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mercoledì 21 agosto 2013

Perché gli Italiani non si fidano delle Istituzioni? Conferenza di Giovanni Levi.

Incontro/lezione di Giovanni Levi, professore di Storia Moderna presso l'Università di Ca' Foscari a Venezia, che analizza anche dal punto di vista antropologico, oltre che storico, la generale mancanza di fiducia dei cittadini Italiani verso le Istituzioni.
Alcuni estratti dai discorsi di Giovanni Levi: lo slogan libera Chiesa in libero Stato è quasi impossibile.
Giovanni Levi poi cita Francisco Suarez che nel 1616 affermava che gli uomini si devono dare un governo e anche se si crea un Impero (Suarez si riferiva all'Impero Spagnolo) può capitare il caso che lo stesso imperatore sia imperatore di paesi diversi e deve rispettare la differenza delle varie scelte degli uomini, non si può obbligare a una uniformità di gestione. Nei Paesi Cattolici esiste la "Parrocchia" ed esiste il mondo, il cosmopolitismo. La tradizione Ortodossa  è completamente diversa, esistono tanti papi Ortodossi quante sono le Chiese Ortodosse.
I Paesi cattolici hanno più leggi di tutti gli altri Paesi del Mondo.
Il Risorgimento era la guerra contro l'Austria o la guerra contro il Papato? Invito a riflettere su questo aspetto di come viene visto ancora tutt'oggi il Risorgimento.
In Italia non si è creato un mito fondativo dello Stato, come avvenuto per altre Nazioni Europee, sulle guerre civili che pur ci son state in Italia a partire dal Risorgimento per finire alla stessa Resistenza.
Le ideologie hanno una dimensione sacrale.
Domanda sul carattere del sacro: quanto c'è bisogno del monopolio del sacro o quanto le sacralità possono esser concorrenti, ovvero pluralità di dimensioni sacrali.
Nei Paesi a pluralità religiosa si vive meglio, più liberamente?
Ma per saperne di più ascoltate quanto detto in questo video dal prof. Giovanni Levi:


lunedì 8 novembre 2010

I due Paesi

Per capire l’Italia di oggi non c’è bisogno di aprire i giornali, le televisioni, i media in generale. Anzi questo rende tutto più difficile, confuso, inutile. Per capire questo nostro povero e bistrattato Paese, bisogna avere occhi nuovi, ma capaci di memoria.
E’ questo che si fa drammaticamente urgente: vedere, ascoltare, capire.
Non vedono i politici che, in queste ore, ripropongono polemiche vuote, vecchi sotterfugi, giochetti tattici, dentro e fuori il Palazzo in nome di una crisi istituzionale, a sentir loro, da evitare a tutti i costi.
Non ascoltano i ministri di questo governo ormai morto, né lo fanno i capitani di ventura di un capitalismo senza vergogna, mentre predicano all’unisono ricette marce e false sulla ripresa dell’economia italiana.
Non capiscono gli esperti sondaggisti né gli analisti politici quello che di profondo, irreversibile, inedito sta accadendo nella società italiana.
Per questo dobbiamo vedere, ascoltare, capire per conto nostro.
Dobbiamo farlo fuori dal Palazzo e fuori dalle accademie; fuori dai consigli di amministrazione delle grandi società e fuori dalle riunioni di redazione dei giornali. Dobbiamo farlo noi che “fuori” da quel mondo autoreferenziale e spesso fasullo ci siamo già.
Eppure non lo possiamo fare ognuno per proprio conto: dobbiamo essere in tanti ritrovando, soprattutto, il modo di stare insieme.
Conosciamo la nostra condizione. Siamo poveri di strumenti di analisi, perché in questi anni hanno fatto tabula rasa delle pratiche di partecipazione cittadina. Siamo disorientati e spaventati, perché le mille sirene del berlusconismo sono entrate un po’ nelle orecchie di tutti: nessuno escluso. Siamo confusi e incerti nella ricerca di quali principi e regole sociali ci debbano guidare, perché l’amoralità, lo scetticismo, il qualunquismo hanno annullato decenni di democrazia.
Eppure dobbiamo farlo. E credo che molti stiano pensando la stessa cosa: che nessuno si salva dinanzi alla catastrofe culturale di un Paese; nessuno uscirebbe indenne dai crolli sociali e nessuno potrebbe sottrarsi ai fiumi di fango che irromperebbero fino in fondo alle nostre vite private e pubbliche.
E’ questa istanza, questa urgenza che io chiamerei, per intenderci, la “nuova Politica”. Una “nuova Politica” che sia un moto di salvezza, una reazione di vita, capace di attraversare le attuali appartenenze politiche sconvolgendole alla radice.
Questa azione collettiva, chiamata a salvare l’Italia, non sarà certo indolore: bisognerà saper indicare responsabilità e omissioni, ipocrisie e inettitudini; per questo, occorrerà, fra l’altro, un “radicale” ricambio di classe dirigente.
In tempi straordinari, la moderazione è cattiva consigliera e il buon senso comune è chiamato a dormire per un po’ il sonno dei giusti.
In tempi nuovi, occorre essere aperti, lungimiranti e generosi, andando oltre i rancori e le idiozie competitive, trascurando i vili egoismi individuali.
Questo accadde nei tempi bui della catastrofe fascista e dell’occupazione nazista. In quell’Italia martoriata e affamata, un ciclo nuovo si aprì. Chi ne fu protagonista non furono uomini e donne eccezionali ma persone comuni che assunsero su di sé il destino di un popolo.
Io credo che questo possa e debba – pena il caos e la barbarie – succedere in Italia oggi.

A questo progetto politico, che non ha certo segnata la strada, ma che è memore di quanto di buono si è costruito in Italia nella seconda metà del Novecento, siamo chiamati a contribuire. Lo vogliamo fare da quella parte, che si chiama Sinistra, che incarna ancor oggi, in modo inequivocabile, i valori della giustizia, dell’eguaglianza e della libertà.

Pier Paolo Pasolini, nel suo ultimo anno di vita, quasi presagendo la fine, accelerò enormemente il proprio sforzo per vedere, ascoltare e capire che cos’era l’Italia. Vide una società che si arrendeva al peggio di sé stessa; ascoltò, con tutta la sua sensibilità di poeta e di intellettuale, i mille silenzi sulle stragi di Stato e le voci mute delle vittime; capì che una nuova forza politica doveva farsi carico, prima che fosse troppo tardi, “della salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche”.
Ma quella forza politica – che per Pasolini era allora il Partito Comunista - doveva farlo andando oltre le separazioni, risolvendo innanzitutto il paradosso di accontentarsi di rappresentare “un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico”.
Perché l’antica divisione dell’Italia “in due paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività”.
Per questa ragione non possiamo essere solo una Parte/Partito, perché non possiamo rappresentare solo il migliore di quei due Paesi, ma dobbiamo far sì che quell’altro Paese, che ha, in questi decenni, invaso, distorto, distrutto le nostre vite, venga letteralmente meno, si dissolva, si annulli, per lasciare posto, pacificamente, a un solo grande pulito onesto intelligente colto Paese.
E’ questo l’unico obiettivo della Politica che verrà.

8 novembre 2010


Giampietro Pizzo

domenica 3 ottobre 2010

E’ un lusso che non ci possiamo permettere

Basta sfogliare qualsiasi giornale, italiano o europeo, patinato o meno, per rendersi conto quanto l’attenzione al lusso e all’economia che ne deriva sia predominante. Eppure i dati drammatici della crisi sono sotto gli occhi di tutti: perdita secca del potere d’acquisto della maggioranza dei lavoratori; tassi crescenti di disoccupazione e sottoccupazione, con punte di eccezionale gravità tra i giovani e nelle regioni del Meridione; aumento delle persone in condizioni di povertà o a rischio di esclusione sociale.
Ecco invece moltiplicarsi ovunque i Luxury Hotel e gli Exclusive Resort; spuntano come funghi, in città come in provincia, Wellness centres e residenze di lusso; appaiono per incanto in un paesaggio italiano da sempre ostile, per ovvie ragioni, verso questo tipo di infrastrutture, campi da golf e darsene per yacht e superyacht.

E’ di pochi giorni fa un articolo (Nuova Venezia del 28/9/10) accompagnato da una mappa del Lido di Venezia nella quale si indicano tutti gli interventi immobiliari previsti nei prossimi anni. A guardare con attenzione, sorprende come su più di un miliardo di euro di nuovi investimenti immobiliari nulla riguardi sia pur indirettamente servizi pubblici (scuola, sanità, interventi sociali) o strutture abitative standard. No. E’ invece tutto un pullulare di residenze di lusso, darsene, luxury resort, piscine, etc. E quello che vale per il Lido, vale per la città storica. E quello che vale per Venezia sembra sia la costante di tante parti del nostro “felicissimo” territorio italiano.
Del resto questo è il paese di Paperon Berlusconi e di Villa Certosa; nel quale, un amministratore delegato, Sergio Marchionne, guadagna 435 volte quanto ricava dal proprio lavoro quotidiano un suo dipendente a Pomigliano d’Arco. Perché stupirsi allora che il mercato più promettente sia quello dei beni di lusso e degli investimenti d’élite?


Sembra di essere tornati a tre secoli fa, quando in pieno ‘700 gli intellettuali europei si interrogavano sul lusso e sugli effetti che i consumi di una risicatissima casta di nobili e di rentiers potevano o meno produrre sulla ricchezza delle nazioni.
Questo dibattito, noto come “polemica sul lusso”, contrappose autori famosi come Montesquieu, Voltaire e Rousseau e meno noti come Mandeville o Melon. Al di là delle considerazioni morali sul lusso come vizio e dissolutezza, il nodo della questione riguardava il modello stesso di società da promuovere e favorire. In quel contesto, si inseriva in particolare l’analisi di quali fossero le implicazioni economiche di un accresciuto consumo voluttuario.


Nell’articolo sul “Lusso” scritto per l’Encyclopédie da Jean-François de Saint-Lambert si riportano i principali argomenti a favore e a discapito del lusso. Tra i vantaggi sono indicati “il benessere degli stati, la circolazione del denaro, il progresso della conoscenza e la produzione delle opere d’arte”; tra gli svantaggi sono ricordati: “la distribuzione diseguale della ricchezza, la distruzione del paesaggio, l’indebolimento del coraggio e il soffocamento degli interessi pubblici”.

Perché riproporre ora, nel 2010, questo tipo di considerazioni? Direi per due ordini di motivi.
Il primo è che se è vero che l’economia del lusso aveva una funzione precisa nel sostegno della domanda e quindi nella crescita economica degli Stati europei pre-industriali, storicamente la situazione è profondamente cambiata. Per molto tempo, nel dopoguerra, la creazione – come direbbero gli economisti – di domanda effettiva è stata assegnata alla spesa pubblica e in particolare alle politiche di welfare.
Perché oggi si dovrebbe dunque privilegiare l’antica economia del lusso invece che propugnare un democratico rilancio degli investimenti nei servizi pubblici? La domanda è volutamente ingenua e la risposta altrettanto scontata: il mercato, bellezza!
Ma quando si tratta, come nel caso del Lido di Venezia, di decisioni pubbliche a favore di gruppi finanziari privati che investono nell’immobiliare di lusso e di risorse territoriali comuni di cui beneficieranno pochissime persone, questa scontata e banale risposta non è più accettabile.
La seconda considerazione è ben più amara: il ruolo dei consumi di lusso nelle società europee del XVIII secolo coincise con una situazione di dilagante povertà ed era chiaramente il prodotto di iniquità spaventose. Quella drammatica situazione, si sa, si tradusse, sul finire del secolo dei lumi, nel collasso dell’ancien régime e nello scoppio della rivoluzione del 1789. E l’epilogo è ben noto: molti dei principali sostenitori di quella domanda effettiva furono ospiti di Madame Guillotine.


Giampietro Pizzo

domenica 14 marzo 2010

L’affaire Di Girolamo e il signor Marchi

Qualche giorno fa, durante la tempesta che ha portato alle dimissioni del senatore Nicola Di Girolamo per riciclaggio e infiltrazioni mafiose nella sua elezione a senatore della Repubblica, per poco, e fugacemente, è apparso nella cronaca che lo riguardava anche il nome di Enrico Marchi – presidente della SAVE.
Poche settimane orsono, il signor Marchi è stato al centro di una delle scelte politiche più delicate per il futuro di Venezia: Tessera City.
Tessera City - per i pochi distratti o smemorati – è il nome della maggiore operazione immobiliare che si prepara a Venezia e che significherà, se le istituzioni di questa città non vi si opporranno presto e con determinazione, il sorgere ex nihilo di una enorme nuova area edificabile privata di cui sono dubbie sia l’utilità pubblica che le modalità di realizzazione e di gestione.
Come purtroppo sappiamo sin troppo bene, nel “bel paese” le operazioni immobiliari sono state e sono tuttora, purtroppo, altamente “sensibili”: facile preda di appetiti poco leciti, di manipolazioni illegali, e nel peggiore dei casi, esposte a vere e proprie infiltrazioni mafiose.
Le più attente indagini e analisi del fenomeno criminoso ci dicono che i grandi interessi della mafia si sono ormai trasferiti “altrove”: in Italia e in Europa.
Quando con poco – in questo caso una “semplice” osservazione dei privati a una variante del PRG di Venezia – si può, come Re Mida, trasformare ettari di terra in oro, è quanto meno doveroso essere doppiamente prudenti.
Si dà invece il caso che il dominus di tutta l’operazione – il signor Enrico Marchi, per l’appunto – sia stato “malgré lui” molto vicino al detto ex-senatore di Girolamo.
Nel gennaio 2007 Enrico Marchi acquisisce il controllo della società finanziaria svizzera EgoBank proprietà di Di Girolamo e ne condivide l’amministrazione per qualche tempo. Le cointeressenze durano in verità 18 mesi (sino al luglio 2008, da quanto si deduce dalle anticipazioni sulle indagini giudiziarie in corso).
Come ha dichiarato la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, la banca, che ora è controllata da Marchi: «era una delle "centrali" del flusso di riciclaggio e spartizione del denaro tra i membri della banda delle frodi telefoniche».
Accortamente, Enrico Marchi, neo-proprietario della banca di Di Girolamo, provvede a cambiarne il nome (da Egobank a Banca Credinvest). Forse per segnare una ragionevole discontinuità con il suo discutibile predecessore?
Comunque sia, credo che questa “notizia” non debba passare sotto silenzio e che un approfondimento politico ancor prima che giudiziario sia doveroso.
Ne va, del resto, del destino non solo e non tanto di un uomo d’affari ma di un pezzo importante della nostra città e del nostro territorio. Spero che molti concorderanno con il sottoscritto – a cominciare dal sindaco uscente che ha condiviso non poche scelte amministrative e territoriali con il presidente di Save negli ultimi tempi.
Ne va, infine, del nostro futuro: un futuro che vorremmo trasparente, sicuro e senza pericoli di infiltrazioni (di qualsiasi genere).
Spero che tutti, a destra come a sinistra, ne converremo. E che nessuno risponderà che sono affari di Marchi. No, signori, sono proprio affari nostri!
Anche questa può essere una buona base di partenza per l’amministrazione comunale che verrà.

Giampietro Pizzo

sabato 9 gennaio 2010

Il senso della Politica

Stasera, all’incontro di Favaro sul Quadrante di Tessera, ho pensato e ho sentito quanto la politica sia importante nella nostra vita.
Non è retorica. Non è esagerazione.
Molti anni fa – era il 1984 – in una calda serata di giugno, un signore, minuto e secco, lasciava, a tutti coloro che erano in quella piazza e ai molti che lo avrebbero rivisto, nei giorni successivi, sui giornali e per televisione, e ancora, negli anni a venire, nei mille documentari che hanno riprodotto e narrato quel momento, un messaggio: “la politica è qualcosa per cui vale la pena di spendere la propria vita”.
Sembra retorica, oggi, dire questo. Sembra esagerato, quasi falso, banalmente mediatico, oggi, dire questo. Eppure, quella sera – e nessuno di noi, ventenni, che eravamo in quella piazza poteva davvero immaginare che si trattasse di un testamento ideale – tornando a Venezia, ci interrogammo sul senso di quelle parole.
Parole dette da un uomo sulla sessantina, che ci era sempre apparso secco, quasi arido nel parlare. Un po’ burocrate nell'aspetto; senz’altro un funzionario di partito.

Chissà perché ricordo ora quel momento, che ha segnato la mia biografia e la storia di questo nostro amato e difficile Paese?
Ma no – mi è chiaro - lo ricordo perché oggi ho avvertito, fra la tanta gente che affollava la piccola sala del consiglio del Municipio di Favaro, un sentimento collettivo autentico e non banale.
Ho sentito che la Politica è fatto collettivo; è energia di molti dedicata al bene comune; è capacità di ragionare sulle scelte del presente guardando al futuro; è senso pratico e organizzato di sapere che le Istituzioni siamo noi cittadini, nel bene e nel male.
Non sono un ingenuo. E insisto: tutto questo non è trita retorica.
A Favaro, questa sera, abbiamo ragionato di procedure, di varianti urbanistiche, di destinazione d’uso. Cose tecniche ed aride – direbbero i più. Eppure, negli occhi di chi ascoltava e di chi parlava, non trapelava né noia né “professione”. Era passione ed interesse per la nostra vita cittadina e comune.
Se penso a cosa dovrebbe e dovrà essere la nuova e buona Politica, oggi penso a questo. E’ partecipazione; è controllo sociale; è informazione responsabile; è pragmatico senso del vivere in società. E’ fare comunità dentro e fuori delle istituzioni pubbliche (luoghi riappropriati, non delegati, rivissuti).
Se penso a cosa dovrebbe e dovrà essere la nuova e buona Politica, stasera penso a quella piazza di Padova, nel 1984, e a quell’uomo, che ha segnato la mia vita e la vita di tanti come me.

Giampietro

sabato 5 dicembre 2009

Poche regole essenziali per una campagna elettorale che aiuti la Politica a non morire

L’economia italiana è in affanno e il nostro vivere insieme è in forte crisi. Occorre fare qualcosa; occorre farlo subito, cominciando da piccoli ma evidenti segnali. Proponiamo e garantiamo, per esempio, poche regole, per contribuire alla ricostruzione delle condizioni della politica e per un’effettiva partecipazione dei cittadini al dialogo politico.

I costi della politica
La prima regola è ridurre al massimo i costi della politica. Le campagne elettorali, si sa, costano molto, perché costa la pubblicità sui media, costa l’organizzazione dei convegni e delle iniziative pubbliche. Poniamo dunque un limite alle spese elettorali: ogni candidato sindaco si impegni a:
• non spendere per la propria campagna più di 50.000 euro;
• dichiarare ex-ante i propri sponsor e sostenitori elettorali.
Il risultato sarà duplice: ridurremo sensibilmente i costi della campagna elettorale e, soprattutto, metteremo tutti i candidati sullo stesso piano ai nastri di partenza. Per la democrazia non sarebbe un passaggio di poco conto.

L’accesso all’informazione
La seconda regola impegna i giornali e i media locali a produrre un dibattito positivo, aperto e chiaro. Ogni giornalista si impegni dunque a:
• dare spazio in modo adeguato a tutti i candidati e a tutte le forze politiche e associative che durante i prossimi mesi parteciperanno al dibattito elettorale;
• sospendere le pubblicità e le inserzioni a pagamento con finalità direttamente elettorali;
• ospitare tribune politiche aperte e strutturate (ad esempio, proponendo dibattiti tematici che consentano un confronto chiaro delle diverse posizioni e proposte programmatiche);
• ridurre al minimo i “si dice”, le analisi dietrologiche, le personalizzazioni;
• potenziare le sezioni dedicate alle lettere e gli spazi a disposizione di tutti i cittadini che vogliano intervenire nel dibattito cittadino.

I luoghi della politica
Il Comune identifichi per i tre mesi di campagna elettorale le sale cittadine che a Venezia, Mestre, Marghera e nelle altre municipalità comunali potranno ospitare gratuitamente le iniziative elettorali di tutti coloro che ne facciano richiesta. Ovviamente si dovrà rispettare una ordinaria programmazione nell’uso dei locali.
Alcuni luoghi pubblici aperti (campi, piazze e strade) saranno attrezzati per comizi e incontri pubblici senza alcun onere per i promotori.


Redde rationem - ovvero come renderanno conto gli eletti al loro elettorato
I programmi dei candidati e delle coalizioni saranno rese disponibili in una sezione del sito web del Comune di Venezia e archiviati come documenti ufficiali. Tali documenti saranno consultabili durante tutto il periodo amministrativo 2010-2015 affinché ogni cittadino possa verificare la corrispondenza tra quanto annunciato e quanto realizzato in caso di vittoria del candidato e della coalizione proposta.

Altre regole potrebbero essere utilmente aggiunte. Ma questo potrebbe essere già un passo interessante.

Chiediamo ai candidati, ai giornali e all’Amministrazione uscente di sottoscrivere queste quattro regole.


Giampietro Pizzo
FONDAMENTE
Gruppo di cultura politica