto che il popolo si riconosca; occorre che la comunità ritrovi sé stessa. In questo non c’entra assolutamente nulla la dimensione locale, nazionale o sovranazionale delle decisioni. Senza comunità e senza territorio, nessuna democrazia resiste agli attacchi degli uragani internazionali; nessuna politica sopravvive alle zone grigie dell’anomia che rende obsoleti gli Stati sovrani, l’Unione Europea, le istituzioni globali.
Vario è il panorama europeo, contradditorio è il contesto delle grandi macroregioni del Mondo, ma da un punto fermo occorre partire. E questo punto, per quel ci riguarda, siamo noi, qui, in Italia, in questo inizio di secolo per molti versi già logoro.
Una prima, indispensabile, per nulla istintiva risposta, è quella di prenderci cura di noi stessi. Prenderci davvero cura di noi significa andare oltre la dimensione idiotistica che ha segnato gli ultimi venti anni. Prenderci cura di noi significa uscire letteralmente fuori, per guardare in faccia il mondo della nostra prossimità. Com’è il Mondo davanti casa? Il mio, ad esempio, è spesso pieno di scoasse, piccole e grandi, lasciate da cittadini ignari che sanno quello che consumano ma non quello che sono. Il mio Mondo è sempre più pieno di indifferenza per come quel fragile ecosistema che si chiama Laguna è trattato. Il mio Mondo è a volte fatto di persone infelici che annaspano nella loro esistenza piena di difficoltà materiali ed emotive. E poi, il mio Mondo non è molto diverso dal vostro Mondo.
Non occorre perciò andare oltre - anche se molti di noi percorrono tutti i giorni altri territori regionali e nazionali; navigano quotidianamente nella Rete e magari, di tanto in tanto, viaggiano all’estero. E’ qui, per ora, davanti casa, che dobbiamo misurarci. Senza alibi né escamotage.
La dimensione alienante delle nostre vite ci proietta troppo spesso oltre la nostra vita. Malati di presbiopia vediamo solo più in là, e mai dove dovremmo davvero vedere. Quel Mondo non visto, per noi si chiama Laguna, per altri si chiama Genova. Per noi si chiama una città che va in malora nell’assedio di piccoli e grandi pescecani; per altri si chiama degrado e abbandono, come nei territori della Camorra.
Prendersi cura della nostra vita “larga”: è questo l’unico modo per riaprire il futuro, per poter giocare una partita non truccata. Altrimenti rimangono due miserande opzioni: o diventare scimmie cieche-mute-sorde che negano alla radice il proprio essere, oppure - e non so quale sia il destino più tragico - abbandonarsi alla dolorosa frustrazione dello spettatore, che è lucido ma inesorabilmente impotente. Lucido nel dolore, lucido nella fine.
Dite, diciamo, ai nostri figli, a noi stessi, di uscire e di spazzare, lavare, con un grande atto simbolico, il pezzo di calle, di fondamenta che abbiamo davanti casa. Da lì, potremo poi andare un po’ più in là. Qualcuno andrà a raccogliere il fango amaro che ha invaso la città di Genova, altri staranno a presidiare gli scani del Delta del Po contro le Centrali della Morte; altri ancora a ridare vita, liberando interi popoli dalla speculazione, alle tante Magliane di Roma o agli altrettanti Zen di Palermo.
Solo dopo questa rioccupazione profonda e sistematica dei nostri territori, delle nostre vite civili, saremo pronti a occupare, in modo definitivo ed efficace, i Palazzi delle Istituzioni.
Sia chiaro: nessuna gradualità, nessuno si illuda su una politica dei due tempi, perché i tempi di questa nuova partecipazione, di questo nuovo essere italiano potrebbero essere molto brevi, ma necessari.
Per pulire una piazza invece di divellere un sanpietrino; per piantare un fiore invece di imbrattare un muro o di buttare a terra una bottiglia vuota. Per salvare una riva o rifare un muro a secco.
Perché noi vogliamo essere rivoluzionari. E allora voi, speculatori e azzeccagarbugli di ogni risma, dovrete semplicemente tremare.
Giampietro Pizzo
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martedì 8 novembre 2011
Prendersi cura
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lunedì 31 gennaio 2011
Il patrimonio e l’imposta.
Ovvero perché bisogna introdurre un’imposta patrimoniale ordinaria
Non era mia intenzione scomodare lo spirito liberista di Luigi Einaudi nel prendere a prestito, parafrasando, il titolo di una sua famosa opera – La terra e l’imposta –, ma quello cha va ormai affrontato è una questione di rilevanza storica nazionale, perché occorre ridisegnare, senza più indugi, un diverso rapporto tra lavoro, produzione e ricchezza. E se l’illustre economista e Presidente della Repubblica Italiana discorreva sul bisogno di difendere e premiare chi lavora e produce rispetto a chi vive di rendita, oggi si tratta, né più né meno, di tutelare la collettività nazionale rispondendo positivamente al disagio che questa esprime.
Il nostro Paese è il secondo in Europa quanto a dimensione del debito pubblico – 116% del PIL, ci dicono le statistiche – ma è, al contempo, il Paese europeo con il più alto livello di patrimonio privato: una ricchezza equivalente a quasi il doppio del nostro PIL annuo - un dato che ci colloca davanti a Regno Unito e Paesi Bassi.
E’ questa la ragione per cui l’Italia è stata in questi mesi al riparo degli attacchi speculativi che hanno investito prima la Grecia e l’Irlanda e poi, in misura minore, il Portogallo e la Spagna.
Fatta la somma algebrica del debito pubblico e della ricchezza privata, il nostro patrimonio netto è positivo: l’Italia rivela dunque una discreta solidità economica e finanziaria.
La spiegazione di questo fenomeno è, per certi versi, molto semplice: negli ultimi trent’anni di storia repubblicana, mentre i beni e i servizi pubblici venivano prodotti ed erogati in misura superiore a quanto consentissero le entrate fiscali, la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta a ritmi sostenuti.
La descrizione di questo processo economico deve essere però accompagnata da due considerazioni. La prima è che la crescita abnorme della spesa pubblica non è derivata unicamente dalla maggiore offerta di servizi e beni pubblici resi disponibili alla comunità nazionale ma anche, e in un determinato momento in modo prevalente, da uno spreco sconsiderato di risorse pubbliche derivante da fenomeni diffusi di corruzione, da comportamenti demagogici e illeciti. La seconda è che l’aumento della ricchezza privata ha interessato larghi strati della popolazione italiana; l’accresciuta disponibilità era sufficientemente diffusa da beneficiare non solo i ricchi ma anche il ceto medio e persino la popolazione italiana meno abbiente.
Questo stato delle cose potrebbe giustificare, almeno in parte, il prevalere di una certa repulsione per la cosa pubblica e l’affermarsi di una cultura del privato e della privatizzazione delle nostre esistenze vissuta come strategia utile e coerente con quanto stava accadendo nella società italiana. Affondano qui alcune delle radici del berlusconismo: fare da soli significava vivere meglio e con più risorse.
Questo modello è entrato negli ultimi dieci anni gradualmente ma inesorabilmente in crisi.
In particolare, per quanto riguarda la questione che qui ci interessa, è venuta meno la capacità propulsiva della ricchezza privata di crescere indipendentemente o a discapito della ricchezza pubblica. Anzi, per alcune categorie di persone fra le più povere del nostro Paese, quella tendenza si è invertita e anno dopo anno la loro ricchezza complessiva si è ridotta in modo rilevante. Disoccupazione, precarietà economica, riduzione del potere d’acquisto e di accesso ai servizi e beni essenziali, tutto questo si è tradotto direttamente o indirettamente in un crescente indebitamento privato e/o nella riduzione complessiva del patrimonio personale e famigliare.
L’insieme di queste difficoltà sociali ed economiche - le fragilità dei più deboli, i problemi del mercato del lavoro, i ritardi infrastrutturali di un’economia abituata a privatizzare i profitti e a socializzare le perdite - ha prodotto una domanda crescente e insoddisfatta di spesa pubblica. Una domanda non corrotta o demagogica ma reale: una domanda legittima e necessaria.
Le ipoteche storiche e i numeri dell’economia globale esigevano nello stesso momento una riduzione drastica della spesa pubblica anziché una crescita. A questa domanda - nei tempi ormai lontani di Maastricht – l’Italia tutta, e soprattutto l’Italia che lavora, rispose con sacrifici ingenti che consentirono di “rimettere i conti in ordine” - come dissero all’unisono in quegli anni Azeglio Ciampi e Romani Prodi.
Poi, mentre l’Italia arrancava nella competizione globale e nella definizione di un nuovo ordine economico internazionale a noi ostile, ecco abbattersi con tutta la violenza e drammaticità delle crisi capitalistiche ottocentesche, la doccia fredda del settembre 2008. Una crisi finanziaria, economica e sociale che ha bruciato, nel breve volgere di alcuni mesi, quote consistenti del benessere economico e sociale delle famiglie occidentali.
Di fronte alla dimensione della crisi, Stati Uniti, Francia e Germania non hanno esitato a intervenire con ingenti risorse pubbliche, per far fronte ai problemi e ai bisogni immediati dei loro cittadini e delle loro imprese. In Italia questo non è accaduto, e forse non era semplicemente possibile: il fardello del nostro debito pubblico storico ha impedito oggettivamente un intervento all’altezza della situazione.
Tempi migliori verranno – hanno recitato, anche negli ultimi mesi, il nostro ministro delle finanze e i guru dell’economia nazionale. Eppure – ahimé - è chiaro come il Sole che i limiti strutturali dell’economia italiana vanno al di là degli andamenti ciclici ordinari e straordinari. Peggio: il disagio sociale e la marginalità economica di intere fasce di popolazione rendono la loro e la nostra condizione di sofferenza una malattia cronica.
E’ dunque quanto mai urgente un intervento forte, energico, lungimirante di politica economica e di finanza pubblica. Ma con quali risorse, diranno subito i nostri lettori e gli accorti cittadini di questo nostro disgraziato Paese? Risorse non ve ne sono, è la risposta unanime. Anzi, per far fronte ai deficit di bilancio, nuovi tagli a trecento sessanta gradi si stanno già preparando: tagli alla scuola e alla sanità, tagli alla ricerca e al welfare, tagli alla cultura e ai servizi pubblici essenziali. Tagli e ancora tagli: sino a dissolvere non solo l’apparato statale e pubblico ma anche i meccanismi stessi della nostra convivenza civile.
E’ questo lo scenario nel quale vogliamo davvero incamminarci?
Occorre, ora e con molta determinazione, prendere atto che lo squilibrio prodottosi negli ultimi trent’anni deve essere interrotto e rovesciato. Il grande processo di redistribuzione delle risorse a beneficio dei privati e a danno del pubblico non può più continuare: perché è ormai in gioco la stessa sostenibilità sociale e civile del nostro Paese.
Si tratta non solo di proporre e applicare una misura di equità sociale e di perequazione nella copertura degli oneri collettivi, ma si tratta ancor prima di conservare e riprodurre le regole fondanti della nostro vivere comune.
La ricchezza pubblica è stata dilapidata in molti modi – corruzione, spreco, incapacità di una o più classi dirigenti; la ricchezza privata è stata accresciuta in molti modi – capacità di lavoro e imprenditoriale, posizioni di rendita e corruzione, spirito di innovazione e flessibilità, evasione fiscale e opportunismo. Ma questo squilibrio non può più continuare così. Altrimenti il nostro destino è segnato: una minoranza vivrà asserragliata in fortini urbani e in lussuosi quartieri residenziali, mentre la maggioranza si farà sempre più violenta, disperata, emarginata. E’ purtroppo uno scenario molto reale, che conoscono e sperimentano giorno dopo giorno intere società, dal Messico alla Nigeria.
Questo processo di redistribuzione del reddito in grado di “rimettere (socialmente) i conti in ordine” non può attendere e non può essere praticato solo attraverso gli strumenti esistenti.
Le imposte sul reddito intervengono regolando il flusso annuo della ricchezza. Anche questo è un obiettivo importante in un Paese nel quale l’evasione fiscale è stimata in 200 miliardi di euro; o quando assistiamo a forme più o meno occulte di elusione fiscale a beneficio dei profitti derivanti da speculazioni immobiliari e finanziarie. Ma non basta.
Gli stock accumulati – positivo quello privato e negativo quello pubblico - stanno condizionando le scelte politiche ed economiche di intere società.
E’ tempo che il loro contributo positivo sia rilevante. Per questo un’imposta patrimoniale ordinaria, capace di ridurre in pochi anni al 60% il nostro debito pubblico, è necessaria. Un’imposta ordinaria e non una misura pesante e una tantum, perché questo Paese ha bisogno di regole e di comportamenti virtuosi, senza giustizialismi di nessun tipo e tantomeno di un giustizialismo tributario. Ma occorre registrare che stiamo vivendo in una società in cui si può essere poveri lavorando e si può essere ricchi vivendo di rendita: e questo è sommamente ingiusto, diseducativo, incivile.
Una patrimoniale giusta nel metodo e ma soprattutto utile nel fine: perché abbiamo bisogno di più ricerca e istruzione, di più sanità e infrastrutture, di più servizi ai cittadini e di aiuti veri ai lavoratori in difficoltà.
Una società che vuole avere un futuro è una società nella quale la ricchezza o è comune oppure non è. Un Paese, invece, nel quale il 50% della ricchezza prodotta appartiene a meno di un decimo della popolazione, non è un Paese ricco; anzi è un Paese infelice, insicuro, in definitiva, un Paese povero.
Per questo è necessario ragionare di imposta patrimoniale.
Venezia, 31 gennaio 2011
Giampietro Pizzo
Non era mia intenzione scomodare lo spirito liberista di Luigi Einaudi nel prendere a prestito, parafrasando, il titolo di una sua famosa opera – La terra e l’imposta –, ma quello cha va ormai affrontato è una questione di rilevanza storica nazionale, perché occorre ridisegnare, senza più indugi, un diverso rapporto tra lavoro, produzione e ricchezza. E se l’illustre economista e Presidente della Repubblica Italiana discorreva sul bisogno di difendere e premiare chi lavora e produce rispetto a chi vive di rendita, oggi si tratta, né più né meno, di tutelare la collettività nazionale rispondendo positivamente al disagio che questa esprime.
Il nostro Paese è il secondo in Europa quanto a dimensione del debito pubblico – 116% del PIL, ci dicono le statistiche – ma è, al contempo, il Paese europeo con il più alto livello di patrimonio privato: una ricchezza equivalente a quasi il doppio del nostro PIL annuo - un dato che ci colloca davanti a Regno Unito e Paesi Bassi.
E’ questa la ragione per cui l’Italia è stata in questi mesi al riparo degli attacchi speculativi che hanno investito prima la Grecia e l’Irlanda e poi, in misura minore, il Portogallo e la Spagna.
Fatta la somma algebrica del debito pubblico e della ricchezza privata, il nostro patrimonio netto è positivo: l’Italia rivela dunque una discreta solidità economica e finanziaria.
La spiegazione di questo fenomeno è, per certi versi, molto semplice: negli ultimi trent’anni di storia repubblicana, mentre i beni e i servizi pubblici venivano prodotti ed erogati in misura superiore a quanto consentissero le entrate fiscali, la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta a ritmi sostenuti.
La descrizione di questo processo economico deve essere però accompagnata da due considerazioni. La prima è che la crescita abnorme della spesa pubblica non è derivata unicamente dalla maggiore offerta di servizi e beni pubblici resi disponibili alla comunità nazionale ma anche, e in un determinato momento in modo prevalente, da uno spreco sconsiderato di risorse pubbliche derivante da fenomeni diffusi di corruzione, da comportamenti demagogici e illeciti. La seconda è che l’aumento della ricchezza privata ha interessato larghi strati della popolazione italiana; l’accresciuta disponibilità era sufficientemente diffusa da beneficiare non solo i ricchi ma anche il ceto medio e persino la popolazione italiana meno abbiente.
Questo stato delle cose potrebbe giustificare, almeno in parte, il prevalere di una certa repulsione per la cosa pubblica e l’affermarsi di una cultura del privato e della privatizzazione delle nostre esistenze vissuta come strategia utile e coerente con quanto stava accadendo nella società italiana. Affondano qui alcune delle radici del berlusconismo: fare da soli significava vivere meglio e con più risorse.
Questo modello è entrato negli ultimi dieci anni gradualmente ma inesorabilmente in crisi.
In particolare, per quanto riguarda la questione che qui ci interessa, è venuta meno la capacità propulsiva della ricchezza privata di crescere indipendentemente o a discapito della ricchezza pubblica. Anzi, per alcune categorie di persone fra le più povere del nostro Paese, quella tendenza si è invertita e anno dopo anno la loro ricchezza complessiva si è ridotta in modo rilevante. Disoccupazione, precarietà economica, riduzione del potere d’acquisto e di accesso ai servizi e beni essenziali, tutto questo si è tradotto direttamente o indirettamente in un crescente indebitamento privato e/o nella riduzione complessiva del patrimonio personale e famigliare.
L’insieme di queste difficoltà sociali ed economiche - le fragilità dei più deboli, i problemi del mercato del lavoro, i ritardi infrastrutturali di un’economia abituata a privatizzare i profitti e a socializzare le perdite - ha prodotto una domanda crescente e insoddisfatta di spesa pubblica. Una domanda non corrotta o demagogica ma reale: una domanda legittima e necessaria.
Le ipoteche storiche e i numeri dell’economia globale esigevano nello stesso momento una riduzione drastica della spesa pubblica anziché una crescita. A questa domanda - nei tempi ormai lontani di Maastricht – l’Italia tutta, e soprattutto l’Italia che lavora, rispose con sacrifici ingenti che consentirono di “rimettere i conti in ordine” - come dissero all’unisono in quegli anni Azeglio Ciampi e Romani Prodi.
Poi, mentre l’Italia arrancava nella competizione globale e nella definizione di un nuovo ordine economico internazionale a noi ostile, ecco abbattersi con tutta la violenza e drammaticità delle crisi capitalistiche ottocentesche, la doccia fredda del settembre 2008. Una crisi finanziaria, economica e sociale che ha bruciato, nel breve volgere di alcuni mesi, quote consistenti del benessere economico e sociale delle famiglie occidentali.
Di fronte alla dimensione della crisi, Stati Uniti, Francia e Germania non hanno esitato a intervenire con ingenti risorse pubbliche, per far fronte ai problemi e ai bisogni immediati dei loro cittadini e delle loro imprese. In Italia questo non è accaduto, e forse non era semplicemente possibile: il fardello del nostro debito pubblico storico ha impedito oggettivamente un intervento all’altezza della situazione.
Tempi migliori verranno – hanno recitato, anche negli ultimi mesi, il nostro ministro delle finanze e i guru dell’economia nazionale. Eppure – ahimé - è chiaro come il Sole che i limiti strutturali dell’economia italiana vanno al di là degli andamenti ciclici ordinari e straordinari. Peggio: il disagio sociale e la marginalità economica di intere fasce di popolazione rendono la loro e la nostra condizione di sofferenza una malattia cronica.
E’ dunque quanto mai urgente un intervento forte, energico, lungimirante di politica economica e di finanza pubblica. Ma con quali risorse, diranno subito i nostri lettori e gli accorti cittadini di questo nostro disgraziato Paese? Risorse non ve ne sono, è la risposta unanime. Anzi, per far fronte ai deficit di bilancio, nuovi tagli a trecento sessanta gradi si stanno già preparando: tagli alla scuola e alla sanità, tagli alla ricerca e al welfare, tagli alla cultura e ai servizi pubblici essenziali. Tagli e ancora tagli: sino a dissolvere non solo l’apparato statale e pubblico ma anche i meccanismi stessi della nostra convivenza civile.
E’ questo lo scenario nel quale vogliamo davvero incamminarci?
Occorre, ora e con molta determinazione, prendere atto che lo squilibrio prodottosi negli ultimi trent’anni deve essere interrotto e rovesciato. Il grande processo di redistribuzione delle risorse a beneficio dei privati e a danno del pubblico non può più continuare: perché è ormai in gioco la stessa sostenibilità sociale e civile del nostro Paese.
Si tratta non solo di proporre e applicare una misura di equità sociale e di perequazione nella copertura degli oneri collettivi, ma si tratta ancor prima di conservare e riprodurre le regole fondanti della nostro vivere comune.
La ricchezza pubblica è stata dilapidata in molti modi – corruzione, spreco, incapacità di una o più classi dirigenti; la ricchezza privata è stata accresciuta in molti modi – capacità di lavoro e imprenditoriale, posizioni di rendita e corruzione, spirito di innovazione e flessibilità, evasione fiscale e opportunismo. Ma questo squilibrio non può più continuare così. Altrimenti il nostro destino è segnato: una minoranza vivrà asserragliata in fortini urbani e in lussuosi quartieri residenziali, mentre la maggioranza si farà sempre più violenta, disperata, emarginata. E’ purtroppo uno scenario molto reale, che conoscono e sperimentano giorno dopo giorno intere società, dal Messico alla Nigeria.
Questo processo di redistribuzione del reddito in grado di “rimettere (socialmente) i conti in ordine” non può attendere e non può essere praticato solo attraverso gli strumenti esistenti.
Le imposte sul reddito intervengono regolando il flusso annuo della ricchezza. Anche questo è un obiettivo importante in un Paese nel quale l’evasione fiscale è stimata in 200 miliardi di euro; o quando assistiamo a forme più o meno occulte di elusione fiscale a beneficio dei profitti derivanti da speculazioni immobiliari e finanziarie. Ma non basta.
Gli stock accumulati – positivo quello privato e negativo quello pubblico - stanno condizionando le scelte politiche ed economiche di intere società.
E’ tempo che il loro contributo positivo sia rilevante. Per questo un’imposta patrimoniale ordinaria, capace di ridurre in pochi anni al 60% il nostro debito pubblico, è necessaria. Un’imposta ordinaria e non una misura pesante e una tantum, perché questo Paese ha bisogno di regole e di comportamenti virtuosi, senza giustizialismi di nessun tipo e tantomeno di un giustizialismo tributario. Ma occorre registrare che stiamo vivendo in una società in cui si può essere poveri lavorando e si può essere ricchi vivendo di rendita: e questo è sommamente ingiusto, diseducativo, incivile.
Una patrimoniale giusta nel metodo e ma soprattutto utile nel fine: perché abbiamo bisogno di più ricerca e istruzione, di più sanità e infrastrutture, di più servizi ai cittadini e di aiuti veri ai lavoratori in difficoltà.
Una società che vuole avere un futuro è una società nella quale la ricchezza o è comune oppure non è. Un Paese, invece, nel quale il 50% della ricchezza prodotta appartiene a meno di un decimo della popolazione, non è un Paese ricco; anzi è un Paese infelice, insicuro, in definitiva, un Paese povero.
Per questo è necessario ragionare di imposta patrimoniale.
Venezia, 31 gennaio 2011
Giampietro Pizzo
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