Qualche giorno fa, durante la tempesta che ha portato alle dimissioni del senatore Nicola Di Girolamo per riciclaggio e infiltrazioni mafiose nella sua elezione a senatore della Repubblica, per poco, e fugacemente, è apparso nella cronaca che lo riguardava anche il nome di Enrico Marchi – presidente della SAVE.
Poche settimane orsono, il signor Marchi è stato al centro di una delle scelte politiche più delicate per il futuro di Venezia: Tessera City.
Tessera City - per i pochi distratti o smemorati – è il nome della maggiore operazione immobiliare che si prepara a Venezia e che significherà, se le istituzioni di questa città non vi si opporranno presto e con determinazione, il sorgere ex nihilo di una enorme nuova area edificabile privata di cui sono dubbie sia l’utilità pubblica che le modalità di realizzazione e di gestione.
Come purtroppo sappiamo sin troppo bene, nel “bel paese” le operazioni immobiliari sono state e sono tuttora, purtroppo, altamente “sensibili”: facile preda di appetiti poco leciti, di manipolazioni illegali, e nel peggiore dei casi, esposte a vere e proprie infiltrazioni mafiose.
Le più attente indagini e analisi del fenomeno criminoso ci dicono che i grandi interessi della mafia si sono ormai trasferiti “altrove”: in Italia e in Europa.
Quando con poco – in questo caso una “semplice” osservazione dei privati a una variante del PRG di Venezia – si può, come Re Mida, trasformare ettari di terra in oro, è quanto meno doveroso essere doppiamente prudenti.
Si dà invece il caso che il dominus di tutta l’operazione – il signor Enrico Marchi, per l’appunto – sia stato “malgré lui” molto vicino al detto ex-senatore di Girolamo.
Nel gennaio 2007 Enrico Marchi acquisisce il controllo della società finanziaria svizzera EgoBank proprietà di Di Girolamo e ne condivide l’amministrazione per qualche tempo. Le cointeressenze durano in verità 18 mesi (sino al luglio 2008, da quanto si deduce dalle anticipazioni sulle indagini giudiziarie in corso).
Come ha dichiarato la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, la banca, che ora è controllata da Marchi: «era una delle "centrali" del flusso di riciclaggio e spartizione del denaro tra i membri della banda delle frodi telefoniche».
Accortamente, Enrico Marchi, neo-proprietario della banca di Di Girolamo, provvede a cambiarne il nome (da Egobank a Banca Credinvest). Forse per segnare una ragionevole discontinuità con il suo discutibile predecessore?
Comunque sia, credo che questa “notizia” non debba passare sotto silenzio e che un approfondimento politico ancor prima che giudiziario sia doveroso.
Ne va, del resto, del destino non solo e non tanto di un uomo d’affari ma di un pezzo importante della nostra città e del nostro territorio. Spero che molti concorderanno con il sottoscritto – a cominciare dal sindaco uscente che ha condiviso non poche scelte amministrative e territoriali con il presidente di Save negli ultimi tempi.
Ne va, infine, del nostro futuro: un futuro che vorremmo trasparente, sicuro e senza pericoli di infiltrazioni (di qualsiasi genere).
Spero che tutti, a destra come a sinistra, ne converremo. E che nessuno risponderà che sono affari di Marchi. No, signori, sono proprio affari nostri!
Anche questa può essere una buona base di partenza per l’amministrazione comunale che verrà.
Giampietro Pizzo
domenica 14 marzo 2010
L’affaire Di Girolamo e il signor Marchi
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martedì 2 marzo 2010
Alla ricerca del buon candidato
Oggi è stato pubblicato l’elenco delle liste e dei candidati che ritroveremo sulla scheda delle elezioni comunali il prossimo 28 e 29 marzo. Come sempre, tanti nomi e tante ragioni diverse: alcune più pesanti, altre dissonanti, altre semplicemente occasionali.
“E’ la democrazia, bellezza!” – mi diranno subito i più accorti. E sia, ma come districarsi, come venirne a capo?
Due approcci mi vengono subito alla mente.
Il primo è quello del tifoso, che sceglie senza esitare e che, come direbbe una mia amica emiliana, non ha paura a mettere “il cervello in folle” e a fare tutto il possibile perché la sua squadra (il suo partito) vinca, costi quel che costi.
Il secondo, decisamente più scettico, è quello di chi guarda a questo guazzabuglio e fatica sinceramente a farsene una ragione.
Io, lo ammetto, sono più interessato al secondo gruppo. Per due ordini di ragioni: la prima, triviale, è che non sono un tifoso (neppure di una squadra di calcio); la seconda, è che vorrei mettermi davvero nei panni di un elettore che scende sul pianeta “Venezia” e che cerca di capirci qualcosa.
Il punto di partenza purtroppo non è incoraggiante: e capirci qualcosa è estremamente complicato.
Cerchiamo allora di raccattare qualche strumento che ci possa servire nella perigliosa navigazione elettorale.
Come leggere e scegliere tra i candidati?
Con banalità, direi: usando un po’ di intelligenza e un po’ di passione. Ma su questo piano ognuno troverà risposte distinte e scelte differenti. E ognuno avrà le proprie argomentazioni: il tale mi è più simpatico o il talaltro è senz’altro più competente e capace.
Quello che invece ci dovrebbe innanzitutto trovare tutti concordi è che disonestà e individualismo sono due mali maggiori per la democrazia. Due mali che rendono la democrazia brutta, volgare, arruffona e disastrosa, per la comunità che la pratica o che semplicemente la ospita.
Noi, invece – poveri Candide! -, ci ostiniamo a credere che la democrazia debba essere bella, dunque complicata, dunque difficile, dunque necessaria.
La politica mi appassiona, ma probabilmente non ci capirò mai quanto basta per cambiarla.
Per questo, come recita uno dei personaggi della letteratura che mi accompagna sin dall’infanzia, il signor Cipollone, padre di Cipollino, uscito felicemente dalla penna di Gianni Rodari, dirò: “figlio, vai per il mondo e studia. Studia i briganti che troverai sulla tua strada”. Se questa lezione morale ha un senso, allora la prima cosa che suggerisco ad ognuno di noi, è di mettere da parte, come se si trattasse di merce avariata, i tanti troppi “briganti” che troveremo sulla nostra scheda elettorale.
Fatta la cernita, e sarà – ahimé – abbondante, vediamo quello che resta.
Restano – scusate se taglio con l’accetta – tre classi di persone: quelle che stanno sempre con chi vince (i cosiddetti opportunisti); quelli che stanno sempre contro (i cosiddetti apocalittici) e quelli che cercano di capire qualcosa di quello che può essere fatto.
Consiglierei di scartare le prime due categorie umane e di concentrarsi con determinazione sulla terza. Lo dico perché, a questo punto, abbiamo ancora molta strada da fare.
Diciamo che a questa terza lista di persone possiamo ricondurre almeno due tipi umani: coloro che tirano a campare, sapendo che gli uomini non sono né buoni né cattivi, e coloro che sognano di cambiare il mondo, e si illudono che gli uomini sia più buoni che cattivi.
I primi saranno anche i più intelligenti; i secondi, sicuramente meno, ma sono quelli che amo di più.
Personalmente li amo perché sognano contro l’evidenza, perché non si arrendono davanti alle miserie umane, perché sono ingenui quando tutti sono scaltri e sono svegli quando tutti dormono.
Certo, sono la minoranza e sono la minoranza che quasi sempre perde. Ma, chissà, “avere un sogno” è quello che rende il futuro possibile e la politica qualcosa di bello.
A cercare e cercare, ne troveremo sicuramente pochi nella congerie delle liste elettorali e fra i candidati. Ma se nella difficile selezione ne rimarrà anche solo uno, uno soltanto, per quanto mi riguarda sarà valsa la pena.
E per la comunità cittadina, la democrazia rappresenterà ancora una volta la migliore speranza.
Giampietro Pizzo
“E’ la democrazia, bellezza!” – mi diranno subito i più accorti. E sia, ma come districarsi, come venirne a capo?
Due approcci mi vengono subito alla mente.
Il primo è quello del tifoso, che sceglie senza esitare e che, come direbbe una mia amica emiliana, non ha paura a mettere “il cervello in folle” e a fare tutto il possibile perché la sua squadra (il suo partito) vinca, costi quel che costi.
Il secondo, decisamente più scettico, è quello di chi guarda a questo guazzabuglio e fatica sinceramente a farsene una ragione.
Io, lo ammetto, sono più interessato al secondo gruppo. Per due ordini di ragioni: la prima, triviale, è che non sono un tifoso (neppure di una squadra di calcio); la seconda, è che vorrei mettermi davvero nei panni di un elettore che scende sul pianeta “Venezia” e che cerca di capirci qualcosa.
Il punto di partenza purtroppo non è incoraggiante: e capirci qualcosa è estremamente complicato.
Cerchiamo allora di raccattare qualche strumento che ci possa servire nella perigliosa navigazione elettorale.
Come leggere e scegliere tra i candidati?
Con banalità, direi: usando un po’ di intelligenza e un po’ di passione. Ma su questo piano ognuno troverà risposte distinte e scelte differenti. E ognuno avrà le proprie argomentazioni: il tale mi è più simpatico o il talaltro è senz’altro più competente e capace.
Quello che invece ci dovrebbe innanzitutto trovare tutti concordi è che disonestà e individualismo sono due mali maggiori per la democrazia. Due mali che rendono la democrazia brutta, volgare, arruffona e disastrosa, per la comunità che la pratica o che semplicemente la ospita.
Noi, invece – poveri Candide! -, ci ostiniamo a credere che la democrazia debba essere bella, dunque complicata, dunque difficile, dunque necessaria.
La politica mi appassiona, ma probabilmente non ci capirò mai quanto basta per cambiarla.
Per questo, come recita uno dei personaggi della letteratura che mi accompagna sin dall’infanzia, il signor Cipollone, padre di Cipollino, uscito felicemente dalla penna di Gianni Rodari, dirò: “figlio, vai per il mondo e studia. Studia i briganti che troverai sulla tua strada”. Se questa lezione morale ha un senso, allora la prima cosa che suggerisco ad ognuno di noi, è di mettere da parte, come se si trattasse di merce avariata, i tanti troppi “briganti” che troveremo sulla nostra scheda elettorale.
Fatta la cernita, e sarà – ahimé – abbondante, vediamo quello che resta.
Restano – scusate se taglio con l’accetta – tre classi di persone: quelle che stanno sempre con chi vince (i cosiddetti opportunisti); quelli che stanno sempre contro (i cosiddetti apocalittici) e quelli che cercano di capire qualcosa di quello che può essere fatto.
Consiglierei di scartare le prime due categorie umane e di concentrarsi con determinazione sulla terza. Lo dico perché, a questo punto, abbiamo ancora molta strada da fare.
Diciamo che a questa terza lista di persone possiamo ricondurre almeno due tipi umani: coloro che tirano a campare, sapendo che gli uomini non sono né buoni né cattivi, e coloro che sognano di cambiare il mondo, e si illudono che gli uomini sia più buoni che cattivi.
I primi saranno anche i più intelligenti; i secondi, sicuramente meno, ma sono quelli che amo di più.
Personalmente li amo perché sognano contro l’evidenza, perché non si arrendono davanti alle miserie umane, perché sono ingenui quando tutti sono scaltri e sono svegli quando tutti dormono.
Certo, sono la minoranza e sono la minoranza che quasi sempre perde. Ma, chissà, “avere un sogno” è quello che rende il futuro possibile e la politica qualcosa di bello.
A cercare e cercare, ne troveremo sicuramente pochi nella congerie delle liste elettorali e fra i candidati. Ma se nella difficile selezione ne rimarrà anche solo uno, uno soltanto, per quanto mi riguarda sarà valsa la pena.
E per la comunità cittadina, la democrazia rappresenterà ancora una volta la migliore speranza.
Giampietro Pizzo
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sabato 20 febbraio 2010
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domenica 17 gennaio 2010
Domenica 24 gennaio: un’occasione per la democrazia cittadina
Senza enfasi, ma dobbiamo dirlo: il 24 gennaio alle primarie per il centro-sinistra abbiamo tutti un’occasione per rimettere in gioco la democrazia cittadina.
I tre candidati alle primarie sono sotto gli occhi di tutti.
Giorgio Orsoni non viene dal basso ma dall’alto – un alto che ha odore di poteri forti e di un candidato voluto senza mezzi termini da un sindaco uscente che, nonostante abbia da tempo detto di non volere continuare a far politica, la fa eccome, segnando, fra l’altro, in modo negativo, il futuro della città (parliamo, ad esempio, di come ha imposto la sua decisione su Tessera).
Laura Fincato è, senz’altro, una donna competente e coraggiosa; ma prima di pensare a una sua candidatura come sindaco avrebbe almeno dovuto saltare un turno: è legata mani e piedi a questa Amministrazione (lei stessa responsabilmente lo rivendica). E, a dirla tutta, chi l’appoggia non è proprio il “nuovo”.
Infine, Gianfranco Bettin.
Fondamente è stato fra i promotori del programma per la città e della sua candidatura e lo è, con forza, ora che si tratta di scegliere il nome del candidato sindaco.
Perché abbiamo scelto Bettin?
Innanzitutto, perché si è messo in gioco, guardando in faccia i problemi della città e l’urgenza che tutti avvertiamo che bisogna cambiare davvero. Poi, perché ha scelto di dialogare senza mediazioni con la società civile, sapendo e riconoscendo quanto sia oggi in crisi la politica dei partiti, quanto sia urgente mettere la parola fine a una politica di pochi, che litigano davanti ai microfoni e che si mettono d’accordo dietro il sipario pochi istanti dopo.
Bettin ha deciso di ascoltare quello che i veneziani dicono sulla loro città; ascolta e dice cosa ne pensa: su Tessera, su Marghera, sulla mobilità, sulla green economy e su un’Amministrazione Pubblica che non può continuare a delegare ai privati le decisioni e le scelte che riguardano la città.
Abbiamo scelto Bettin, perché sa di non essere un “salvatore della Patria” ma parte di uno sforzo collettivo per ricostruire la credibilità della politica, l’onestà della cosa pubblica, la trasparenza dell’amministrare.
Abbiamo davanti un’occasione per ricostruire la dimensione cittadina e la democrazia locale. Senza deleghe in bianco; senza prestanome, eletti per conto di chi e di cosa non si sa.
Le primarie di domenica prossima saranno un banco di prova, perché Venezia ritrovi il posto della Politica: un luogo aperto, dove tutti possano dire la propria e vedere quello che gli amministatori fanno.
Le primarie di domenica prossima sono un’occasione: per avere un progetto per la città credibile e percorribile; un progetto alternativo alle idiozie, agli egoismi, alle insufficienze di una destra rozza e volgare che pensa alla propria pancia e non si rende conto che “fuori” produce solo “scoasse” e barbarie.
Questa è una città che ha le intelligenze e la volontà per costruire il proprio futuro: un futuro aperto, equo e sostenibile.
Fondamente - Gruppo di cultura politica
I tre candidati alle primarie sono sotto gli occhi di tutti.
Giorgio Orsoni non viene dal basso ma dall’alto – un alto che ha odore di poteri forti e di un candidato voluto senza mezzi termini da un sindaco uscente che, nonostante abbia da tempo detto di non volere continuare a far politica, la fa eccome, segnando, fra l’altro, in modo negativo, il futuro della città (parliamo, ad esempio, di come ha imposto la sua decisione su Tessera).
Laura Fincato è, senz’altro, una donna competente e coraggiosa; ma prima di pensare a una sua candidatura come sindaco avrebbe almeno dovuto saltare un turno: è legata mani e piedi a questa Amministrazione (lei stessa responsabilmente lo rivendica). E, a dirla tutta, chi l’appoggia non è proprio il “nuovo”.
Infine, Gianfranco Bettin.
Fondamente è stato fra i promotori del programma per la città e della sua candidatura e lo è, con forza, ora che si tratta di scegliere il nome del candidato sindaco.
Perché abbiamo scelto Bettin?
Innanzitutto, perché si è messo in gioco, guardando in faccia i problemi della città e l’urgenza che tutti avvertiamo che bisogna cambiare davvero. Poi, perché ha scelto di dialogare senza mediazioni con la società civile, sapendo e riconoscendo quanto sia oggi in crisi la politica dei partiti, quanto sia urgente mettere la parola fine a una politica di pochi, che litigano davanti ai microfoni e che si mettono d’accordo dietro il sipario pochi istanti dopo.
Bettin ha deciso di ascoltare quello che i veneziani dicono sulla loro città; ascolta e dice cosa ne pensa: su Tessera, su Marghera, sulla mobilità, sulla green economy e su un’Amministrazione Pubblica che non può continuare a delegare ai privati le decisioni e le scelte che riguardano la città.
Abbiamo scelto Bettin, perché sa di non essere un “salvatore della Patria” ma parte di uno sforzo collettivo per ricostruire la credibilità della politica, l’onestà della cosa pubblica, la trasparenza dell’amministrare.
Abbiamo davanti un’occasione per ricostruire la dimensione cittadina e la democrazia locale. Senza deleghe in bianco; senza prestanome, eletti per conto di chi e di cosa non si sa.
Le primarie di domenica prossima saranno un banco di prova, perché Venezia ritrovi il posto della Politica: un luogo aperto, dove tutti possano dire la propria e vedere quello che gli amministatori fanno.
Le primarie di domenica prossima sono un’occasione: per avere un progetto per la città credibile e percorribile; un progetto alternativo alle idiozie, agli egoismi, alle insufficienze di una destra rozza e volgare che pensa alla propria pancia e non si rende conto che “fuori” produce solo “scoasse” e barbarie.
Questa è una città che ha le intelligenze e la volontà per costruire il proprio futuro: un futuro aperto, equo e sostenibile.
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sabato 9 gennaio 2010
Il senso della Politica
Stasera, all’incontro di Favaro sul Quadrante di Tessera, ho pensato e ho sentito quanto la politica sia importante nella nostra vita.
Non è retorica. Non è esagerazione.
Molti anni fa – era il 1984 – in una calda serata di giugno, un signore, minuto e secco, lasciava, a tutti coloro che erano in quella piazza e ai molti che lo avrebbero rivisto, nei giorni successivi, sui giornali e per televisione, e ancora, negli anni a venire, nei mille documentari che hanno riprodotto e narrato quel momento, un messaggio: “la politica è qualcosa per cui vale la pena di spendere la propria vita”.
Sembra retorica, oggi, dire questo. Sembra esagerato, quasi falso, banalmente mediatico, oggi, dire questo. Eppure, quella sera – e nessuno di noi, ventenni, che eravamo in quella piazza poteva davvero immaginare che si trattasse di un testamento ideale – tornando a Venezia, ci interrogammo sul senso di quelle parole.
Parole dette da un uomo sulla sessantina, che ci era sempre apparso secco, quasi arido nel parlare. Un po’ burocrate nell'aspetto; senz’altro un funzionario di partito.
Chissà perché ricordo ora quel momento, che ha segnato la mia biografia e la storia di questo nostro amato e difficile Paese?
Ma no – mi è chiaro - lo ricordo perché oggi ho avvertito, fra la tanta gente che affollava la piccola sala del consiglio del Municipio di Favaro, un sentimento collettivo autentico e non banale.
Ho sentito che la Politica è fatto collettivo; è energia di molti dedicata al bene comune; è capacità di ragionare sulle scelte del presente guardando al futuro; è senso pratico e organizzato di sapere che le Istituzioni siamo noi cittadini, nel bene e nel male.
Non sono un ingenuo. E insisto: tutto questo non è trita retorica.
A Favaro, questa sera, abbiamo ragionato di procedure, di varianti urbanistiche, di destinazione d’uso. Cose tecniche ed aride – direbbero i più. Eppure, negli occhi di chi ascoltava e di chi parlava, non trapelava né noia né “professione”. Era passione ed interesse per la nostra vita cittadina e comune.
Se penso a cosa dovrebbe e dovrà essere la nuova e buona Politica, oggi penso a questo. E’ partecipazione; è controllo sociale; è informazione responsabile; è pragmatico senso del vivere in società. E’ fare comunità dentro e fuori delle istituzioni pubbliche (luoghi riappropriati, non delegati, rivissuti).
Se penso a cosa dovrebbe e dovrà essere la nuova e buona Politica, stasera penso a quella piazza di Padova, nel 1984, e a quell’uomo, che ha segnato la mia vita e la vita di tanti come me.
Giampietro
Non è retorica. Non è esagerazione.
Molti anni fa – era il 1984 – in una calda serata di giugno, un signore, minuto e secco, lasciava, a tutti coloro che erano in quella piazza e ai molti che lo avrebbero rivisto, nei giorni successivi, sui giornali e per televisione, e ancora, negli anni a venire, nei mille documentari che hanno riprodotto e narrato quel momento, un messaggio: “la politica è qualcosa per cui vale la pena di spendere la propria vita”.
Sembra retorica, oggi, dire questo. Sembra esagerato, quasi falso, banalmente mediatico, oggi, dire questo. Eppure, quella sera – e nessuno di noi, ventenni, che eravamo in quella piazza poteva davvero immaginare che si trattasse di un testamento ideale – tornando a Venezia, ci interrogammo sul senso di quelle parole.
Parole dette da un uomo sulla sessantina, che ci era sempre apparso secco, quasi arido nel parlare. Un po’ burocrate nell'aspetto; senz’altro un funzionario di partito.
Chissà perché ricordo ora quel momento, che ha segnato la mia biografia e la storia di questo nostro amato e difficile Paese?
Ma no – mi è chiaro - lo ricordo perché oggi ho avvertito, fra la tanta gente che affollava la piccola sala del consiglio del Municipio di Favaro, un sentimento collettivo autentico e non banale.
Ho sentito che la Politica è fatto collettivo; è energia di molti dedicata al bene comune; è capacità di ragionare sulle scelte del presente guardando al futuro; è senso pratico e organizzato di sapere che le Istituzioni siamo noi cittadini, nel bene e nel male.
Non sono un ingenuo. E insisto: tutto questo non è trita retorica.
A Favaro, questa sera, abbiamo ragionato di procedure, di varianti urbanistiche, di destinazione d’uso. Cose tecniche ed aride – direbbero i più. Eppure, negli occhi di chi ascoltava e di chi parlava, non trapelava né noia né “professione”. Era passione ed interesse per la nostra vita cittadina e comune.
Se penso a cosa dovrebbe e dovrà essere la nuova e buona Politica, oggi penso a questo. E’ partecipazione; è controllo sociale; è informazione responsabile; è pragmatico senso del vivere in società. E’ fare comunità dentro e fuori delle istituzioni pubbliche (luoghi riappropriati, non delegati, rivissuti).
Se penso a cosa dovrebbe e dovrà essere la nuova e buona Politica, stasera penso a quella piazza di Padova, nel 1984, e a quell’uomo, che ha segnato la mia vita e la vita di tanti come me.
Giampietro
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mercoledì 16 dicembre 2009
Oltre gli aut-aut
Leggo sul Gazzettino di oggi (domenica 13/12/2009) l’annunciata posizione dei vertici del PD veneziano sui tre candidati sindaco. La scelta di Scaramuzza e Maggioni ricadrebbe su Orsoni, perché quello che conta è “un’alleanza al centro per fermare la deriva leghista”.
Alcune considerazioni in merito sembrano dovute.
Ognuno ha il sacrosanto diritto di dire quello che vuole, ma memoria e coerenza non dovrebbero essere buttate alle ortiche con troppa nonchalance.
Purtroppo, invece, la coerenza sembra essere merce ormai rara sul mercato politico veneziano.
Poche settimane fa, in un intervento (3 ottobre 2009) sulla stampa locale, Maggioni assicurava che il PD avrebbe aperto una stagione nuova di confronto con la società civile e promosso un dibattito sulle idee e sulle scelte fondamentali per il futuro di Venezia. Ora, mi chiedo, citando Maggioni: qual è il “progetto di città e di idea di governo del territorio” che Orsoni incarnerebbe? E’ questo il “metodo nuovo”, dove “non è il partito che arriva con il programma pronto da far votare alla città ma, al contrario, costruisce insieme agli altri soggetti il futuro della città dopo aver ascoltato ed essersi confrontato con tutte le istanze del territorio”?
La seconda considerazione riguarda proprio il metodo. La scelta interna corporis di un’alleanza con il centro e l’UDC, mettendo fuori la Sinistra, sarebbe giustificata dal bisogno di fermare la Lega.
Ecco, ben servito, l’ennesimo aut-aut che tarpa le ali a qualsiasi dibattito autentico: dovete scegliere l’UDC e Orsoni, perché il pericolo è la Lega; o con noi o contro di noi – recitano i coordinatori del PD.
Ma, mi domando, perché l’alternativa dovrebbe essere solo tra Lega e Orsoni? Perché il cambiamento – quello vero - non può essere praticabile in questa città?
Per chi crede in una politica alta, nuova e capace di parlare ai cittadini, l’alternativa non può essere tra la Lega e i poteri forti; non può essere tra il razzismo leghista e il sacco di Venezia perpretato da poche e induscusse lobbies organizzate.
Una nuova via deve essere trovata da chi ha a cuore il futuro di questa città. Per questo, basta con gli spauracchi e i facili slogan.
Giampietro Pizzo
Alcune considerazioni in merito sembrano dovute.
Ognuno ha il sacrosanto diritto di dire quello che vuole, ma memoria e coerenza non dovrebbero essere buttate alle ortiche con troppa nonchalance.
Purtroppo, invece, la coerenza sembra essere merce ormai rara sul mercato politico veneziano.
Poche settimane fa, in un intervento (3 ottobre 2009) sulla stampa locale, Maggioni assicurava che il PD avrebbe aperto una stagione nuova di confronto con la società civile e promosso un dibattito sulle idee e sulle scelte fondamentali per il futuro di Venezia. Ora, mi chiedo, citando Maggioni: qual è il “progetto di città e di idea di governo del territorio” che Orsoni incarnerebbe? E’ questo il “metodo nuovo”, dove “non è il partito che arriva con il programma pronto da far votare alla città ma, al contrario, costruisce insieme agli altri soggetti il futuro della città dopo aver ascoltato ed essersi confrontato con tutte le istanze del territorio”?
La seconda considerazione riguarda proprio il metodo. La scelta interna corporis di un’alleanza con il centro e l’UDC, mettendo fuori la Sinistra, sarebbe giustificata dal bisogno di fermare la Lega.
Ecco, ben servito, l’ennesimo aut-aut che tarpa le ali a qualsiasi dibattito autentico: dovete scegliere l’UDC e Orsoni, perché il pericolo è la Lega; o con noi o contro di noi – recitano i coordinatori del PD.
Ma, mi domando, perché l’alternativa dovrebbe essere solo tra Lega e Orsoni? Perché il cambiamento – quello vero - non può essere praticabile in questa città?
Per chi crede in una politica alta, nuova e capace di parlare ai cittadini, l’alternativa non può essere tra la Lega e i poteri forti; non può essere tra il razzismo leghista e il sacco di Venezia perpretato da poche e induscusse lobbies organizzate.
Una nuova via deve essere trovata da chi ha a cuore il futuro di questa città. Per questo, basta con gli spauracchi e i facili slogan.
Giampietro Pizzo
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sabato 5 dicembre 2009
Poche regole essenziali per una campagna elettorale che aiuti la Politica a non morire
L’economia italiana è in affanno e il nostro vivere insieme è in forte crisi. Occorre fare qualcosa; occorre farlo subito, cominciando da piccoli ma evidenti segnali. Proponiamo e garantiamo, per esempio, poche regole, per contribuire alla ricostruzione delle condizioni della politica e per un’effettiva partecipazione dei cittadini al dialogo politico.
I costi della politica
La prima regola è ridurre al massimo i costi della politica. Le campagne elettorali, si sa, costano molto, perché costa la pubblicità sui media, costa l’organizzazione dei convegni e delle iniziative pubbliche. Poniamo dunque un limite alle spese elettorali: ogni candidato sindaco si impegni a:
• non spendere per la propria campagna più di 50.000 euro;
• dichiarare ex-ante i propri sponsor e sostenitori elettorali.
Il risultato sarà duplice: ridurremo sensibilmente i costi della campagna elettorale e, soprattutto, metteremo tutti i candidati sullo stesso piano ai nastri di partenza. Per la democrazia non sarebbe un passaggio di poco conto.
L’accesso all’informazione
La seconda regola impegna i giornali e i media locali a produrre un dibattito positivo, aperto e chiaro. Ogni giornalista si impegni dunque a:
• dare spazio in modo adeguato a tutti i candidati e a tutte le forze politiche e associative che durante i prossimi mesi parteciperanno al dibattito elettorale;
• sospendere le pubblicità e le inserzioni a pagamento con finalità direttamente elettorali;
• ospitare tribune politiche aperte e strutturate (ad esempio, proponendo dibattiti tematici che consentano un confronto chiaro delle diverse posizioni e proposte programmatiche);
• ridurre al minimo i “si dice”, le analisi dietrologiche, le personalizzazioni;
• potenziare le sezioni dedicate alle lettere e gli spazi a disposizione di tutti i cittadini che vogliano intervenire nel dibattito cittadino.
I luoghi della politica
Il Comune identifichi per i tre mesi di campagna elettorale le sale cittadine che a Venezia, Mestre, Marghera e nelle altre municipalità comunali potranno ospitare gratuitamente le iniziative elettorali di tutti coloro che ne facciano richiesta. Ovviamente si dovrà rispettare una ordinaria programmazione nell’uso dei locali.
Alcuni luoghi pubblici aperti (campi, piazze e strade) saranno attrezzati per comizi e incontri pubblici senza alcun onere per i promotori.
Redde rationem - ovvero come renderanno conto gli eletti al loro elettorato
I programmi dei candidati e delle coalizioni saranno rese disponibili in una sezione del sito web del Comune di Venezia e archiviati come documenti ufficiali. Tali documenti saranno consultabili durante tutto il periodo amministrativo 2010-2015 affinché ogni cittadino possa verificare la corrispondenza tra quanto annunciato e quanto realizzato in caso di vittoria del candidato e della coalizione proposta.
Altre regole potrebbero essere utilmente aggiunte. Ma questo potrebbe essere già un passo interessante.
Chiediamo ai candidati, ai giornali e all’Amministrazione uscente di sottoscrivere queste quattro regole.
Giampietro Pizzo
FONDAMENTE
Gruppo di cultura politica
I costi della politica
La prima regola è ridurre al massimo i costi della politica. Le campagne elettorali, si sa, costano molto, perché costa la pubblicità sui media, costa l’organizzazione dei convegni e delle iniziative pubbliche. Poniamo dunque un limite alle spese elettorali: ogni candidato sindaco si impegni a:
• non spendere per la propria campagna più di 50.000 euro;
• dichiarare ex-ante i propri sponsor e sostenitori elettorali.
Il risultato sarà duplice: ridurremo sensibilmente i costi della campagna elettorale e, soprattutto, metteremo tutti i candidati sullo stesso piano ai nastri di partenza. Per la democrazia non sarebbe un passaggio di poco conto.
L’accesso all’informazione
La seconda regola impegna i giornali e i media locali a produrre un dibattito positivo, aperto e chiaro. Ogni giornalista si impegni dunque a:
• dare spazio in modo adeguato a tutti i candidati e a tutte le forze politiche e associative che durante i prossimi mesi parteciperanno al dibattito elettorale;
• sospendere le pubblicità e le inserzioni a pagamento con finalità direttamente elettorali;
• ospitare tribune politiche aperte e strutturate (ad esempio, proponendo dibattiti tematici che consentano un confronto chiaro delle diverse posizioni e proposte programmatiche);
• ridurre al minimo i “si dice”, le analisi dietrologiche, le personalizzazioni;
• potenziare le sezioni dedicate alle lettere e gli spazi a disposizione di tutti i cittadini che vogliano intervenire nel dibattito cittadino.
I luoghi della politica
Il Comune identifichi per i tre mesi di campagna elettorale le sale cittadine che a Venezia, Mestre, Marghera e nelle altre municipalità comunali potranno ospitare gratuitamente le iniziative elettorali di tutti coloro che ne facciano richiesta. Ovviamente si dovrà rispettare una ordinaria programmazione nell’uso dei locali.
Alcuni luoghi pubblici aperti (campi, piazze e strade) saranno attrezzati per comizi e incontri pubblici senza alcun onere per i promotori.
Redde rationem - ovvero come renderanno conto gli eletti al loro elettorato
I programmi dei candidati e delle coalizioni saranno rese disponibili in una sezione del sito web del Comune di Venezia e archiviati come documenti ufficiali. Tali documenti saranno consultabili durante tutto il periodo amministrativo 2010-2015 affinché ogni cittadino possa verificare la corrispondenza tra quanto annunciato e quanto realizzato in caso di vittoria del candidato e della coalizione proposta.
Altre regole potrebbero essere utilmente aggiunte. Ma questo potrebbe essere già un passo interessante.
Chiediamo ai candidati, ai giornali e all’Amministrazione uscente di sottoscrivere queste quattro regole.
Giampietro Pizzo
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