In questi anni, troppo spesso, si è detto che i cittadini sono lontani dalla politica. Questo è diventato, purtroppo, un luogo comune. E’ tempo di invertire la rotta.
Occorre, noi crediamo, ricostruire un rapporto positivo tra i cittadini e la cosa pubblica.
La cosa pubblica non è, nella nostra vita, una dimensione metafisica, astratta, perché la prima e rilevante cosa pubblica ha a che fare con il nostro territorio, con la nostra prossimità.
E’ questa, del resto, la ragione per cui abbiamo deciso di chiamare “Fondamente” il nostro gruppo di cultura politica: perché le Fondamente sono, ad un tempo, luogo pubblico e luogo nostro: luogo di prossimità.
Ora è tempo di manifestare la nostra volontà, la nostra disponibilità per la cosa pubblica; e occorre farlo in ogni occasione possibile.
In questi giorni, un’occasione si è manifestata a Venezia. L’occasione è l’avviso pubblico del Sindaco, rivolto a tutti i cittadini, per la scelta di alcune donne e di alcuni uomini da coinvolgere nell’amministrazione di rilevanti istituzioni territoriali. Alcuni sono enti vecchi, e altri novissimi. Ricordiamoli:
Fondazione Asilo Infantile Principessa Maria Letizia;
IPAB Antica Scuola dei Battuti;
Opera Pia Istituti Riuniti Patronato di Castello e Carlo Coletti;
Fondazione Querini Stampalia;
Fondazione Musei Civici di Venezia
Fondamente si è interrogata su questa scelta imminente; la nostra risposta è stata: vorremmo contribuire, vorremmo partecipare.
Le candidature che avanziamo sono, dal nostro punto di vista, adeguate, per almeno tre buone ragioni.
La prima ragione è che nessuna fra le persone che hanno deciso di depositare la propria candidatura, può essere considerata incompetente: abbiamo scelto, tra di noi, solo quelle professionalità che potessero davvero partecipare utilmente al governo di quegli enti. Ma questa, - qualcuno ha obiettato - è una condizione necessaria ma non sufficiente.
Sono seguite, allora, una seconda e una terza ragione, e queste hanno certo un carattere dichiaratamente politico: i nostri candidati devono essere disposti a, e in grado di, fungere da “tramite”, da punto di collegamento permanente, tra i cittadini veneziani e le scelte che occuperanno e che impegneranno gli organismi di governance degli enti prima menzionati; i nostri candidati devono sapere separare il proprio impegno politico dal proprio interesse individuale: e per questo, ognuno dei designati renderà disponibili i propri gettoni di presenza, relativi al loro ruolo nei rispettivi consigli di amministrazione e nei collegi dei revisori dei conti, per finanziare attività di iniziativa pubblica (per esempio, assemblee, conferenze, incontri, etc.).
Ci sembrano tre buone ragioni per considerare questa piccola proposta come portatrice di uno stile e di un metodo davvero nuovo nel governo della cosa pubblica.
Nei consigli di amministrazione, ci saranno certo anche imprenditori, banchieri, politici di professione e amministratori territoriali, ma far sì che questi organi includano anche cittadini disponibili a contribuire al governo della cosa pubblica e alle scelte difficili che questi enti dovranno compiere, è un fatto che, speriamo, nessuno vorrà escludere.
I nostri candidati sono:
1) Mario Coglitore – storico e archivista;
2) Lia Durante – storica dell’arte;
3) Daniele Gasparinetti – commercialista;
4) Paola Juris – avvocato
5) Fernando Marchiori – insegnante e ricercatore;
6) Mario Spinelli – architetto.
giovedì 10 aprile 2008
mercoledì 2 aprile 2008
sabato 15 marzo 2008
Più pubblico in un mondo globale
Primo: pensare diversamente.
Quando si parla di globalizzazione e di competitività s’invoca molto spesso: più privato, più concorrenza! Questo è il mantra di chi si occupa di relazioni internazionali e di chi, più banalmente, si mette semplicemente nel coro.
Dalla globalizzazione, ovvero da chi nel mondo produce, investe e consuma a tutto campo, si attendono mille benefici e mille disgrazie.
Chi vede con più facilità i mille benefici, dice agli italiani: rimboccatevi le maniche ed entrate nell’economia mondiale. Da questo nuovo contesto internazionale – continuano gli apologhi dell’internazionalizazione - ne verranno più ricchezza e più opportunità per tutti.
Bello, se fosse vero!
Per chi invece vede in ritardo, ma con roboante retorica, i mali che provengono dai giganti asiatici – da quel moloch, goffamente definito “Cindia” – l’unica salvezza è la barriera protezionistica. Purtroppo questa più che una diga contro l’alta marea cinese, sembra la tardiva costruzione di un’arca di Noé per sopravvivere a un secondo diluvio globale. E se poi le acque non scendessero affatto e ricoprissero ogni cosa per qualche decennio? E se questo fenomeno fosse destinato a durare a lungo? In questo caso, forse l’arca potrebbe essere salva, ma dentro – ahimé - si ritroverebbero soltanto scheletrici cadaveri.
La globalizzazione non è un male in sé; la circolazione transnazionale di beni, capitali e uomini (pochi ancora questi ultimi, a dire il vero!) non è qualcosa di negativo. Anzi la prospettiva della fine delle frontiere, delle barriere, dei muri di ogni tipo, è un grande e nobile sogno dell’umanità.
Il male della globalizzazione ha due genitori: Tempo, il padre e Ingiustizia, la madre.
Tempo, o meglio la mancanza di tempo. E’ questa tremenda accelerazione storica che non consente alle società, alle persone, di attrezzarsi, di costruire strategie di adattamento.
Quando si parla di globalizzazione e di competitività s’invoca molto spesso: più privato, più concorrenza! Questo è il mantra di chi si occupa di relazioni internazionali e di chi, più banalmente, si mette semplicemente nel coro.
Dalla globalizzazione, ovvero da chi nel mondo produce, investe e consuma a tutto campo, si attendono mille benefici e mille disgrazie.
Chi vede con più facilità i mille benefici, dice agli italiani: rimboccatevi le maniche ed entrate nell’economia mondiale. Da questo nuovo contesto internazionale – continuano gli apologhi dell’internazionalizazione - ne verranno più ricchezza e più opportunità per tutti.
Bello, se fosse vero!
Per chi invece vede in ritardo, ma con roboante retorica, i mali che provengono dai giganti asiatici – da quel moloch, goffamente definito “Cindia” – l’unica salvezza è la barriera protezionistica. Purtroppo questa più che una diga contro l’alta marea cinese, sembra la tardiva costruzione di un’arca di Noé per sopravvivere a un secondo diluvio globale. E se poi le acque non scendessero affatto e ricoprissero ogni cosa per qualche decennio? E se questo fenomeno fosse destinato a durare a lungo? In questo caso, forse l’arca potrebbe essere salva, ma dentro – ahimé - si ritroverebbero soltanto scheletrici cadaveri.
La globalizzazione non è un male in sé; la circolazione transnazionale di beni, capitali e uomini (pochi ancora questi ultimi, a dire il vero!) non è qualcosa di negativo. Anzi la prospettiva della fine delle frontiere, delle barriere, dei muri di ogni tipo, è un grande e nobile sogno dell’umanità.
Il male della globalizzazione ha due genitori: Tempo, il padre e Ingiustizia, la madre.
Tempo, o meglio la mancanza di tempo. E’ questa tremenda accelerazione storica che non consente alle società, alle persone, di attrezzarsi, di costruire strategie di adattamento.
Quando si vogliono omogeneizzare salari europei e cinesi, quando si ignorano società e culture diverse e ricche, quando si annullano economie e civiltà materiali cresciute separatamente - in nome di una equivalenza universale chiamata Mercato-, allora ecco che pezzi di società e di storia si ribellano contro la violenza di questo processo.
Di fronte alla fisica dei vasi comunicanti, qualcuno deve porsi il problema di cosa significa la differenza di pressione fra una parte e l’altra del Mondo. Tutto rischia di essere cancellato, sia per chi cresce che per chi deve diminuire. E così, mentre in Europa o negli Stati Uniti scompaiono miseramente storie e realtà industriali nel giro di pochi mesi – lasciando solo disperazione e degrado – dall’altro, in Cina, spuntano come funghi città di dieci milioni di abitanti, con un inevitabile corollario di tragedie rurali e di disastri ambientali urbani.
Accanto alla violenza temporale, vi è un’asimmetria economica e sociale che produce a piene mani Ingiustizia.
Nell’impetuoso scompaginarsi dei fenomeni economici, gli effetti sociali sono radicalmente diversi tra chi sta in alto e chi sta in basso – da un lato e dall’altro del nuovo mondo globale.
Dice Zygmunt Bauman – acuto studioso del nuovo mondo che viene - che le società si vanno riorganizzando in due inedite classi sociali: i “mobili” e i “territoriali”. I primi rappresentano la nuova élite, in grado di muoversi nel mondo cogliendo opportunità ed esperienze; i secondi restano legati al vecchio mondo e sono le vittime del nuovo.
Per ragioni etiche e politiche, crediamo che occorra difendere i secondi, perché maggioranza e perché destinati alla sconfitta nell’attuale processo storico mondiale. I primi non solo si difendono da sé ma attaccano e intaccano duramente le condizioni dei più.
La globalizzazione è crescita e redistribuzione allo stesso tempo. E’ per questa ragione che occorre una politica pubblica forte e lungimirante. Storicamente, la dimensione pubblica, sia nazionale che transnazionale, appare non solo opportuna ma indispensabile.
Se la globalizzazione è crescita, e crescita tumultuosa che scardina ogni vincolo ambientale ed energetico, allora una politica ampia, transnazionale e rigorosa dei beni pubblici si impone. Non ci sono alternative – e lo dicono le quotazioni delle materie prime e del petrolio di questi giorni, così come lo segnalano i tassi di inquinamento delle città cinesi e indiane.
Se la globalizzazione è redistribuzione della ricchezza, una redistribuzione che fa crescere enormemente la quota dei profitti – e, in alcuni casi, come in Italia, delle rendite – a scapito dei salari, allora una politica dei redditi in senso opposto è improrogabile. Per essere il più possibile espliciti: vanno difese le condizioni di vita degli operai italiani, perché domani si possano difendere i diritti dei lavoratori a Shenzhen come a Bangalore. Ed è non solo di contratti sindacali che vogliamo parlare, ma soprattutto di servizi sociali e di diritti di cittadinanza.
Occorre investire in beni pubblici e ricostruire un autentico Welfare State: queste sono due semplici ma dirimenti priorità.
Ecco perché bisogna affermare più pubblico – e non più privato – in questo ineluttabile mondo globale.
Giampietro Pizzo
Accanto alla violenza temporale, vi è un’asimmetria economica e sociale che produce a piene mani Ingiustizia.
Nell’impetuoso scompaginarsi dei fenomeni economici, gli effetti sociali sono radicalmente diversi tra chi sta in alto e chi sta in basso – da un lato e dall’altro del nuovo mondo globale.
Dice Zygmunt Bauman – acuto studioso del nuovo mondo che viene - che le società si vanno riorganizzando in due inedite classi sociali: i “mobili” e i “territoriali”. I primi rappresentano la nuova élite, in grado di muoversi nel mondo cogliendo opportunità ed esperienze; i secondi restano legati al vecchio mondo e sono le vittime del nuovo.
Per ragioni etiche e politiche, crediamo che occorra difendere i secondi, perché maggioranza e perché destinati alla sconfitta nell’attuale processo storico mondiale. I primi non solo si difendono da sé ma attaccano e intaccano duramente le condizioni dei più.
La globalizzazione è crescita e redistribuzione allo stesso tempo. E’ per questa ragione che occorre una politica pubblica forte e lungimirante. Storicamente, la dimensione pubblica, sia nazionale che transnazionale, appare non solo opportuna ma indispensabile.
Se la globalizzazione è crescita, e crescita tumultuosa che scardina ogni vincolo ambientale ed energetico, allora una politica ampia, transnazionale e rigorosa dei beni pubblici si impone. Non ci sono alternative – e lo dicono le quotazioni delle materie prime e del petrolio di questi giorni, così come lo segnalano i tassi di inquinamento delle città cinesi e indiane.
Se la globalizzazione è redistribuzione della ricchezza, una redistribuzione che fa crescere enormemente la quota dei profitti – e, in alcuni casi, come in Italia, delle rendite – a scapito dei salari, allora una politica dei redditi in senso opposto è improrogabile. Per essere il più possibile espliciti: vanno difese le condizioni di vita degli operai italiani, perché domani si possano difendere i diritti dei lavoratori a Shenzhen come a Bangalore. Ed è non solo di contratti sindacali che vogliamo parlare, ma soprattutto di servizi sociali e di diritti di cittadinanza.
Occorre investire in beni pubblici e ricostruire un autentico Welfare State: queste sono due semplici ma dirimenti priorità.
Ecco perché bisogna affermare più pubblico – e non più privato – in questo ineluttabile mondo globale.
Giampietro Pizzo
mercoledì 27 febbraio 2008
La balcanizzazione dell’Europa
E’ incredibile come la nostra attenzione mediatica possa essere distratta.
La “lunga guerra” balcanica continua e si aggrava a pochi passi da qui, ma anche gli eventi più drammatici sembrano lontani e irrilevanti per i giornali e per il dibattito politico italiani.
Eppure la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo peserà moltissimo sull’Italia e sull’Europa.
Pesa e peserà su un’Europa che è ormai l’ombra di sé stessa. Un’Europa priva di significato economico e sociale per i cittadini europei e per quelli che potrebbero domani diventarlo; un’Europa – ed è questo che davvero brucia - senza uno straccio di progetto politico.
“Ognuno per proprio conto” – questo è ormai il motto con cui in Europa si fa politica estera. E mentre in Italia D’Alema dice sì, nella socialista Spagna Zapatero dice no. Nessuno si straccia le vesti ma neppure si sorprende. Sono passati dieci anni dai bombardamenti su Belgrado e ci ritroviamo ancora nello stesso clima di guerra e di odio.
Dov’è dunque finito quel grande e nobile progetto per una Europa di pace e benessere che entusiasmò molti di noi solo pochi anni fa? Sepolto, a quanto pare, sotto cumuli di insipienza, di indifferenza, di falso realismo politico; il tutto condito in una mediocre salsa americana.
Ma che cosa potrà davvero essere il Kosovo indipendente? Un micro Stato accanto ad altri micro Stati. Così fu per la Bosnia dilaniata da una guerra fratricida, così è per quella “terra di nessuno”, divenuta indipendente l’anno scorso, chiamata Montenegro.
Senza tema di essere tacciati come filoserbi, si tratta di riconoscere semplicemente che il Kosovo indipendente è il frutto di una decisione americana, sostenuta e amplificata da anni d’inerzia diplomatica europea.
Il Kosovo è indipendente ma non sarà mai indipendente. No, non è un bisticcio di parole, perché alla dichiarazione politica si accompagna – e tutti lo sanno – l’impossibilità per quel paese di essere economicamente e finanziariamente autosufficiente. Uno Stato coloniale destinato a un eterno sussidio europeo e internazionale.
Bisogna, in questo frangente, ricordare che la responsabilità della ricostruzione è stata in questi anni delegata all'ONU, e il risultato è uno Stato in mano alla criminalità: 'It is a Mafia society', dicono fonti autorevoli. Il potere se lo sono preso le bande armate, grazie alla protezione offerta dagli Stati Uniti. Per il Pentagono uno stato debole ha due vantaggi: assicura la piena extraterritorialità delle basi militari e consente alle forze occupanti di comportarsi come dei fuorilegge.
Il triste bilancio del Kosovo è di essere diventato in questi anni di “protettorato” americano ed europeo, il crocevia di una florida economia del narcotraffico, così come il Montenegro lo è da tempo del contrabbando e dei traffici illegali di armi.
Dall’altra parte della frontiera – che noi europei abbiamo contribuito a tracciare - vi è una crescente indifferenza nei confronti del dramma serbo.
Una nazione, la Serbia, smembrata e sbeffeggiata a più riprese, senza che nessuno misurasse sino in fondo la portata storica di tale condotta. Eppure la Storia insegna che quando si alimentano odî e rancori, si preparano inesorabilmente i conflitti e le guerre di domani.
L’Europa vista dai Balcani non lascia purtroppo sperare nulla di buono.
Una cosa è certa: l’Italia rischia di perdere un amico, mentre aumentano, da una parte e dall’altra dell’Adriatico, la confusione e i dissidi.
Vale la pena di ricordare, infine, che dinnanzi allo spettro della secessione nessuno è immune.
In questi giorni l’Italia e l’Europa – con la sola eccezione della Spagna - hanno contribuito a creare un terribile precedente.
E se domani qualcuno dichiarasse unilateralmente l’indipendenza basca o padana, chi oserebbe argomentare l’inconsistenza di un simile atto politico?
Giampietro Pizzo
La “lunga guerra” balcanica continua e si aggrava a pochi passi da qui, ma anche gli eventi più drammatici sembrano lontani e irrilevanti per i giornali e per il dibattito politico italiani.
Eppure la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo peserà moltissimo sull’Italia e sull’Europa.
Pesa e peserà su un’Europa che è ormai l’ombra di sé stessa. Un’Europa priva di significato economico e sociale per i cittadini europei e per quelli che potrebbero domani diventarlo; un’Europa – ed è questo che davvero brucia - senza uno straccio di progetto politico.
“Ognuno per proprio conto” – questo è ormai il motto con cui in Europa si fa politica estera. E mentre in Italia D’Alema dice sì, nella socialista Spagna Zapatero dice no. Nessuno si straccia le vesti ma neppure si sorprende. Sono passati dieci anni dai bombardamenti su Belgrado e ci ritroviamo ancora nello stesso clima di guerra e di odio.
Dov’è dunque finito quel grande e nobile progetto per una Europa di pace e benessere che entusiasmò molti di noi solo pochi anni fa? Sepolto, a quanto pare, sotto cumuli di insipienza, di indifferenza, di falso realismo politico; il tutto condito in una mediocre salsa americana.
Ma che cosa potrà davvero essere il Kosovo indipendente? Un micro Stato accanto ad altri micro Stati. Così fu per la Bosnia dilaniata da una guerra fratricida, così è per quella “terra di nessuno”, divenuta indipendente l’anno scorso, chiamata Montenegro.
Senza tema di essere tacciati come filoserbi, si tratta di riconoscere semplicemente che il Kosovo indipendente è il frutto di una decisione americana, sostenuta e amplificata da anni d’inerzia diplomatica europea.
Il Kosovo è indipendente ma non sarà mai indipendente. No, non è un bisticcio di parole, perché alla dichiarazione politica si accompagna – e tutti lo sanno – l’impossibilità per quel paese di essere economicamente e finanziariamente autosufficiente. Uno Stato coloniale destinato a un eterno sussidio europeo e internazionale.
Bisogna, in questo frangente, ricordare che la responsabilità della ricostruzione è stata in questi anni delegata all'ONU, e il risultato è uno Stato in mano alla criminalità: 'It is a Mafia society', dicono fonti autorevoli. Il potere se lo sono preso le bande armate, grazie alla protezione offerta dagli Stati Uniti. Per il Pentagono uno stato debole ha due vantaggi: assicura la piena extraterritorialità delle basi militari e consente alle forze occupanti di comportarsi come dei fuorilegge.
Il triste bilancio del Kosovo è di essere diventato in questi anni di “protettorato” americano ed europeo, il crocevia di una florida economia del narcotraffico, così come il Montenegro lo è da tempo del contrabbando e dei traffici illegali di armi.
Dall’altra parte della frontiera – che noi europei abbiamo contribuito a tracciare - vi è una crescente indifferenza nei confronti del dramma serbo.
Una nazione, la Serbia, smembrata e sbeffeggiata a più riprese, senza che nessuno misurasse sino in fondo la portata storica di tale condotta. Eppure la Storia insegna che quando si alimentano odî e rancori, si preparano inesorabilmente i conflitti e le guerre di domani.
L’Europa vista dai Balcani non lascia purtroppo sperare nulla di buono.
Una cosa è certa: l’Italia rischia di perdere un amico, mentre aumentano, da una parte e dall’altra dell’Adriatico, la confusione e i dissidi.
Vale la pena di ricordare, infine, che dinnanzi allo spettro della secessione nessuno è immune.
In questi giorni l’Italia e l’Europa – con la sola eccezione della Spagna - hanno contribuito a creare un terribile precedente.
E se domani qualcuno dichiarasse unilateralmente l’indipendenza basca o padana, chi oserebbe argomentare l’inconsistenza di un simile atto politico?
Giampietro Pizzo
giovedì 14 febbraio 2008
Fare società
“Fare società” non è solo una felice espressione coniata da Aldo Bonomi per descrivere la domanda che viene alla Politica dal territorio italiano.
Fare società è, prima ancora, la volontà che esprime chi, ora, in Italia, non vuole arrendersi alla dissoluzione della Politica.
Ma la Politica vive se il legame sociale torna ad essere il nesso fondatore del nostro esistere come cittadini in questo Paese e in questo tempo.
La Politica non muore se l’individualismo proprietario non azzera la grande tradizione italiana del vivere insieme.
Di fronte al tentativo di cancellazione del produttore e alla solitudine del consumatore, occorre ritrovare – sperimentando e innovando – una dimensione collettiva.
Se, come appare chiaro, l’individuo è impotente, allora la risposta non può che essere collettiva.
La libertà individuale non ha futuro senza pratiche autentiche di solidarietà, senza dispositivi che sappiano davvero garantire e valorizzare le scelte individuali. Non ci sono diritti difendibili senza autentiche eguaglianze civili e sociali.
Da questo occorre ricominciare per rendere operabile un progetto politico che “faccia società”.
Vano è credere che possa essere il Mercato il luogo dove le libertà e le uguali opportunità si affermano e crescono. Del resto, è chiaro a tutti che quando entra in scena il Mercato, il mercato globale, pressoché nulla di rilevante sul piano sociale e dei diritti è decidibile: sono sempre e solo i vincoli esterni della competitività e della credibilità internazionale a decidere al posto della Politica. Se questo è il progetto che, tanto a destra che al centro, il PdL e il PD vanno partorendo, allora l’unico spazio residuale è quello amministrativo-gestionale, con buona pace della Politica. Il mantra delle privatizzazioni e del contenimento della sfera pubblica non potrà che spianare la strada a questo riduzionismo politico. Ma davvero è pensabile che questo sia l’unico scenario?
Io, invece, voglio che il Pubblico rappresenti ancora un orizzonte possibile in cui costruire diritti e socialità. Un Pubblico come valore ancor prima che come tecnica di governo.
Deve essere questa – non altra – la forza, il sogno di una Sinistra degna di questo nome.
Ma, innanzitutto, il “voglio” deve diventare “vogliamo”. Per questo occorre ricostruire una dimensione autentica di linguaggio, di azione collettiva che sia capace di generare fiducia, di passione e progetto per tutti, di visione e di fare per ognuno.
Giampietro Pizzo
Fare società è, prima ancora, la volontà che esprime chi, ora, in Italia, non vuole arrendersi alla dissoluzione della Politica.
Ma la Politica vive se il legame sociale torna ad essere il nesso fondatore del nostro esistere come cittadini in questo Paese e in questo tempo.
La Politica non muore se l’individualismo proprietario non azzera la grande tradizione italiana del vivere insieme.
Di fronte al tentativo di cancellazione del produttore e alla solitudine del consumatore, occorre ritrovare – sperimentando e innovando – una dimensione collettiva.
Se, come appare chiaro, l’individuo è impotente, allora la risposta non può che essere collettiva.
La libertà individuale non ha futuro senza pratiche autentiche di solidarietà, senza dispositivi che sappiano davvero garantire e valorizzare le scelte individuali. Non ci sono diritti difendibili senza autentiche eguaglianze civili e sociali.
Da questo occorre ricominciare per rendere operabile un progetto politico che “faccia società”.
Vano è credere che possa essere il Mercato il luogo dove le libertà e le uguali opportunità si affermano e crescono. Del resto, è chiaro a tutti che quando entra in scena il Mercato, il mercato globale, pressoché nulla di rilevante sul piano sociale e dei diritti è decidibile: sono sempre e solo i vincoli esterni della competitività e della credibilità internazionale a decidere al posto della Politica. Se questo è il progetto che, tanto a destra che al centro, il PdL e il PD vanno partorendo, allora l’unico spazio residuale è quello amministrativo-gestionale, con buona pace della Politica. Il mantra delle privatizzazioni e del contenimento della sfera pubblica non potrà che spianare la strada a questo riduzionismo politico. Ma davvero è pensabile che questo sia l’unico scenario?
Io, invece, voglio che il Pubblico rappresenti ancora un orizzonte possibile in cui costruire diritti e socialità. Un Pubblico come valore ancor prima che come tecnica di governo.
Deve essere questa – non altra – la forza, il sogno di una Sinistra degna di questo nome.
Ma, innanzitutto, il “voglio” deve diventare “vogliamo”. Per questo occorre ricostruire una dimensione autentica di linguaggio, di azione collettiva che sia capace di generare fiducia, di passione e progetto per tutti, di visione e di fare per ognuno.
Giampietro Pizzo
lunedì 28 gennaio 2008
Crisi di governo, crisi della Politica
Dobbiamo reagire. Non possiamo fare finta di nulla.
L'indecenza, la confusione, la perdita di senso dello Stato che percorre il Paese hanno raggiunto ormai il livello di guardia.
Le ripercussioni saranno pesantissime: non è solo la credibilità delle istituzioni ad essere in discussione, ma la solidità stessa della democrazia, come valore e come pratica sociale, che rischia di essere compromessa.
Se questa è la democrazia - pensano già in molti - che me ne faccio? Perché dovrei difenderla?
Quando ci si interroga così, quando si dubita che la democrazia possa essere altro e di più di una vuota e confusa retorica, allora vuol dire che l'involuzione autoritaria, che le spinte populiste hanno già lacerato pesantemente il tessuto sociale democratico di questo Paese.
Non basta più rassicurare, non è più sufficiente il richiamo alle responsabilità della politica perché questa si emendi e si auto-riformi. Lo sfascio culturale prima ancora che politico è andato troppo oltre per pensare a soluzioni tecniche, a misure ordinarie, a leggi elettorali di questo o quel segno.
La crisi della Politica è talmente radicale che occorre tornare alla radice. Occorre tornare là dove in questi anni si è rotto il legame tra rappresentato e rappresentante, quando il primo ha abdicato alla propria partecipazione e il secondo ha perso qualsiasi capacità di ascolto.
Se questo legame si è rotto, ed è purtroppo così, allora nulla è più come prima: la Democrazia è in pericolo e la Politica sta morendo.
Ognuno di noi in questo frangente storico ha responsabilità morali e civili altissime.
Nessuno può essere mero spettatore della crisi; nessuno può atteggiarsi a disincantato e cinico osservatore degli eventi; nessuno può dire "e io che cosa ci posso fare?".
In questa situazione davvero drammatica per il futuro del nostro Paese, chi sceglie di stare a guardare è complice del disastro. Non è un tempo in cui si possa guardare altrove, in cui le scelte personali e private possano prevalere sui doveri civici. La nostra è una responsabilità individuale ancor prima che collettiva.
Non possiamo, non dobbiamo delegare. Il "delegato" è contumace, la delega priva di contenuto. Prendiamone atto.
Dobbiamo reagire. Non saranno - lo sappiamo - le elezioni a rimettere sulla buona strada questa nostra sgangherata - ma ancora nostra! - Repubblica.
Nessun politico deve - d'ora in poi - poter decidere da solo. Occorre aprire un confronto serrato ma vero. Ovunque e subito.
Non possiamo, non vogliamo delegare. Basta assistere passivamente a "Porta a Porta", "Ballarò", "Matrix" o altri bene o male-meriti talk show! Quella non è democrazia.
Non può essere "La Repubblica" o "Il Corriere" a dire ciò che è bene e ciò che è male per il Paese: nessuno di noi ha mai scelto come portavoce né Ezio Mauro né Paolo Mieli.
L'opacità, la farraginosità, la banalità dei mass media rende semmai ancora più difficile il dibattito, il dialogo, l'impegno.
Alla grande illusione sulle magnifiche sorti e progressive della democrazia televisiva e mass-mediatica occorre rispondere ricreando luoghi veri, fisici, di incontro e di contatto politico.
Le piazze, le aule, i teatri, le sale pubbliche devono tornare a riempirsi. Prima che sia troppo tardi. La vendita culturale e materiale della cosa pubblica per una manciata di voti è l'infausto orizzonte che potrebbe attenderci. Una nuova evoluta forma di privatizzazione potrebbe essere in cantiere: dopo aver privatizzato l'economia, perché non farlo con la politica? A questo pensano i Montezemolo vecchi e nuovi, dentro e fuori Confindustria. Sarebbe davvero la fine della Democrazia: essere obbligati a scegliere tra un Manager Mediaset e un Manager FIAT!
Sul futuro nostro e dei nostri figli questo scenario rischia di pesare più di montagne di immondizia.
Dobbiamo reagire.
Giampietro Pizzo
L'indecenza, la confusione, la perdita di senso dello Stato che percorre il Paese hanno raggiunto ormai il livello di guardia.
Le ripercussioni saranno pesantissime: non è solo la credibilità delle istituzioni ad essere in discussione, ma la solidità stessa della democrazia, come valore e come pratica sociale, che rischia di essere compromessa.
Se questa è la democrazia - pensano già in molti - che me ne faccio? Perché dovrei difenderla?
Quando ci si interroga così, quando si dubita che la democrazia possa essere altro e di più di una vuota e confusa retorica, allora vuol dire che l'involuzione autoritaria, che le spinte populiste hanno già lacerato pesantemente il tessuto sociale democratico di questo Paese.
Non basta più rassicurare, non è più sufficiente il richiamo alle responsabilità della politica perché questa si emendi e si auto-riformi. Lo sfascio culturale prima ancora che politico è andato troppo oltre per pensare a soluzioni tecniche, a misure ordinarie, a leggi elettorali di questo o quel segno.
La crisi della Politica è talmente radicale che occorre tornare alla radice. Occorre tornare là dove in questi anni si è rotto il legame tra rappresentato e rappresentante, quando il primo ha abdicato alla propria partecipazione e il secondo ha perso qualsiasi capacità di ascolto.
Se questo legame si è rotto, ed è purtroppo così, allora nulla è più come prima: la Democrazia è in pericolo e la Politica sta morendo.
Ognuno di noi in questo frangente storico ha responsabilità morali e civili altissime.
Nessuno può essere mero spettatore della crisi; nessuno può atteggiarsi a disincantato e cinico osservatore degli eventi; nessuno può dire "e io che cosa ci posso fare?".
In questa situazione davvero drammatica per il futuro del nostro Paese, chi sceglie di stare a guardare è complice del disastro. Non è un tempo in cui si possa guardare altrove, in cui le scelte personali e private possano prevalere sui doveri civici. La nostra è una responsabilità individuale ancor prima che collettiva.
Non possiamo, non dobbiamo delegare. Il "delegato" è contumace, la delega priva di contenuto. Prendiamone atto.
Dobbiamo reagire. Non saranno - lo sappiamo - le elezioni a rimettere sulla buona strada questa nostra sgangherata - ma ancora nostra! - Repubblica.
Nessun politico deve - d'ora in poi - poter decidere da solo. Occorre aprire un confronto serrato ma vero. Ovunque e subito.
Non possiamo, non vogliamo delegare. Basta assistere passivamente a "Porta a Porta", "Ballarò", "Matrix" o altri bene o male-meriti talk show! Quella non è democrazia.
Non può essere "La Repubblica" o "Il Corriere" a dire ciò che è bene e ciò che è male per il Paese: nessuno di noi ha mai scelto come portavoce né Ezio Mauro né Paolo Mieli.
L'opacità, la farraginosità, la banalità dei mass media rende semmai ancora più difficile il dibattito, il dialogo, l'impegno.
Alla grande illusione sulle magnifiche sorti e progressive della democrazia televisiva e mass-mediatica occorre rispondere ricreando luoghi veri, fisici, di incontro e di contatto politico.
Le piazze, le aule, i teatri, le sale pubbliche devono tornare a riempirsi. Prima che sia troppo tardi. La vendita culturale e materiale della cosa pubblica per una manciata di voti è l'infausto orizzonte che potrebbe attenderci. Una nuova evoluta forma di privatizzazione potrebbe essere in cantiere: dopo aver privatizzato l'economia, perché non farlo con la politica? A questo pensano i Montezemolo vecchi e nuovi, dentro e fuori Confindustria. Sarebbe davvero la fine della Democrazia: essere obbligati a scegliere tra un Manager Mediaset e un Manager FIAT!
Sul futuro nostro e dei nostri figli questo scenario rischia di pesare più di montagne di immondizia.
Dobbiamo reagire.
Giampietro Pizzo
venerdì 11 gennaio 2008
Chi siamo, cosa vogliamo
FONDAMENTE è un gruppo di cultura politica. Definirci "gruppo di cultura politica" è, a ben vedere, una dichiarazione d'intenti non ordinaria: anzi, è un'affermazione decisamente ambiziosa.
In un tempo in cui la politica è avvertita come lontana, come un guscio vuoto il cui compito precipuo è occultare interessi particolari e manipolare allegramente valori e opinioni, in un tempo come quello in cui ci è toccato vivere, volere mettere al centro la Politica - il suo essere "questione" - non è certo facile.
Eppure la Politica è ora più che mai uno specchio della nostra condizione individuale e collettiva; essa dice la fragilità del nostro vivere in comunità, manifesta il disagio profondo delle nostre soggettività, rivela quanto sia spesso fatua l'esaltazione dell'individualità.
Vorremmo fare di FONDAMENTE un autentico luogo di elaborazione e dibattito.
Contribuire a mantenere aperto lo spazio della Politica - anzi nella maggiore parte dei casi si tratta semplicemente di riaprirlo - è la volontà che ha animato e anima i partecipanti a FONDAMENTE.
In questi primi mesi di attività siamo alla ricerca di un difficile equilibrio: uscire dalle stereotipate logiche di appartenenza senza per questo millantare una inutile quanto falsa equidistanza tra i punti cardinali della geografia politica. Come è noto, si può difficilmente evitare di assumere una posizione precisa, e anche il fatto di non assumerla equivale sempre ad abbracciarne comunque una, quella del non esserci appunto, del non partecipare.
Ma non vogliamo neppure essere un ennesimo foro di discussione accademica, lontana, mediata e di improbabile efficacia.
Nel dissolversi delle tradizionali categorie politiche, anche il binomio teoria/prassi fatica a sopravvivere. Si tratta quindi di sperimentare, con molta pazienza e molta onestà intellettuale.
Ricostruire i luoghi della politica significa innanzitutto ricostruire il linguaggio della politica: rinominare le cose, ridisegnare l'essenziale sintassi dell'agire politico.
Tutto questo abbisogna di diversi interlocutori - dentro e fuori dei movimenti, dentro e fuori dei partiti, dentro e fuori delle istituzioni; tutto questo significa moltiplicare al massimo grado le interlocuzioni - senza luoghi comuni, senza preconcetti, senza tabù.
Come ogni buona politica insegna, chiediamo a tutti - a coloro che vorranno confrontarsi con noi e a coloro che non lo vorranno fare - di parlare franco e di rendere esplicito il proprio punto di vista.
La buona politica è bene comune, che non lascia spazio né a facili scorciatoie né a discutibili ecumenismi.
Molti dicono che bisogna essere concreti. Noi vogliamo essere concreti, ma per farlo, per rendere misurabili nel qui e ora le analisi, gli argomenti, le posizioni, nessuno si può esimere dallo sforzo di comprensione dei processi globali che coinvolgono l'Italia e il Mondo. Per questo non bastano né i tecnici né le soluzioni tecniche.
Questa ricerca, questa volontà ha vincoli temporali strettissimi. E' l'urgenza dei problemi che non lascia margini, che non concede tregua.
FONDAMENTE
gruppo di cultura politica
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