giovedì 4 aprile 2013

Fermare la deriva, invertire la rotta




Prima hanno seminato vento e ora raccolgono tempesta.
Vale la pena scomodare questa massima biblica per descrivere la linea di condotta che ha ispirato in questi anni la politica italiana.
Proviamo a spiegare perché.
Per molto, troppo tempo la destra berlusconiana ha sparso per ogni dove il vento malsano della demagogia, alimentando i miasmi del falso sogno che ognuno potesse bastare a sé stesso, che arricchirsi fosse sacrosanto, anche a costo di calpestare ogni elementare principio di giustizia, cioè disprezzando letteralmente il prossimo e la cosa pubblica.
Per molto, troppo tempo il centrosinistra ha sostenuto che tutti i mali avevano una comune radice: originati da un’impresentabile destra italiana e dalla sua corruzione endemica; ecco, sarebbe bastato voltare pagina, rimettersi al lavoro con caparbietà e ostinazione; occorreva essere realisti, dei “buoni tecnici”  e, soprattutto, bisognava lasciar fare al mercato: per magia, tutto sarebbe andato a posto, avrebbe ripreso il suo giusto corso, e l’Italia avrebbe ritrovato finalmente il proprio posto tra i grandi del mondo.
Per troppo, troppo tempo, la politica italiana si è esaurita in questo assurdo e falso minuetto, chiedendo a tutti noi di sottoscrivere beotamente questa rappresentazione del mondo e questo modo d’intendere le cose italiane.
Per lustri (o per legislature – decidete voi come computare il tempo) i professionisti (sic!) della politica hanno chiesto a noi italiani di dichiararci pro-Berlusconi oppure pro-Prodi, e poi pro-Veltroni, pro-Bersani, pro-qualcuno.  Nell’intermezzo, qualche “lucida” mente (con il senno di poi, a ben vedere, lucida solo di sudorazione per l’eccessiva esposizione mediatica ai riflettori televisivi) ci ha edotto, a più riprese e con insopportabile arroganza e saccenza, sul perché il bipolarismo fosse il nostro ineluttabile destino. Noi avremmo solo dovuto scegliere una casacca: essere juventini o milanisti, punto– con buona pace dei tanti storici interisti, minoritari fiorentini, istintivi romanisti o vetero-laziali, eccetera, eccetera. “Il multipartitismo è morto e sepolto” – chiosavano le acute menti del Gotha politico italiano.

E tutto questo perché? Perché avremmo dovuto dividerci in due sole bande? Perché il nostro voto doveva andare ineluttabilmente a est o a ovest, e non anche a sud, a nord o a sud-ovest?  Perché tanta protervia nell’orientare il nostro consenso? La pronta risposta non poteva mancare: ma per la Politica, per il Governo, perdinci! Per il sangue di tanti giovani, donne e uomini che, settant’anni fa, con inaudito coraggio, salirono in montagna per la nostra Libertà!
Noi, giustamente, abbiamo a lungo preso sul serio quei signori; abbiamo creduto ai loro argomenti quando rievocavano quegli eroi e quell’eredità. Molto sul serio, li abbiamo presi. Perché dalla Politica dipendevano e dipendono – e lo sanno anche i bambini – le decisioni sul nostro vivere comune. Perché al Governo del Paese era affidato il timone della nostra Comunità.

Ebbene, signore e signori, tutto questo è finito da un pezzo. E’ giunta l’ora che lo dichiariate (siate onesti, per una volta!): da almeno dieci anni, nessuna decisione rilevante appartiene più al Parlamento italiano e al Governo di questa Repubblica.
Questo non significa che non abbiate nel frattempo contribuito a produrre danni enormi: il collasso della Scuola, ad esempio, o lo smantellamento di una Sanità che tutti ci invidiavano o, ancora, la distruzione sistematica di industrie di eccellenza, per finire con la devastazione del Territorio, in nome di un sedicente Progresso costretto tutto dentro mirabolanti infrastrutture.
Ma le cose del Governo, come recitavano gli antichi, cioè l’Economia, la Moneta, le Regole fondamentali sono tutte pensate, scritte e decise altrove. Altrove, dove? A Bruxelles, a Francoforte e a Strasburgo, quando si tratta di prossimità europea. Hanno nomi criptici: Fiscal Compact, Two-Pack, Stability and Growth Pact, ecc.

Poi, quando si tratta di cose di vita o di morte, quando si tratta di Guerra o di Pace, le decisioni si prendono ancora più lontano: a Washington, a Mosca, e ormai anche a Pechino.

Ecco perché semplicemente non abbiamo più fiducia in voi, signori di destra, di sinistra o di centro. Non vi crediamo, non perché non esistano ancora la Destra, la Sinistra e il Centro, ma perché pianamente ci avete preso in giro, avete preteso il nostro consenso per nulla, chiedendoci periodicamente un mandato parlamentare, regionale e amministrativo fondato sul nulla; imbonendoci magari, di tanto in tanto, pur di restare abbarbicati su una scena istituzionale vuota, triste e inutile.

Eppure, se una Comunità perde, per menzogna dei propri sedicenti rappresentanti, la Fiducia in sé stessa, questo fatto sociale è di una gravità assoluta. E’ questo il vulnus costituzionale al quale abbiamo assistito e del quale siete responsabili voi tutti, voi che per un decennio avete abitato, giorno dopo giorno, ora dopo ora, i luoghi della politica: al Quirinale, a Palazzo Chigi, a Montecitorio, a Palazzo Madama, e giù discendendo.

Avreste dovuto semplicemente compiere un atto di verità, un atto che in Politica in alcuni frangenti della Storia è determinante. Avreste dovuto dire: cari cittadini, il nostro Paese è ridotto a un’espressione geografica, è un Ente a sovranità limitata, anzi limitatissima: nessuna decisione fondamentale ci appartiene più perché il Potere è evaporato. Alcune gocce “potenti” si sono condensate in Europa, altre chissà dove sono finite. Sarebbe stato un atto dovuto per mantenere vivo quel prezioso patto fiduciario. Invece no, avete preferito coltivare la menzogna, l’ignavia, la mediocrità.

Sulle vostre miserie si è necessariamente imposto l’unico sovrano reale, il Mercato, e alla sua corte sono cresciuti vecchi e nuovi satrapi, annidati qua e là, spesso in uffici anonimi e ben protetti dalle indiscrezioni dei media (che invece si occupano professionalmente d’altro).  Per quel riguarda la nostra contea, accanto ad alcuni feudatari nazionali – Merkel, Hollande, Cameron - siede un plenipotenziario, prossimo e visibile: è il signor Mario Draghi.

Che ne è allora di quel Popolo sovrano al quale siamo stati educati e che è alla base della nostra carta costituzionale? In quale esilio è stato cacciato?
Il Popolo italiano, esule in terra domestica, stenta a rialzare la testa: è confuso, depresso, incazzato, di fronte a tanta insipiente arroganza.

Ma se vorrà davvero riconquistare un pezzettino sia pur piccolo del proprio primato perduto dovrà distogliere lo sguardo dal chiuso orto nazionale e lanciare, se ne sarà capace, tutt’altra sfida; dovrà farlo con ben altri strumenti, e con ben altri interlocutori rispetto a quelli che assediano le tribune televisive e che hanno militarmente occupato le urne elettorali poche settimane orsono.
Per questa sfida andrà immaginata una radicale e distinta Politica, capace di guardare alto, all’Europa, al Mediterraneo, oltre Atlantico, a Oriente. Per questo compito dovremo, noi Popolo sovrano, attrezzarci di saperi e competenze oggi indisponibili, impadronirsi della Geografia, della Storia, dell’Economia sfuggendo all’ignoranza massmediatica e liberandoci finalmente dalla retorica della piccola e stolta Patria leghista e fascista.
Se, come profeticamente ci indicavano Spinelli e Colorni tanti anni fa, la nostra vera Patria è l’Europa, per quella e su quella vogliamo esprimere il nostro voto e determinare il nostro consenso.
Ecco perché la prossima prima e vera battaglia per la ricostruzione di una Politica alta, fiera e degna, dovrebbe chiamarsi Parlamento Europeo: per rendere finalmente, dopo tanti anni di voto inutile, quel luogo, oggi vuoto e indifferente, un autentico luogo della Politica, un luogo in cui sia possibile ricondensare nelle nostre mani un frammento di quel potere evaporato.
E’ troppo sognare? Forse, ma ne varrebbe davvero la pena, rispetto al triste pantano a cui è ridotto il nostro condominio nazionale.
Ma nessuno s’agiti per il momento. Per il momento, nessun panico colga i nostri esimi statisti: il pilota automatico della nave dei folli battezzata Europa è saldamente inserito e nessun ardimentoso ha avuto ancora l’ardire di avvicinarsi alla cabina di pilotaggio per disinserirlo.

Chi voglia preparare questa avventura sappia che non si tratta di commettere un atto di violenza inconsulta e di compiere un anacronistico elogio della follia, ma di dare semplicemente la stura a un autentico e semplice atto di Democrazia sovrana.
Il resto è cronaca: sono dettagli, dettagli atroci che i popoli europei stanno pagando giorno dopo giorno: in Grecia, a Cipro, in Spagna, in Portogallo, in Italia. E purtroppo, domani, altrove. Fino a che...

Giampietro Pizzo

venerdì 8 marzo 2013

Nell'occhio del ciclone

Come sempre lucida e ficcante l'analisi di Marco Revelli sul Manifesto del 5 marzo. Dopo il voto, la geografica politica è saltata, la logica delle alleanze appare senza senso, eclatante il vuoto istituzionale e governativo, la fine dei partiti ormai è evidente, insomma tutto ha subito un'enorme accelerazione, un rivolgimento di cui fatichiamo ancora a misurare la portata. Eppure quanto sta accadendo segnerà la nostra vita collettiva nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli unici che sembrano non rendersene conto sono proprio quei politici e soi-disant "dirigenti" di partito che, come chi sta nell'occhio del ciclone, non si accorgono di nulla o si illudono che si tratti di un ordinario temporale estivo. Si accorgeranno presto che così non è. Io credo che la tempesta politica e culturale in atto sia salutare - certo pericolosa, come tutte le vere discontinuità storiche (un tempo meglio note come "rivoluzioni"). Nessuno oggi è in grado di valutare in che direzione si muoverà questo movimento cittadino che è stupido etichettare come "grillino", perché va ben al di là dell'icona di Grillo e del marchio 5 stelle, e coinvolge culture, storie, realtà sociali molto diverse ma tutte in cammino, in movimento appunto. Pateticamente inutili si dimostrano le schiere di saccenti professorini e di sondaggisti che si affaticano ad alambiccare su cosa accadrà. Invece di dispensare lezioni a destra e a manca, farebbero semplicemente meglio a osservare e a imparare. Perché nulla sarà più come prima. E anche un pezzo della Sinistra si ostina a non guardare e a non interrogarsi, barricandosi dietro logore certezze e tristi luoghi comuni. Questa è la parte peggiore del declino di un nobile pensiero. Questa è la negazione di un mondo che voleva cambiare il Mondo e che oggi sembra voler solo conservare piccoli e meschini punti di vista. Apriamo allora le stanze del pensiero politico. Cambiamo aria. In Italia, è quasi primavera!

sabato 2 marzo 2013

Ascoltare il Paese

Ascolto Dario Fo parlare alla 7. E ascolto il "giovane turco" Orfini del PD. C'è qualcosa che non va: mentre il grande vecchio si interroga sul nostro devastante e inumano modello di sviluppo - che distrugge ambiente e persone -, ecco che, con nonchalance, il "democratico" dice che l'accordo con i grillini è facile: un po' di deputati in meno, un po' di riduzione sull'indennità parlamentare, un po' di legge elettorale diversa. Poi candidamente aggiunge: "e che sarà se sulla TAV la pensiamo diversamente?", che sarà se un'intera comunità si oppone strenuamente all'idea di inutili e antistorici corridoi europei? E' proprio qui che appare chiaro come la distanza sia abissale: la democrazia non è un semplice e frettoloso maquillage per tenere tranquilla la buona coscienza degli italiani (per poi continuare come se nulla fosse). No, Democrazia è interrogarsi sino in fondo sulla direzione su cui si muove la nostra società, sul nostro essere comunità, sulla nostra Storia e sul nostro futuro. Ma su questi grandi temi il PD sembra da troppo tempo disattento. E' forse per questo che il PD non ha più nulla a che fare oggi con quel "veniamo da lontano e andiamo lontano" che ha animato intere generazioni e che ha dato significato a tante passioni politiche e civiche? Su questo dovrebbe davvero interrogarsi il PD: l'avere perso l'anima della Politica, l'avere adottato acriticamente un modello di modernizzazione mercatista che porta inesorabilmente al disastro. E, ciò che è peggio, Bersani & Co. pensano di fare cosa buona dicendo: "basterà un po' di sensibilità sociale e tutto si rimetterà a posto". E' questa culturale inadeguatezza che rende oggi impossibile un accordo tra il PD e chi sempre più nel Paese chiede un radicale e definitivo cambiamento. Giampietro Pizzo

martedì 19 febbraio 2013

Costretti a un voto di protesta

La campagna elettorale volge finalmente al suo epilogo. E’ un sollievo sapere che tra meno di una settimana questo cicaleccio inutile, questa perdita di denaro pubblico e privato, questo modo indecente di intendere la politica avranno termine. Se le elezioni rappresentano il momento più alto e importante della vita democratica, ebbene, stante la condizione pietosa in cui versa il dibattito pubblico italiano, ciò vuol dire che lo stato di salute della nostra democrazia è davvero molto critico. Due fattori concorrono a rendere drammatica la situazione: la gravità della crisi economica e sociale che attraversa il Paese e la delegittimazione ormai conclamata delle istituzioni repubblicane, a partire proprio dal Parlamento che siamo chiamati ad eleggere. Da più parti, in questi giorni, si fa appello alla responsabilità degli elettori per giustificare e riproporre la cosiddetta teoria del voto utile. Qualcuno vorrebbe addirittura resuscitare un inutile – questo sì - bipolarismo ormai morto e sepolto. Ma la stragrande maggioranza dei cittadini italiani sa bene che non ci troviamo a dover scegliere tra distinte e opposte coalizioni. Non abbiamo infatti davanti a noi alcuna seria proposta di cambiamento e di governo del Paese su cui esercitare una scelta. Non sono scelte né il richiamo ai peggiori istinti corporativi e distruttivi della agonizzante destra berlusconiana, né le proposte del centro-sinistra, il quale ha ormai assunto la teoria del “vincolo esterno” di Draghi come parte integrante della propria azione politica. Per non parlare poi del “tecnico” Monti, sempre meno tecnico e sempre più confuso sul da farsi. Demagogia berlusconiana versus impotenza del centro-sinistra: sarebbe questa la scelta elettorale? Lo svuotamento democratico del nostro Paese è così allarmante che l’unica possibilità rimasta al cittadino italiano è quella di dare voce al proprio disagio esprimendo fino in fondo il proprio dissenso. Nessun cambiamento sarà possibile – è ormai evidente - senza una secca rottura con il passato: basta con le insopportabili responsabilità di questo ceto politico; basta con il modello di società iniqua che si è andata affermando, e che viene presentata ogni giorno come l’unica possibile; basta con le decisioni di politica economica e sociale compiute in questi anni e alle quali pressoché tutto l’arco politico parlamentare ha direttamente o indirettamente concorso. Tacciare il disagio politico degli italiani come pulsione populista è stato ed è tuttora un gravissimo errore: del resto, questo stesso giudizio è figlio di una separazione ormai consumata e irreversibile tra classe politica e cittadini. Se gli addetti ai lavori denominano populista la domanda per un cambiamento autentico delle regole della Politica, del rapporto con le Istituzioni dello Stato, dell’etica negli affari e nella funzione pubblica, allora io mi dichiaro populista. Se è populismo denunciare il fatto che questo modello di Europa è dannoso e che il modello tecnocratico e liberista sta uccidendo le società e la cultura europea, allora io mi dichiaro populista. Troppi campanelli d’allarme sono stati suonati inutilmente in questi anni chiedendo che giungesse subito un segnale forte di svolta; è illusorio pensare che questo possa provenire ora da quelle stesse forze politiche che hanno dimostrato la loro lunga e oggettiva incapacità di far fronte alla crisi. Peggio, i quindici mesi del governo Monti hanno aggravato ancora di più la situazione istituzionale e sociale: questo in nome di un sedicente risanamento imposto da Bruxelles e Francoforte, una ricetta che se protratta si concluderà con un collasso sociale analogo a quello della Grecia. Non vi sono più margini disponibili. Il voto di domenica prossima può dire solo una cosa: per voltare pagina queste forze e questa logica politica devono essere sconfitte e abbandonate. La moda dei trasformismi di partito e dei loro presunti leader deve anch’essa soccombere, per lasciare finalmente spazio a qualcosa di radicalmente diverso, un cambiamento di cui è ancora difficile immaginare i contorni, ma che si va preparando innanzitutto nelle coscienze dei cittadini italiani. Come nel passato in situazioni analoghe, non vi può essere costruzione se prima non si mette la parola fine a questa pessima fase storica neutralizzando subito gli agenti responsabili del disastro che ci coinvolge. Per questo non vi sono voti utili da chiedere domenica, si tratta semmai di avere l’umiltà e l’onestà necessarie per sentire la voce di un popolo che vuole senza esitazione voltare pagina. Venezia, 19 febbraio 2013 Giampietro Pizzo

venerdì 15 febbraio 2013

Carnevale: vogliamo un bilancio sociale

Ancora una volta, inesorabile, è arrivato il Carnevale. “Venezia invasa”: questo uno dei titoli della stampa locale. 120 mila, 150 mila persone sono arrivate ogni giorno in città: due volte, o anche più, il numero dei residenti (i quali, nel frattempo, o hanno attraversato in senso contrario il Ponte della Libertà per fuggire all’invasione o si sono rifugiati nelle poche e sempre più esigue zone “nascoste” della città). Già lo sappiamo: per pochi giorni, si accenderanno duri battibecchi tra chi denuncia l’insostenibilità di un turismo invadente e onnivoro e chi, con scaltro realismo, ricorderà che di questo, cioè di turismo, e non di altro, vive la città. Poi gli ultimi echi polemici svaniranno come neve al sole sino al sopraggiungere della prossima onda turistica. Eppure il Carnevale non è l’Acqua alta, questo fenomeno non risponde a relativamente imprevedibili eventi atmosferici: no, il Carnevale è stato inventato, voluto e praticato dai decisori pubblici che hanno amministrato la città negli ultimi trent’anni (re-inventore del Carnevale fu negli anni ‘80 l’allora Assessore al Turismo Maurizio Cecconi). “La città così muore” dichiarano taluni, dentro e fuori Ca’ Farsetti. “E’ il mercato, bellezza!” replicano altri dai posti di comando dell’Amministrazione comunale e da alcune associazioni di categoria (salvo poi periodicamente piangere per i transitori cali di presenze e chiedere interventi straordinari a sostegno). Bene, prendiamo atto che vi siano punti di vista diversi in materia: taluni sottolineano prima di tutto il costo ambientale e sociale di questo tipo di turismo mentre talaltri, spesso in sordina, ricordano che questa è la vera ricchezza dell’economia cittadina. Ma possiamo saperne di più, possiamo capire davvero cosa significhi per Venezia il flusso turistico dei grandi eventi? E’ dato conoscere prima di decidere e magari cambiare politica? Gli strumenti esistono, basterebbe applicarli. Si chiamano, ad esempio, “bilancio sociale”. Si tratta di misurare davvero le entrate economiche e sociali, private e pubbliche, del Carnevale e di confrontarle con le spese dirette e indirette collegate a questa situazione. Per esempio: di quanto aumentano i ricavi degli operatori turistici veneziani e quanto di questo maggiore reddito si trasforma in gettito fiscale per le magre casse comunali? Di quanto aumentano le spese comunali per la pulizia straordinaria delle vie cittadine, per i servizi di ordine pubblico e per la manutenzione ordinaria della città? Senza dimenticare nel calcolo le risorse pubbliche destinate al Carnevale dalla Venice Marketing Eventi. Ma, sia chiaro, un bilancio sociale non può limitarsi a un mero calcolo economico. Occorrerà stimare quale sia il disagio per tanti residenti che deriva da un difficile se non impossibile accesso ordinario ai servizi cittadini - dal servizio di trasporto urbano al servizio di nettezza urbana che in alcune aree più o meno frequentate della città viene talvolta sospeso per dirottarlo in “zone più centrali”. Tutto questo e molto altro ancora è sicuramente misurabile e calcolabile. Chiediamo dunque che l’Amministrazione comunale si doti subito di questo strumento e lo presenti non appena concluso alla città. Al di là dei soliti brontolii che durano poche ore e che nulla cambiano, sarebbe davvero un buon modo per conoscere finalmente i benefici e i costi di quello che ormai sembra essere un fenomeno ingestibile (molto più di tanti fenomeni atmosferici prevedibili e arginabili) e che invece può e deve essere governato. Si tratta di partire semplicemente dalla volontà e dalla decisione della comunità cittadina. Ma per questo bisogna sapere che cosa sta accadendo. Allora, per favore, calculemus! Giampietro Pizzo

lunedì 3 dicembre 2012

Riaprire una speranza di democrazia e di cambiamento

Care/i tutte/i, aderiamo con convinzione all’appello “Cambiare si può”. Lo facciamo come piccola comunità politica, ma lo facciamo, ancor prima, come persone che guardano con preoccupazione alla condizione di crisi in cui versa il nostro Paese, ai molteplici bisogni che non trovano risposte, alle domande sociali prive di voce e di rappresentanza. E’ vero: il sistema sta andando in pezzi e questo collasso rende ogni previsione fallace e ogni visione insicura. Eppure è proprio in un momento così buio che occorre cominciare a preparare il domani. E’ nel punto più basso della speranza collettiva che dobbiamo sapere alimentare una volontà di rinnovamento. Per sorreggere questo sforzo occorrerà rimettere al centro valori e principi comuni capaci di unire invece che dividere; bisognerà ritrovare un discorso politico condiviso nell’attuale caos linguistico che produce isolamento e solitudine. Questo bene comune è la Costituzione italiana, una Costituzione per molti versi disattesa e che è ogni giorno sotto attacco da parte di politiche emergenzialiste e liberiste nazionali ed europee. Sono quei principi costituzionali che possono aiutarci a ritrovare la strada, per rompere finalmente lo stato di subalternità ideologica al liberismo e per ricostruire un tessuto sociale e una comunità politica. Molte e molti di noi hanno in questi anni vissuto esperienze politiche fallimentari e portano addosso i segni di quelle sconfitte e di quelle delusioni. Ritrovarsi e riconoscersi come persone che cercano una cultura politica nuova, fondata sulla partecipazione, la trasparenza, la sobrietà, l’ascolto, l’educazione alla cittadinanza attiva, è un fatto importante; si tratta di stabilire positivi punti fermi in mezzo a tanta difficoltà. Ragionare a Sinistra di tutto questo significa immaginare e cominciare a costruire un percorso capace di riunire persone e associazioni portatori di un pensiero e di un’azione nuovi, liberi dalle logiche d’interesse e scambio politico che hanno purtroppo determinato la fine di molte esperienze politiche di partito e di movimento. Un punto essenziale per aprire una stagione nuova è, ad esempio, considerare inaccettabile la logica del doppio livello: quello retorico, affabulatorio, dell’enunciazione dei principi e quello pratico, informato a scambi politici, opacità, opportunismi e interessi ristretti. Per affrancarsi da questa pesante e negativa eredità, occorre mettere al centro del nostro agire la pratica della trasparenza, del controllo sociale, dell’onestà intellettuale. Ne va della credibilità di questo come di qualsiasi progetto politico futuro; ne dipende la possibilità di ricostruire autenticamente un legame fiduciario tra tutti coloro che si impegnano e che partecipano a un nuovo soggetto politico. Costruire un polo alternativo agli attuali schieramenti, capace di riaprire la speranza per una forza politica nuova a Sinistra, significa dotarsi di questi attributi minimi. E’ una verifica preventiva e continua che occorrerà mettere in atto; troppe le sconfitte e le delusioni per tollerare margini di errore e per lasciare spazio a imprecisioni e scorciatoie. L’obiettivo di una presenza elettorale può aiutare questo processo di consolidamento e di unione ma non può giustificare ambiguità, sotterfugi e scorciatoie. La dimensione elettorale è ora più che mai una dimensione che mette a nudo le fragilità ideali di molti partiti e movimenti e che, troppo spesso, distrugge invece che costruire capitale sociale e politico. Dobbiamo esserne tutti coscienti. La lenta deriva del “sono tutti uguali” non è più il frutto di un qualunquismo triviale e ignorante: è spesso una convinzione giustificata dai comportamenti e dalle degenerazioni interne anche alle esperienze inizialmente più vitali e interessanti. Prendiamone atto e dotiamoci di tutti gli anticorpi necessari. Su questa strada occorrerà superare le autoreferenzialità dei gruppi dirigenti, la sindrome dei cerchi magici, il facile leaderismo che ha purtroppo attecchito anche a Sinistra. Sono questi i germi che alimentano il dilagante populismo e, per contrappasso, la disaffezione e l’astensionismo. Un progetto politico nuovo è dunque da concepire in modo radicalmente e costitutivamente altro dalle pratiche alleanziste e consociative, estraneo agli accordi di vertice e ai consorzi elettorali (il fallimento dell’esperienza della Sinistra Arcobaleno deve rimanere sempre presente quando pensiamo agli errori da evitare). Ma, soprattutto, occorrerà una forza di proposta capace di mobilitare le passioni, riaccendere la speranza del cambiamento. Nell’appello “Cambiare si può” alcuni punti importanti e qualificanti sono richiamati: lavorare a un’Europa dei popoli fondata su equità e giustizia, assegnare al programma politico le grandi priorità del lavoro e dell’occupazione, della difesa dell’ambiente, della ricostruzione di un welfare cittadino. Chiamiamo su questo a raccolta idee e persone, passioni ed esperienze. Se questi presupposti saranno chiari e condivisi, potrebbe essere possibile costruire in pochi mesi quello che purtroppo non è stato possibile immaginare negli ultimi anni. Vale la pena provarci, perché cambiare si può. Venezia, 30 novembre 2012 Fondamente – gruppo di cultura politica