La bozza Calderoli sul federalismo fiscale riconosce sette città metropolitane : Venezia non ne fa parte, perché la popolazione provinciale non supera i 350 mila abitanti.
A parte le fondate obiezioni sul fatto se il criterio demografico sia utile per stabilire se una realtà territoriale abbia un carattere metropolitano, è chiaro che questa proposta rivela innanzitutto la debolezza e i limiti della visione politica nostrana.
Il Veneto dei mille campanili e dei dieci mila capannoni, il Veneto dei distretti e dei cluster produttivi, Il Veneto dei poli universitari e delle grandi istituzioni culturali, non è in grado di esprimere una sola, riconoscibile e riconosciuta, realtà metropolitana.
Certo, possiamo continuare a far finta di niente e limitarci a una sterile quanto inutile lamentela sulla scarsa considerazione riservata alla realtà veneta da parte del Governo centrale.
Il dato di fatto è che si raccoglie quanto si è seminato. In questi anni, si è rafforzato e non indebolito l’atavico campanilismo e il localismo più miope ; è cresciuta l’insipienza e l’inerzia politica e si è consolidata una prassi politica fondata su scambi politici ridotti ai minimi termini.
E’ chiaro che con questi ingredienti non si preparano le grandi scelte né si costruiscono progetti ambiziosi. Vince e continuerà a trionfare la logica della frammentazione corporativa, delle scelte da presentare subito all’incasso, per una manciata di voti. Di visione territoriale, di grandi scelte infrastrutturali, di progetti per vivere e lavorare in condizioni migliori, neanche a parlarne.
Eppure la storia non è ancora finita : uno scatto improvviso, una discontinuità storica, una imprevista capacità di cambiamento potrebbe non essere impossibile.
La Politica, la nostra classe politica, è ancora capace di pensare, reagire, sorprendere ?
Nella prossima primavera saremo chiamati a rinnovare il Consiglio e le strutture di governo del territorio provinciale. La campagna elettorale si è, di fatto, già aperta. Vogliono lor signori continuare sulla solita, tristissima e decadente strada, o aprirne, finalmente, una nuova che sappia riconquistare l’attenzione di noi tutti e riaccendere le speranze per una partecipazione politica attiva ?
Partiamo subito e partiamo da qualcosa di concreto : le scelte di governo per il nostro territorio.
Venezia – la città storica – può vivere solo se è parte di un territorio vivo, portatore di un progetto che sappia riconoscere funzioni e potenzialità complementari e sostenibili.
Venezia o sarà una città metropolitana o non sarà. Il resto lo conosciamo già : Disneyland, deserto urbano, economia di rapina, etc..
A questo confronto serrato e autentico chiamiamo coloro che si vorranno candidare al futuro governo del territorio veneziano. Senza infingimenti, senza facili e scontati trucchetti. Va fatto subito.
Giampietro Pizzo
sabato 6 settembre 2008
venerdì 11 luglio 2008
Un progetto per Venezia - Alcune riflessioni preliminari
Venezia è squilibrata e divergente. La politica delle specializzazioni territoriali per funzioni urbane si è rivelata disastrosa. Da un lato, la Venezia/Disneyland, soffocata da un carico turistico insostenibile e minata nella capacità stessa di produrre qualità della vita e senso all’abitare; dall’altro, la Terraferma, stretta fra un progetto di città metropolitana mai decollato e l’impossibilità di trovare una propria, autonoma e originale, modalità di vita sociale e urbana densa.
Venezia è una, non due città. Occorre riconoscere questa unità/unicità e lavorare per affermarla.
Il deficit infrastrutturale di collegamento è pesante e va sanato, pena una marginalizzazione complessiva; ma quello che rende quasi insolubile il dilemma tra le diverse opzioni tecniche di infrastrutturazione (vedi, ad esempio, la sublagunare o il Porto o, ancora, le reti ICT) è l’incapacità di rendere esplicite le scelte sociali e territoriali.
Occorre riaprire su questo un confronto ampio, democratico ed effettivo sul futuro della città.
Le ipotesi devono essere esplicitate e sottoposte a un controllo sociale ancor prima che politico, per misurarne appieno l’impatto sociale, economico e culturale.
Nel processo decisionale stesso si determineranno i futuri assetti di potere locale: se saranno ristretti, corporativi ed opachi, oppure aperti, democratici e trasparenti dipenderà in buona misura dal confronto/scontro fra due culture politiche e di governo territoriale che appaiono sempre più divergenti e confliggenti.
Le ragioni dell’economia non possono essere assolute ed autonome: questa ideologia territoriale va contrastata e rovesciata. Una buona economia rende possibile una dinamica sociale in grado di assumere le contraddizioni che si determinano al proprio interno, include e non esclude, valorizza, prima di tutto, il proprio capitale sociale.
Il centro storico deve tornare ad essere luogo del vivere, dell’abitare, del lavoro “normale” e moderno ad un tempo; Mestre e la Terraferma devono trovare nuovi baricentri: la logistica e la portualità possono essere un punto importante, così come la ricerca e l’innovazione, possono essere un “ponte” ideale per tutto il territorio lagunare.
Per questo non basta una politica di “contenimento”: contenimento del turismo e contenimento dell’esodo dal centro storico e dalle isole. Occorre una politica decisa e di attacco.
Occorre un obiettivo semplice, preciso, concreto: 50.000 abitanti in più in centro storico entro il 2020.
Il centro storico di Venezia è – e rischia di essere sempre più – demograficamente sottodimensionato: sottodimensionato rispetto al patrimonio immobiliare che esprime; sottodimensionato rispetto al ruolo che può giocare nel Nord-est; sottodimensionato rispetto all’infrastrutturazione esistente e potenziale (istituzioni pubbliche, aeroporto, università, etc..). Ma soprattutto sottodimensionato se si vuole ristabilire un rapporto meno drammaticamente impari con il livello di presenze turistiche attuali e tendenziali (20 milioni/anno).
Della crescita demografica del centro storico beneficerebbe tutto il territorio veneziano: in termini di servizi alla persona, di riqualificazione urbana, di infrastrutturazione ordinaria, di fiscalità e di risorse finanziarie in senso lato. Ma il primo e assoluto vantaggio riguarderebbe la dinamizzazione di talenti e di idee che questo nuovo flusso antropico potrebbe originare. Una dinamizzazione capace di creare opportunità e diritti non solo e non tanto per una ristretta creative class ma per tutti coloro che in questi anni hanno pagato un prezzo molto alto per il contemporaneo determinarsi, da un lato, di una drastica riduzione dell’economia produttiva in centro storico e in terraferma (operai e artigiani, in particolare) e, dall’altro, del trionfo dell’economia di rendita.
Una dinamizzazione che abbisogna non solo di una massa critica minima di popolazione residente ma anche di una rinnovata, efficace e sostenibile fluidità di movimento tra le diverse parti della città (centro storico, isole e terraferma).
Venezia città aperta, Venezia città dove vivere. E’ un messaggio politico che occorre produrre: un messaggio diretto ai territori italiani ma, ancor più, all’Europa e al Mondo.
Cinquantamila persone (artigiani, artisti, ricercatori, lavoratori immateriali, docenti, creativi, etc..) convinte che vivere a Venezia sia interessante, conveniente e fattibile.
E’ possibile dimostrare e costruire la percorribilità di queste declinazioni?
E’ possibile su questo costruire una piattaforma politica di governo della città?
L’obiettivo deve essere esplicito: dotarsi degli strumenti e creare le condizioni per rendere effettiva una abitabilità stabile (almeno quanto lo può concedere una crescente mobilità territoriale e internazionale), di qualità e socialmente equa.
Intraprendere questa strada significa, in primis, cambiare radicalmente gli equilibri nella geografia degli interessi e nella produzione del consenso. Va da sé che una Venezia come quella attuale, dove l’economia del turismo è monocratica, non consente alcun cambiamento rilevante.
Occorrono nuovi alleati dentro e fuori il centro storico di Venezia. Dentro il centro storico, rivolgendosi a quanti non vivono solo di turismo; in Terraferma, parlando a chi vorrebbe un’opportunità per tornare o per avere una diversa organizzazione delle funzioni che favorisca anche a Mestre e Marghera una migliore condizione del vivere e del lavorare. Fuori del territorio veneziano, per rendere attrattiva Venezia non solo in termini di idee e di talenti ma anche di capitali interessati all’economia non-turistica.
Venezia è una, non due città. Occorre riconoscere questa unità/unicità e lavorare per affermarla.
Il deficit infrastrutturale di collegamento è pesante e va sanato, pena una marginalizzazione complessiva; ma quello che rende quasi insolubile il dilemma tra le diverse opzioni tecniche di infrastrutturazione (vedi, ad esempio, la sublagunare o il Porto o, ancora, le reti ICT) è l’incapacità di rendere esplicite le scelte sociali e territoriali.
Occorre riaprire su questo un confronto ampio, democratico ed effettivo sul futuro della città.
Le ipotesi devono essere esplicitate e sottoposte a un controllo sociale ancor prima che politico, per misurarne appieno l’impatto sociale, economico e culturale.
Nel processo decisionale stesso si determineranno i futuri assetti di potere locale: se saranno ristretti, corporativi ed opachi, oppure aperti, democratici e trasparenti dipenderà in buona misura dal confronto/scontro fra due culture politiche e di governo territoriale che appaiono sempre più divergenti e confliggenti.
Le ragioni dell’economia non possono essere assolute ed autonome: questa ideologia territoriale va contrastata e rovesciata. Una buona economia rende possibile una dinamica sociale in grado di assumere le contraddizioni che si determinano al proprio interno, include e non esclude, valorizza, prima di tutto, il proprio capitale sociale.
Il centro storico deve tornare ad essere luogo del vivere, dell’abitare, del lavoro “normale” e moderno ad un tempo; Mestre e la Terraferma devono trovare nuovi baricentri: la logistica e la portualità possono essere un punto importante, così come la ricerca e l’innovazione, possono essere un “ponte” ideale per tutto il territorio lagunare.
Per questo non basta una politica di “contenimento”: contenimento del turismo e contenimento dell’esodo dal centro storico e dalle isole. Occorre una politica decisa e di attacco.
Occorre un obiettivo semplice, preciso, concreto: 50.000 abitanti in più in centro storico entro il 2020.
Il centro storico di Venezia è – e rischia di essere sempre più – demograficamente sottodimensionato: sottodimensionato rispetto al patrimonio immobiliare che esprime; sottodimensionato rispetto al ruolo che può giocare nel Nord-est; sottodimensionato rispetto all’infrastrutturazione esistente e potenziale (istituzioni pubbliche, aeroporto, università, etc..). Ma soprattutto sottodimensionato se si vuole ristabilire un rapporto meno drammaticamente impari con il livello di presenze turistiche attuali e tendenziali (20 milioni/anno).
Della crescita demografica del centro storico beneficerebbe tutto il territorio veneziano: in termini di servizi alla persona, di riqualificazione urbana, di infrastrutturazione ordinaria, di fiscalità e di risorse finanziarie in senso lato. Ma il primo e assoluto vantaggio riguarderebbe la dinamizzazione di talenti e di idee che questo nuovo flusso antropico potrebbe originare. Una dinamizzazione capace di creare opportunità e diritti non solo e non tanto per una ristretta creative class ma per tutti coloro che in questi anni hanno pagato un prezzo molto alto per il contemporaneo determinarsi, da un lato, di una drastica riduzione dell’economia produttiva in centro storico e in terraferma (operai e artigiani, in particolare) e, dall’altro, del trionfo dell’economia di rendita.
Una dinamizzazione che abbisogna non solo di una massa critica minima di popolazione residente ma anche di una rinnovata, efficace e sostenibile fluidità di movimento tra le diverse parti della città (centro storico, isole e terraferma).
Venezia città aperta, Venezia città dove vivere. E’ un messaggio politico che occorre produrre: un messaggio diretto ai territori italiani ma, ancor più, all’Europa e al Mondo.
Cinquantamila persone (artigiani, artisti, ricercatori, lavoratori immateriali, docenti, creativi, etc..) convinte che vivere a Venezia sia interessante, conveniente e fattibile.
E’ possibile dimostrare e costruire la percorribilità di queste declinazioni?
E’ possibile su questo costruire una piattaforma politica di governo della città?
L’obiettivo deve essere esplicito: dotarsi degli strumenti e creare le condizioni per rendere effettiva una abitabilità stabile (almeno quanto lo può concedere una crescente mobilità territoriale e internazionale), di qualità e socialmente equa.
Intraprendere questa strada significa, in primis, cambiare radicalmente gli equilibri nella geografia degli interessi e nella produzione del consenso. Va da sé che una Venezia come quella attuale, dove l’economia del turismo è monocratica, non consente alcun cambiamento rilevante.
Occorrono nuovi alleati dentro e fuori il centro storico di Venezia. Dentro il centro storico, rivolgendosi a quanti non vivono solo di turismo; in Terraferma, parlando a chi vorrebbe un’opportunità per tornare o per avere una diversa organizzazione delle funzioni che favorisca anche a Mestre e Marghera una migliore condizione del vivere e del lavorare. Fuori del territorio veneziano, per rendere attrattiva Venezia non solo in termini di idee e di talenti ma anche di capitali interessati all’economia non-turistica.
giovedì 10 aprile 2008
Per una governance diffusa della cosa pubblica
In questi anni, troppo spesso, si è detto che i cittadini sono lontani dalla politica. Questo è diventato, purtroppo, un luogo comune. E’ tempo di invertire la rotta.
Occorre, noi crediamo, ricostruire un rapporto positivo tra i cittadini e la cosa pubblica.
La cosa pubblica non è, nella nostra vita, una dimensione metafisica, astratta, perché la prima e rilevante cosa pubblica ha a che fare con il nostro territorio, con la nostra prossimità.
E’ questa, del resto, la ragione per cui abbiamo deciso di chiamare “Fondamente” il nostro gruppo di cultura politica: perché le Fondamente sono, ad un tempo, luogo pubblico e luogo nostro: luogo di prossimità.
Ora è tempo di manifestare la nostra volontà, la nostra disponibilità per la cosa pubblica; e occorre farlo in ogni occasione possibile.
In questi giorni, un’occasione si è manifestata a Venezia. L’occasione è l’avviso pubblico del Sindaco, rivolto a tutti i cittadini, per la scelta di alcune donne e di alcuni uomini da coinvolgere nell’amministrazione di rilevanti istituzioni territoriali. Alcuni sono enti vecchi, e altri novissimi. Ricordiamoli:
Fondazione Asilo Infantile Principessa Maria Letizia;
IPAB Antica Scuola dei Battuti;
Opera Pia Istituti Riuniti Patronato di Castello e Carlo Coletti;
Fondazione Querini Stampalia;
Fondazione Musei Civici di Venezia
Fondamente si è interrogata su questa scelta imminente; la nostra risposta è stata: vorremmo contribuire, vorremmo partecipare.
Le candidature che avanziamo sono, dal nostro punto di vista, adeguate, per almeno tre buone ragioni.
La prima ragione è che nessuna fra le persone che hanno deciso di depositare la propria candidatura, può essere considerata incompetente: abbiamo scelto, tra di noi, solo quelle professionalità che potessero davvero partecipare utilmente al governo di quegli enti. Ma questa, - qualcuno ha obiettato - è una condizione necessaria ma non sufficiente.
Sono seguite, allora, una seconda e una terza ragione, e queste hanno certo un carattere dichiaratamente politico: i nostri candidati devono essere disposti a, e in grado di, fungere da “tramite”, da punto di collegamento permanente, tra i cittadini veneziani e le scelte che occuperanno e che impegneranno gli organismi di governance degli enti prima menzionati; i nostri candidati devono sapere separare il proprio impegno politico dal proprio interesse individuale: e per questo, ognuno dei designati renderà disponibili i propri gettoni di presenza, relativi al loro ruolo nei rispettivi consigli di amministrazione e nei collegi dei revisori dei conti, per finanziare attività di iniziativa pubblica (per esempio, assemblee, conferenze, incontri, etc.).
Ci sembrano tre buone ragioni per considerare questa piccola proposta come portatrice di uno stile e di un metodo davvero nuovo nel governo della cosa pubblica.
Nei consigli di amministrazione, ci saranno certo anche imprenditori, banchieri, politici di professione e amministratori territoriali, ma far sì che questi organi includano anche cittadini disponibili a contribuire al governo della cosa pubblica e alle scelte difficili che questi enti dovranno compiere, è un fatto che, speriamo, nessuno vorrà escludere.
I nostri candidati sono:
1) Mario Coglitore – storico e archivista;
2) Lia Durante – storica dell’arte;
3) Daniele Gasparinetti – commercialista;
4) Paola Juris – avvocato
5) Fernando Marchiori – insegnante e ricercatore;
6) Mario Spinelli – architetto.
Occorre, noi crediamo, ricostruire un rapporto positivo tra i cittadini e la cosa pubblica.
La cosa pubblica non è, nella nostra vita, una dimensione metafisica, astratta, perché la prima e rilevante cosa pubblica ha a che fare con il nostro territorio, con la nostra prossimità.
E’ questa, del resto, la ragione per cui abbiamo deciso di chiamare “Fondamente” il nostro gruppo di cultura politica: perché le Fondamente sono, ad un tempo, luogo pubblico e luogo nostro: luogo di prossimità.
Ora è tempo di manifestare la nostra volontà, la nostra disponibilità per la cosa pubblica; e occorre farlo in ogni occasione possibile.
In questi giorni, un’occasione si è manifestata a Venezia. L’occasione è l’avviso pubblico del Sindaco, rivolto a tutti i cittadini, per la scelta di alcune donne e di alcuni uomini da coinvolgere nell’amministrazione di rilevanti istituzioni territoriali. Alcuni sono enti vecchi, e altri novissimi. Ricordiamoli:
Fondazione Asilo Infantile Principessa Maria Letizia;
IPAB Antica Scuola dei Battuti;
Opera Pia Istituti Riuniti Patronato di Castello e Carlo Coletti;
Fondazione Querini Stampalia;
Fondazione Musei Civici di Venezia
Fondamente si è interrogata su questa scelta imminente; la nostra risposta è stata: vorremmo contribuire, vorremmo partecipare.
Le candidature che avanziamo sono, dal nostro punto di vista, adeguate, per almeno tre buone ragioni.
La prima ragione è che nessuna fra le persone che hanno deciso di depositare la propria candidatura, può essere considerata incompetente: abbiamo scelto, tra di noi, solo quelle professionalità che potessero davvero partecipare utilmente al governo di quegli enti. Ma questa, - qualcuno ha obiettato - è una condizione necessaria ma non sufficiente.
Sono seguite, allora, una seconda e una terza ragione, e queste hanno certo un carattere dichiaratamente politico: i nostri candidati devono essere disposti a, e in grado di, fungere da “tramite”, da punto di collegamento permanente, tra i cittadini veneziani e le scelte che occuperanno e che impegneranno gli organismi di governance degli enti prima menzionati; i nostri candidati devono sapere separare il proprio impegno politico dal proprio interesse individuale: e per questo, ognuno dei designati renderà disponibili i propri gettoni di presenza, relativi al loro ruolo nei rispettivi consigli di amministrazione e nei collegi dei revisori dei conti, per finanziare attività di iniziativa pubblica (per esempio, assemblee, conferenze, incontri, etc.).
Ci sembrano tre buone ragioni per considerare questa piccola proposta come portatrice di uno stile e di un metodo davvero nuovo nel governo della cosa pubblica.
Nei consigli di amministrazione, ci saranno certo anche imprenditori, banchieri, politici di professione e amministratori territoriali, ma far sì che questi organi includano anche cittadini disponibili a contribuire al governo della cosa pubblica e alle scelte difficili che questi enti dovranno compiere, è un fatto che, speriamo, nessuno vorrà escludere.
I nostri candidati sono:
1) Mario Coglitore – storico e archivista;
2) Lia Durante – storica dell’arte;
3) Daniele Gasparinetti – commercialista;
4) Paola Juris – avvocato
5) Fernando Marchiori – insegnante e ricercatore;
6) Mario Spinelli – architetto.
mercoledì 2 aprile 2008
sabato 15 marzo 2008
Più pubblico in un mondo globale
Primo: pensare diversamente.
Quando si parla di globalizzazione e di competitività s’invoca molto spesso: più privato, più concorrenza! Questo è il mantra di chi si occupa di relazioni internazionali e di chi, più banalmente, si mette semplicemente nel coro.
Dalla globalizzazione, ovvero da chi nel mondo produce, investe e consuma a tutto campo, si attendono mille benefici e mille disgrazie.
Chi vede con più facilità i mille benefici, dice agli italiani: rimboccatevi le maniche ed entrate nell’economia mondiale. Da questo nuovo contesto internazionale – continuano gli apologhi dell’internazionalizazione - ne verranno più ricchezza e più opportunità per tutti.
Bello, se fosse vero!
Per chi invece vede in ritardo, ma con roboante retorica, i mali che provengono dai giganti asiatici – da quel moloch, goffamente definito “Cindia” – l’unica salvezza è la barriera protezionistica. Purtroppo questa più che una diga contro l’alta marea cinese, sembra la tardiva costruzione di un’arca di Noé per sopravvivere a un secondo diluvio globale. E se poi le acque non scendessero affatto e ricoprissero ogni cosa per qualche decennio? E se questo fenomeno fosse destinato a durare a lungo? In questo caso, forse l’arca potrebbe essere salva, ma dentro – ahimé - si ritroverebbero soltanto scheletrici cadaveri.
La globalizzazione non è un male in sé; la circolazione transnazionale di beni, capitali e uomini (pochi ancora questi ultimi, a dire il vero!) non è qualcosa di negativo. Anzi la prospettiva della fine delle frontiere, delle barriere, dei muri di ogni tipo, è un grande e nobile sogno dell’umanità.
Il male della globalizzazione ha due genitori: Tempo, il padre e Ingiustizia, la madre.
Tempo, o meglio la mancanza di tempo. E’ questa tremenda accelerazione storica che non consente alle società, alle persone, di attrezzarsi, di costruire strategie di adattamento.
Quando si parla di globalizzazione e di competitività s’invoca molto spesso: più privato, più concorrenza! Questo è il mantra di chi si occupa di relazioni internazionali e di chi, più banalmente, si mette semplicemente nel coro.
Dalla globalizzazione, ovvero da chi nel mondo produce, investe e consuma a tutto campo, si attendono mille benefici e mille disgrazie.
Chi vede con più facilità i mille benefici, dice agli italiani: rimboccatevi le maniche ed entrate nell’economia mondiale. Da questo nuovo contesto internazionale – continuano gli apologhi dell’internazionalizazione - ne verranno più ricchezza e più opportunità per tutti.
Bello, se fosse vero!
Per chi invece vede in ritardo, ma con roboante retorica, i mali che provengono dai giganti asiatici – da quel moloch, goffamente definito “Cindia” – l’unica salvezza è la barriera protezionistica. Purtroppo questa più che una diga contro l’alta marea cinese, sembra la tardiva costruzione di un’arca di Noé per sopravvivere a un secondo diluvio globale. E se poi le acque non scendessero affatto e ricoprissero ogni cosa per qualche decennio? E se questo fenomeno fosse destinato a durare a lungo? In questo caso, forse l’arca potrebbe essere salva, ma dentro – ahimé - si ritroverebbero soltanto scheletrici cadaveri.
La globalizzazione non è un male in sé; la circolazione transnazionale di beni, capitali e uomini (pochi ancora questi ultimi, a dire il vero!) non è qualcosa di negativo. Anzi la prospettiva della fine delle frontiere, delle barriere, dei muri di ogni tipo, è un grande e nobile sogno dell’umanità.
Il male della globalizzazione ha due genitori: Tempo, il padre e Ingiustizia, la madre.
Tempo, o meglio la mancanza di tempo. E’ questa tremenda accelerazione storica che non consente alle società, alle persone, di attrezzarsi, di costruire strategie di adattamento.
Quando si vogliono omogeneizzare salari europei e cinesi, quando si ignorano società e culture diverse e ricche, quando si annullano economie e civiltà materiali cresciute separatamente - in nome di una equivalenza universale chiamata Mercato-, allora ecco che pezzi di società e di storia si ribellano contro la violenza di questo processo.
Di fronte alla fisica dei vasi comunicanti, qualcuno deve porsi il problema di cosa significa la differenza di pressione fra una parte e l’altra del Mondo. Tutto rischia di essere cancellato, sia per chi cresce che per chi deve diminuire. E così, mentre in Europa o negli Stati Uniti scompaiono miseramente storie e realtà industriali nel giro di pochi mesi – lasciando solo disperazione e degrado – dall’altro, in Cina, spuntano come funghi città di dieci milioni di abitanti, con un inevitabile corollario di tragedie rurali e di disastri ambientali urbani.
Accanto alla violenza temporale, vi è un’asimmetria economica e sociale che produce a piene mani Ingiustizia.
Nell’impetuoso scompaginarsi dei fenomeni economici, gli effetti sociali sono radicalmente diversi tra chi sta in alto e chi sta in basso – da un lato e dall’altro del nuovo mondo globale.
Dice Zygmunt Bauman – acuto studioso del nuovo mondo che viene - che le società si vanno riorganizzando in due inedite classi sociali: i “mobili” e i “territoriali”. I primi rappresentano la nuova élite, in grado di muoversi nel mondo cogliendo opportunità ed esperienze; i secondi restano legati al vecchio mondo e sono le vittime del nuovo.
Per ragioni etiche e politiche, crediamo che occorra difendere i secondi, perché maggioranza e perché destinati alla sconfitta nell’attuale processo storico mondiale. I primi non solo si difendono da sé ma attaccano e intaccano duramente le condizioni dei più.
La globalizzazione è crescita e redistribuzione allo stesso tempo. E’ per questa ragione che occorre una politica pubblica forte e lungimirante. Storicamente, la dimensione pubblica, sia nazionale che transnazionale, appare non solo opportuna ma indispensabile.
Se la globalizzazione è crescita, e crescita tumultuosa che scardina ogni vincolo ambientale ed energetico, allora una politica ampia, transnazionale e rigorosa dei beni pubblici si impone. Non ci sono alternative – e lo dicono le quotazioni delle materie prime e del petrolio di questi giorni, così come lo segnalano i tassi di inquinamento delle città cinesi e indiane.
Se la globalizzazione è redistribuzione della ricchezza, una redistribuzione che fa crescere enormemente la quota dei profitti – e, in alcuni casi, come in Italia, delle rendite – a scapito dei salari, allora una politica dei redditi in senso opposto è improrogabile. Per essere il più possibile espliciti: vanno difese le condizioni di vita degli operai italiani, perché domani si possano difendere i diritti dei lavoratori a Shenzhen come a Bangalore. Ed è non solo di contratti sindacali che vogliamo parlare, ma soprattutto di servizi sociali e di diritti di cittadinanza.
Occorre investire in beni pubblici e ricostruire un autentico Welfare State: queste sono due semplici ma dirimenti priorità.
Ecco perché bisogna affermare più pubblico – e non più privato – in questo ineluttabile mondo globale.
Giampietro Pizzo
Accanto alla violenza temporale, vi è un’asimmetria economica e sociale che produce a piene mani Ingiustizia.
Nell’impetuoso scompaginarsi dei fenomeni economici, gli effetti sociali sono radicalmente diversi tra chi sta in alto e chi sta in basso – da un lato e dall’altro del nuovo mondo globale.
Dice Zygmunt Bauman – acuto studioso del nuovo mondo che viene - che le società si vanno riorganizzando in due inedite classi sociali: i “mobili” e i “territoriali”. I primi rappresentano la nuova élite, in grado di muoversi nel mondo cogliendo opportunità ed esperienze; i secondi restano legati al vecchio mondo e sono le vittime del nuovo.
Per ragioni etiche e politiche, crediamo che occorra difendere i secondi, perché maggioranza e perché destinati alla sconfitta nell’attuale processo storico mondiale. I primi non solo si difendono da sé ma attaccano e intaccano duramente le condizioni dei più.
La globalizzazione è crescita e redistribuzione allo stesso tempo. E’ per questa ragione che occorre una politica pubblica forte e lungimirante. Storicamente, la dimensione pubblica, sia nazionale che transnazionale, appare non solo opportuna ma indispensabile.
Se la globalizzazione è crescita, e crescita tumultuosa che scardina ogni vincolo ambientale ed energetico, allora una politica ampia, transnazionale e rigorosa dei beni pubblici si impone. Non ci sono alternative – e lo dicono le quotazioni delle materie prime e del petrolio di questi giorni, così come lo segnalano i tassi di inquinamento delle città cinesi e indiane.
Se la globalizzazione è redistribuzione della ricchezza, una redistribuzione che fa crescere enormemente la quota dei profitti – e, in alcuni casi, come in Italia, delle rendite – a scapito dei salari, allora una politica dei redditi in senso opposto è improrogabile. Per essere il più possibile espliciti: vanno difese le condizioni di vita degli operai italiani, perché domani si possano difendere i diritti dei lavoratori a Shenzhen come a Bangalore. Ed è non solo di contratti sindacali che vogliamo parlare, ma soprattutto di servizi sociali e di diritti di cittadinanza.
Occorre investire in beni pubblici e ricostruire un autentico Welfare State: queste sono due semplici ma dirimenti priorità.
Ecco perché bisogna affermare più pubblico – e non più privato – in questo ineluttabile mondo globale.
Giampietro Pizzo
mercoledì 27 febbraio 2008
La balcanizzazione dell’Europa
E’ incredibile come la nostra attenzione mediatica possa essere distratta.
La “lunga guerra” balcanica continua e si aggrava a pochi passi da qui, ma anche gli eventi più drammatici sembrano lontani e irrilevanti per i giornali e per il dibattito politico italiani.
Eppure la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo peserà moltissimo sull’Italia e sull’Europa.
Pesa e peserà su un’Europa che è ormai l’ombra di sé stessa. Un’Europa priva di significato economico e sociale per i cittadini europei e per quelli che potrebbero domani diventarlo; un’Europa – ed è questo che davvero brucia - senza uno straccio di progetto politico.
“Ognuno per proprio conto” – questo è ormai il motto con cui in Europa si fa politica estera. E mentre in Italia D’Alema dice sì, nella socialista Spagna Zapatero dice no. Nessuno si straccia le vesti ma neppure si sorprende. Sono passati dieci anni dai bombardamenti su Belgrado e ci ritroviamo ancora nello stesso clima di guerra e di odio.
Dov’è dunque finito quel grande e nobile progetto per una Europa di pace e benessere che entusiasmò molti di noi solo pochi anni fa? Sepolto, a quanto pare, sotto cumuli di insipienza, di indifferenza, di falso realismo politico; il tutto condito in una mediocre salsa americana.
Ma che cosa potrà davvero essere il Kosovo indipendente? Un micro Stato accanto ad altri micro Stati. Così fu per la Bosnia dilaniata da una guerra fratricida, così è per quella “terra di nessuno”, divenuta indipendente l’anno scorso, chiamata Montenegro.
Senza tema di essere tacciati come filoserbi, si tratta di riconoscere semplicemente che il Kosovo indipendente è il frutto di una decisione americana, sostenuta e amplificata da anni d’inerzia diplomatica europea.
Il Kosovo è indipendente ma non sarà mai indipendente. No, non è un bisticcio di parole, perché alla dichiarazione politica si accompagna – e tutti lo sanno – l’impossibilità per quel paese di essere economicamente e finanziariamente autosufficiente. Uno Stato coloniale destinato a un eterno sussidio europeo e internazionale.
Bisogna, in questo frangente, ricordare che la responsabilità della ricostruzione è stata in questi anni delegata all'ONU, e il risultato è uno Stato in mano alla criminalità: 'It is a Mafia society', dicono fonti autorevoli. Il potere se lo sono preso le bande armate, grazie alla protezione offerta dagli Stati Uniti. Per il Pentagono uno stato debole ha due vantaggi: assicura la piena extraterritorialità delle basi militari e consente alle forze occupanti di comportarsi come dei fuorilegge.
Il triste bilancio del Kosovo è di essere diventato in questi anni di “protettorato” americano ed europeo, il crocevia di una florida economia del narcotraffico, così come il Montenegro lo è da tempo del contrabbando e dei traffici illegali di armi.
Dall’altra parte della frontiera – che noi europei abbiamo contribuito a tracciare - vi è una crescente indifferenza nei confronti del dramma serbo.
Una nazione, la Serbia, smembrata e sbeffeggiata a più riprese, senza che nessuno misurasse sino in fondo la portata storica di tale condotta. Eppure la Storia insegna che quando si alimentano odî e rancori, si preparano inesorabilmente i conflitti e le guerre di domani.
L’Europa vista dai Balcani non lascia purtroppo sperare nulla di buono.
Una cosa è certa: l’Italia rischia di perdere un amico, mentre aumentano, da una parte e dall’altra dell’Adriatico, la confusione e i dissidi.
Vale la pena di ricordare, infine, che dinnanzi allo spettro della secessione nessuno è immune.
In questi giorni l’Italia e l’Europa – con la sola eccezione della Spagna - hanno contribuito a creare un terribile precedente.
E se domani qualcuno dichiarasse unilateralmente l’indipendenza basca o padana, chi oserebbe argomentare l’inconsistenza di un simile atto politico?
Giampietro Pizzo
La “lunga guerra” balcanica continua e si aggrava a pochi passi da qui, ma anche gli eventi più drammatici sembrano lontani e irrilevanti per i giornali e per il dibattito politico italiani.
Eppure la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo peserà moltissimo sull’Italia e sull’Europa.
Pesa e peserà su un’Europa che è ormai l’ombra di sé stessa. Un’Europa priva di significato economico e sociale per i cittadini europei e per quelli che potrebbero domani diventarlo; un’Europa – ed è questo che davvero brucia - senza uno straccio di progetto politico.
“Ognuno per proprio conto” – questo è ormai il motto con cui in Europa si fa politica estera. E mentre in Italia D’Alema dice sì, nella socialista Spagna Zapatero dice no. Nessuno si straccia le vesti ma neppure si sorprende. Sono passati dieci anni dai bombardamenti su Belgrado e ci ritroviamo ancora nello stesso clima di guerra e di odio.
Dov’è dunque finito quel grande e nobile progetto per una Europa di pace e benessere che entusiasmò molti di noi solo pochi anni fa? Sepolto, a quanto pare, sotto cumuli di insipienza, di indifferenza, di falso realismo politico; il tutto condito in una mediocre salsa americana.
Ma che cosa potrà davvero essere il Kosovo indipendente? Un micro Stato accanto ad altri micro Stati. Così fu per la Bosnia dilaniata da una guerra fratricida, così è per quella “terra di nessuno”, divenuta indipendente l’anno scorso, chiamata Montenegro.
Senza tema di essere tacciati come filoserbi, si tratta di riconoscere semplicemente che il Kosovo indipendente è il frutto di una decisione americana, sostenuta e amplificata da anni d’inerzia diplomatica europea.
Il Kosovo è indipendente ma non sarà mai indipendente. No, non è un bisticcio di parole, perché alla dichiarazione politica si accompagna – e tutti lo sanno – l’impossibilità per quel paese di essere economicamente e finanziariamente autosufficiente. Uno Stato coloniale destinato a un eterno sussidio europeo e internazionale.
Bisogna, in questo frangente, ricordare che la responsabilità della ricostruzione è stata in questi anni delegata all'ONU, e il risultato è uno Stato in mano alla criminalità: 'It is a Mafia society', dicono fonti autorevoli. Il potere se lo sono preso le bande armate, grazie alla protezione offerta dagli Stati Uniti. Per il Pentagono uno stato debole ha due vantaggi: assicura la piena extraterritorialità delle basi militari e consente alle forze occupanti di comportarsi come dei fuorilegge.
Il triste bilancio del Kosovo è di essere diventato in questi anni di “protettorato” americano ed europeo, il crocevia di una florida economia del narcotraffico, così come il Montenegro lo è da tempo del contrabbando e dei traffici illegali di armi.
Dall’altra parte della frontiera – che noi europei abbiamo contribuito a tracciare - vi è una crescente indifferenza nei confronti del dramma serbo.
Una nazione, la Serbia, smembrata e sbeffeggiata a più riprese, senza che nessuno misurasse sino in fondo la portata storica di tale condotta. Eppure la Storia insegna che quando si alimentano odî e rancori, si preparano inesorabilmente i conflitti e le guerre di domani.
L’Europa vista dai Balcani non lascia purtroppo sperare nulla di buono.
Una cosa è certa: l’Italia rischia di perdere un amico, mentre aumentano, da una parte e dall’altra dell’Adriatico, la confusione e i dissidi.
Vale la pena di ricordare, infine, che dinnanzi allo spettro della secessione nessuno è immune.
In questi giorni l’Italia e l’Europa – con la sola eccezione della Spagna - hanno contribuito a creare un terribile precedente.
E se domani qualcuno dichiarasse unilateralmente l’indipendenza basca o padana, chi oserebbe argomentare l’inconsistenza di un simile atto politico?
Giampietro Pizzo
giovedì 14 febbraio 2008
Fare società
“Fare società” non è solo una felice espressione coniata da Aldo Bonomi per descrivere la domanda che viene alla Politica dal territorio italiano.
Fare società è, prima ancora, la volontà che esprime chi, ora, in Italia, non vuole arrendersi alla dissoluzione della Politica.
Ma la Politica vive se il legame sociale torna ad essere il nesso fondatore del nostro esistere come cittadini in questo Paese e in questo tempo.
La Politica non muore se l’individualismo proprietario non azzera la grande tradizione italiana del vivere insieme.
Di fronte al tentativo di cancellazione del produttore e alla solitudine del consumatore, occorre ritrovare – sperimentando e innovando – una dimensione collettiva.
Se, come appare chiaro, l’individuo è impotente, allora la risposta non può che essere collettiva.
La libertà individuale non ha futuro senza pratiche autentiche di solidarietà, senza dispositivi che sappiano davvero garantire e valorizzare le scelte individuali. Non ci sono diritti difendibili senza autentiche eguaglianze civili e sociali.
Da questo occorre ricominciare per rendere operabile un progetto politico che “faccia società”.
Vano è credere che possa essere il Mercato il luogo dove le libertà e le uguali opportunità si affermano e crescono. Del resto, è chiaro a tutti che quando entra in scena il Mercato, il mercato globale, pressoché nulla di rilevante sul piano sociale e dei diritti è decidibile: sono sempre e solo i vincoli esterni della competitività e della credibilità internazionale a decidere al posto della Politica. Se questo è il progetto che, tanto a destra che al centro, il PdL e il PD vanno partorendo, allora l’unico spazio residuale è quello amministrativo-gestionale, con buona pace della Politica. Il mantra delle privatizzazioni e del contenimento della sfera pubblica non potrà che spianare la strada a questo riduzionismo politico. Ma davvero è pensabile che questo sia l’unico scenario?
Io, invece, voglio che il Pubblico rappresenti ancora un orizzonte possibile in cui costruire diritti e socialità. Un Pubblico come valore ancor prima che come tecnica di governo.
Deve essere questa – non altra – la forza, il sogno di una Sinistra degna di questo nome.
Ma, innanzitutto, il “voglio” deve diventare “vogliamo”. Per questo occorre ricostruire una dimensione autentica di linguaggio, di azione collettiva che sia capace di generare fiducia, di passione e progetto per tutti, di visione e di fare per ognuno.
Giampietro Pizzo
Fare società è, prima ancora, la volontà che esprime chi, ora, in Italia, non vuole arrendersi alla dissoluzione della Politica.
Ma la Politica vive se il legame sociale torna ad essere il nesso fondatore del nostro esistere come cittadini in questo Paese e in questo tempo.
La Politica non muore se l’individualismo proprietario non azzera la grande tradizione italiana del vivere insieme.
Di fronte al tentativo di cancellazione del produttore e alla solitudine del consumatore, occorre ritrovare – sperimentando e innovando – una dimensione collettiva.
Se, come appare chiaro, l’individuo è impotente, allora la risposta non può che essere collettiva.
La libertà individuale non ha futuro senza pratiche autentiche di solidarietà, senza dispositivi che sappiano davvero garantire e valorizzare le scelte individuali. Non ci sono diritti difendibili senza autentiche eguaglianze civili e sociali.
Da questo occorre ricominciare per rendere operabile un progetto politico che “faccia società”.
Vano è credere che possa essere il Mercato il luogo dove le libertà e le uguali opportunità si affermano e crescono. Del resto, è chiaro a tutti che quando entra in scena il Mercato, il mercato globale, pressoché nulla di rilevante sul piano sociale e dei diritti è decidibile: sono sempre e solo i vincoli esterni della competitività e della credibilità internazionale a decidere al posto della Politica. Se questo è il progetto che, tanto a destra che al centro, il PdL e il PD vanno partorendo, allora l’unico spazio residuale è quello amministrativo-gestionale, con buona pace della Politica. Il mantra delle privatizzazioni e del contenimento della sfera pubblica non potrà che spianare la strada a questo riduzionismo politico. Ma davvero è pensabile che questo sia l’unico scenario?
Io, invece, voglio che il Pubblico rappresenti ancora un orizzonte possibile in cui costruire diritti e socialità. Un Pubblico come valore ancor prima che come tecnica di governo.
Deve essere questa – non altra – la forza, il sogno di una Sinistra degna di questo nome.
Ma, innanzitutto, il “voglio” deve diventare “vogliamo”. Per questo occorre ricostruire una dimensione autentica di linguaggio, di azione collettiva che sia capace di generare fiducia, di passione e progetto per tutti, di visione e di fare per ognuno.
Giampietro Pizzo
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