Dobbiamo reagire. Non possiamo fare finta di nulla.
L'indecenza, la confusione, la perdita di senso dello Stato che percorre il Paese hanno raggiunto ormai il livello di guardia.
Le ripercussioni saranno pesantissime: non è solo la credibilità delle istituzioni ad essere in discussione, ma la solidità stessa della democrazia, come valore e come pratica sociale, che rischia di essere compromessa.
Se questa è la democrazia - pensano già in molti - che me ne faccio? Perché dovrei difenderla?
Quando ci si interroga così, quando si dubita che la democrazia possa essere altro e di più di una vuota e confusa retorica, allora vuol dire che l'involuzione autoritaria, che le spinte populiste hanno già lacerato pesantemente il tessuto sociale democratico di questo Paese.
Non basta più rassicurare, non è più sufficiente il richiamo alle responsabilità della politica perché questa si emendi e si auto-riformi. Lo sfascio culturale prima ancora che politico è andato troppo oltre per pensare a soluzioni tecniche, a misure ordinarie, a leggi elettorali di questo o quel segno.
La crisi della Politica è talmente radicale che occorre tornare alla radice. Occorre tornare là dove in questi anni si è rotto il legame tra rappresentato e rappresentante, quando il primo ha abdicato alla propria partecipazione e il secondo ha perso qualsiasi capacità di ascolto.
Se questo legame si è rotto, ed è purtroppo così, allora nulla è più come prima: la Democrazia è in pericolo e la Politica sta morendo.
Ognuno di noi in questo frangente storico ha responsabilità morali e civili altissime.
Nessuno può essere mero spettatore della crisi; nessuno può atteggiarsi a disincantato e cinico osservatore degli eventi; nessuno può dire "e io che cosa ci posso fare?".
In questa situazione davvero drammatica per il futuro del nostro Paese, chi sceglie di stare a guardare è complice del disastro. Non è un tempo in cui si possa guardare altrove, in cui le scelte personali e private possano prevalere sui doveri civici. La nostra è una responsabilità individuale ancor prima che collettiva.
Non possiamo, non dobbiamo delegare. Il "delegato" è contumace, la delega priva di contenuto. Prendiamone atto.
Dobbiamo reagire. Non saranno - lo sappiamo - le elezioni a rimettere sulla buona strada questa nostra sgangherata - ma ancora nostra! - Repubblica.
Nessun politico deve - d'ora in poi - poter decidere da solo. Occorre aprire un confronto serrato ma vero. Ovunque e subito.
Non possiamo, non vogliamo delegare. Basta assistere passivamente a "Porta a Porta", "Ballarò", "Matrix" o altri bene o male-meriti talk show! Quella non è democrazia.
Non può essere "La Repubblica" o "Il Corriere" a dire ciò che è bene e ciò che è male per il Paese: nessuno di noi ha mai scelto come portavoce né Ezio Mauro né Paolo Mieli.
L'opacità, la farraginosità, la banalità dei mass media rende semmai ancora più difficile il dibattito, il dialogo, l'impegno.
Alla grande illusione sulle magnifiche sorti e progressive della democrazia televisiva e mass-mediatica occorre rispondere ricreando luoghi veri, fisici, di incontro e di contatto politico.
Le piazze, le aule, i teatri, le sale pubbliche devono tornare a riempirsi. Prima che sia troppo tardi. La vendita culturale e materiale della cosa pubblica per una manciata di voti è l'infausto orizzonte che potrebbe attenderci. Una nuova evoluta forma di privatizzazione potrebbe essere in cantiere: dopo aver privatizzato l'economia, perché non farlo con la politica? A questo pensano i Montezemolo vecchi e nuovi, dentro e fuori Confindustria. Sarebbe davvero la fine della Democrazia: essere obbligati a scegliere tra un Manager Mediaset e un Manager FIAT!
Sul futuro nostro e dei nostri figli questo scenario rischia di pesare più di montagne di immondizia.
Dobbiamo reagire.
Giampietro Pizzo
lunedì 28 gennaio 2008
venerdì 11 gennaio 2008
Chi siamo, cosa vogliamo
FONDAMENTE è un gruppo di cultura politica. Definirci "gruppo di cultura politica" è, a ben vedere, una dichiarazione d'intenti non ordinaria: anzi, è un'affermazione decisamente ambiziosa.
In un tempo in cui la politica è avvertita come lontana, come un guscio vuoto il cui compito precipuo è occultare interessi particolari e manipolare allegramente valori e opinioni, in un tempo come quello in cui ci è toccato vivere, volere mettere al centro la Politica - il suo essere "questione" - non è certo facile.
Eppure la Politica è ora più che mai uno specchio della nostra condizione individuale e collettiva; essa dice la fragilità del nostro vivere in comunità, manifesta il disagio profondo delle nostre soggettività, rivela quanto sia spesso fatua l'esaltazione dell'individualità.
Vorremmo fare di FONDAMENTE un autentico luogo di elaborazione e dibattito.
Contribuire a mantenere aperto lo spazio della Politica - anzi nella maggiore parte dei casi si tratta semplicemente di riaprirlo - è la volontà che ha animato e anima i partecipanti a FONDAMENTE.
In questi primi mesi di attività siamo alla ricerca di un difficile equilibrio: uscire dalle stereotipate logiche di appartenenza senza per questo millantare una inutile quanto falsa equidistanza tra i punti cardinali della geografia politica. Come è noto, si può difficilmente evitare di assumere una posizione precisa, e anche il fatto di non assumerla equivale sempre ad abbracciarne comunque una, quella del non esserci appunto, del non partecipare.
Ma non vogliamo neppure essere un ennesimo foro di discussione accademica, lontana, mediata e di improbabile efficacia.
Nel dissolversi delle tradizionali categorie politiche, anche il binomio teoria/prassi fatica a sopravvivere. Si tratta quindi di sperimentare, con molta pazienza e molta onestà intellettuale.
Ricostruire i luoghi della politica significa innanzitutto ricostruire il linguaggio della politica: rinominare le cose, ridisegnare l'essenziale sintassi dell'agire politico.
Tutto questo abbisogna di diversi interlocutori - dentro e fuori dei movimenti, dentro e fuori dei partiti, dentro e fuori delle istituzioni; tutto questo significa moltiplicare al massimo grado le interlocuzioni - senza luoghi comuni, senza preconcetti, senza tabù.
Come ogni buona politica insegna, chiediamo a tutti - a coloro che vorranno confrontarsi con noi e a coloro che non lo vorranno fare - di parlare franco e di rendere esplicito il proprio punto di vista.
La buona politica è bene comune, che non lascia spazio né a facili scorciatoie né a discutibili ecumenismi.
Molti dicono che bisogna essere concreti. Noi vogliamo essere concreti, ma per farlo, per rendere misurabili nel qui e ora le analisi, gli argomenti, le posizioni, nessuno si può esimere dallo sforzo di comprensione dei processi globali che coinvolgono l'Italia e il Mondo. Per questo non bastano né i tecnici né le soluzioni tecniche.
Questa ricerca, questa volontà ha vincoli temporali strettissimi. E' l'urgenza dei problemi che non lascia margini, che non concede tregua.
FONDAMENTE
gruppo di cultura politica
domenica 30 dicembre 2007
mercoledì 12 dicembre 2007
Attualità di Leopardi
Or la vita degl’italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente. Ma lasciando questo e restringendoci alla sola mancanza di società, certo è che uno de’ grandissimi e principali mezzi che restano oggi agli uomini per non avvedersi affatto della nullità delle cose loro, o per non sentirla, benché conoscendola, per non essere nella pratica persuasi della total frivolezza delle loro occupazioni qualunque e della totale indegnità della vita ad esser con fatiche e con sollecitudini coltivata, studiata ed esercitata, uno, dico, de’ principali mezzi e forse il principale assolutamente, è la società. (...)
Come la disperazione, così né più né meno il disprezzo e l’intimo sentimento della vanità della vita sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e della immoralità. Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri, e della morale. (...)
La raillerie il persifflage, cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca. (...)
Così che le conversazioni d’Italia sono un ginnasio dove colle offensioni delle parole e dei modi s’impara per una parte e si riceve stimolo dall’altra a far male a’ suoi simili co’ fatti. Nel che è riposto l’esizio e l’infelicità sociale e nazionale. E questa è la somma della pravità e corruzion de’ costumi. Ed anche all’amore e spirito nazionale è visibile quanto debbano nuocere tali modi di conversare per cui trattiamo e ci avvezziamo a trattare e considerar gli altri sì diversamente che come fratelli, ed acquistiamo o intratteniamo ed alimentiamo uno spirito ostile verso i più prossimi. (...)
... lo spirito pubblico in Italia è tale, che, salvo il prescritto dalle leggi e ordinanze de’ principi, lascia a ciascuno quasi intera libertà di condursi in tutto il resto come gli aggrada, senza che il pubblico se ne impacci, o impacciandosene sia molto atteso, né se n’impacci mai in modo da dar molta briga e da far molto considerare il suo piacere o dispiacere, approvazione o disapprovazione.
da Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani
Come la disperazione, così né più né meno il disprezzo e l’intimo sentimento della vanità della vita sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e della immoralità. Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri, e della morale. (...)
La raillerie il persifflage, cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca. (...)
Così che le conversazioni d’Italia sono un ginnasio dove colle offensioni delle parole e dei modi s’impara per una parte e si riceve stimolo dall’altra a far male a’ suoi simili co’ fatti. Nel che è riposto l’esizio e l’infelicità sociale e nazionale. E questa è la somma della pravità e corruzion de’ costumi. Ed anche all’amore e spirito nazionale è visibile quanto debbano nuocere tali modi di conversare per cui trattiamo e ci avvezziamo a trattare e considerar gli altri sì diversamente che come fratelli, ed acquistiamo o intratteniamo ed alimentiamo uno spirito ostile verso i più prossimi. (...)
... lo spirito pubblico in Italia è tale, che, salvo il prescritto dalle leggi e ordinanze de’ principi, lascia a ciascuno quasi intera libertà di condursi in tutto il resto come gli aggrada, senza che il pubblico se ne impacci, o impacciandosene sia molto atteso, né se n’impacci mai in modo da dar molta briga e da far molto considerare il suo piacere o dispiacere, approvazione o disapprovazione.
da Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani
martedì 11 dicembre 2007
messaggio da 176-176

Ciao, è la prima volta che visito il blog, come ho detto ad una delle vostre componenti qualche giorno fa, mi sembra rischioso dare la possibilità a tutti di modificare la struttura del blog (un pazzo o un inesperto potrebbero cancellare tranquillamente tutti i post), è meglio tenere un solo amministratore che invita gli utenti.
Finisco con la tecnica e passo alla politica.
Stanno nascendo a Venezia molti gruppi di "democrazia dal basso", credo sia il caso di fare una panoramica dell'esistente, se qualcuno ha ulteriori informazioni sarebbe utile inserle nel blog.
I gruppi che conosco io sono questi:
gruppo dei quarantenni (si sono trovati già due volte all'Ateneo Veneto, credo che l'idea l'abbia lanciata Shaul Bassi, gli incontri vengono moderati dal direttore del Gazzettino, per partecipare alle riunioni bisogna inviare prima un breve curriculum!!!)
gruppo che ruota intorno all'Associazione Kairos di Alberta Toninato (non ho ancora partecipato a questo gruppo ma la mission dovrebbe essere quello di trovare una strategia comune delle associazioni culturali per relazionarsi all'Amministrazione).
terzo ed ultimo gruppo si riferisce ad una mail che ho ricevuto ieri da un'amica e oggetto degli incontri è il co-housing (credo vogliano lanciare un progetto di co-housing a Venezia cercando di sensibilizzare l'Amministrazione).
Per ora è tutto, saluti
176-176
mercoledì 21 novembre 2007
Mickey Mouse è già tra noi
Mickey Mouse è già tra noi, ma tutti, dall’Amministrazione comunale in giù, facciamo finta di non saperlo. Di che cosa parliamo? Non di semplici e innocui fumetti purtroppo, ma del fatto che la trasformazione del centro storico di Venezia in una vera e propria Disneyland sta già avvenendo.
Ve lo ricordate John Kay, docente della London School of Economics? Fu lui che, con una buona dose di cinismo e un’onestà intellettuale tutta anglosassone, esordì dicendo: “Venezia è già un parco tematico. Come centro di affari, politico ed economico, è morta centinaia di anni fa e solo il flusso dei suoi visitatori la tiene in vita. Oggi, la maggioranza delle persone nella città sono turisti, e la maggior parte di chi vi lavora sono pendolari legati al turismo. L’economia di Venezia è già quella di Disneyland e non quella di Bologna o di Los Angeles”. Allora, aggiungeva il figlio purissimo della perfida Albione, tanto vale farlo fruttare questo benedetto giacimento turistico!!
Da qui bisogna dunque partire, anche se il nostro italico carattere tende a negare l’evidenza e preferisce ostinarsi nel ripetere che nulla è irreparabile e che basta solo un mite ed equilibrato buon governo della città.
Quella veneziana è invece – bisogna innanzitutto ammetterlo - una vera e propria monocultura economica: solo l’indotto occupazionale turistico conta; solo gli interessi di albergatori, ristoratori, gondolieri, tassisti, commercianti, venditori ambulanti pesano.
E pesano non solo economicamente ma anche politicamente. Soldi e voti; licenze e consenso; queste sono le pesanti dinamiche cittadine. Il resto, purtroppo, è marginale; buono magari per pochi ed estemporanei esercizi di retorica populista, ma nulla di più.
Da questa constatazione occorre partire.
E bisogna aggiungere che il cammino del cambiamento è davvero impervio: non si tratta di imboccare un tranquillo sentiero di montagna ma di cimentarsi in un autentico sesto grado. Quanti hanno oggi, fra noi, l’audacia e il coraggio di intraprenderlo?
La monocultura turistica ha distrutto e sta distruggendo tutta la biodiversità economica, culturale e sociale della città: ha distrutto l’artigianato e i mestieri tradizionali, ma ha distrutto anche quei luoghi della conoscenza che a partire dagli anni ’60 avevano fatto di Venezia un laboratorio di pensiero e di cultura in Italia e all’estero.
Oggi il sistema universitario veneziano è ridotto in molti casi a un grosso liceo di provincia; e dalla provincia e dal territorio regionale provengono buona parte degli studenti e dei ricercatori. Poche le eccezioni (la Venice International University, Thetis e poco altro) e, come tutte le eccezioni, fatte apposta per confermare la regola.
Mentre a Londra, a Bangalore o a Pechino, ma anche a Torino, Milano e Pisa si investe nell’apertura internazionale delle Università e delle città che ospitano laboratori e centri di ricerca, qui apriamo a McDonald's e MSC (e altre allegre navi da crociera).
Eppure proprio questa città - sopravvissuta alle industrie di Marghera e al sacco urbanistico che ha segnato in profondità molte città italiane - avrebbe oggi i numeri, tutti i numeri, per diventare un grande centro di produzione immateriale.
Una Venezia post-moderna e autentica, efficiente e umana, hi-tech e tradizionale.
Il sistema universitario potrebbe essere l’ossatura su cui costruire e immaginare un nuovo ritmo urbano, nuove qualità sociali, nuovi luoghi del vivere.
Ma per farlo, occorre volontà politica e occorrono risorse. C’è bisogno di servizi pubblici e privati adeguati – trasporti in primis ; occorre una politica della casa degna di questo nome.
In definitiva, si tratterebbe di sviluppare una rete infrastrutturale materiale e immateriale in grado di rendere appetibile per ricercatori e artisti, studenti e tecnici, stare qui invece che a Londra o Berlino.
Ci sarebbe tanto da fare, tanto da costruire.
Ma per farlo bisogna ridurre, ridimensionare drasticamente la monocultura turistica. Altrimenti nessuna altra iniziativa potrà attecchire.
Si tratterebbe di mettere in cantiere una vera e propria riconversione produttiva: librerie al posto di pizzerie al taglio; cinema e teatri al posto di alberghi e “vivaldate”; supermercati e negozi normali al posto di ristoranti e bar; lavanderie, centri di informatica ed elettronica invece di negozi di maschere e ciarpame.
Si tratterebbe anche di smetterla di considerare il destino del centro storico veneziano come qualcosa di separato da quello della Terraferma, di Mestre, Marghera, di un hinterland sempre più (malamente) integrato di un milione di abitanti.
E poi ci vuole un’altra immagine della città nel mondo. E’ da criminali continuare a spendere soldi pubblici in attività di promozione (a che cosa serve l’Azienda di promozione turistica?) quando si tratta semmai di arginare lo tsunami turistico che arriverà su Venezia (da Cina e India in particolare) nei prossimi anni.
Venezia ha bisogno di scelte politiche. Non basta lasciar fare al mercato, perché contro questo monopolio il mercato da solo non può e non vuole immaginare nulla di diverso.
Questo, lo sappiamo, significa intaccare rendite di posizione e interessi forti, fortissimi.
Abbiamo il coraggio di farlo? Abbiamo, a mo’ d’esempio, la forza di non dare più licenze per chioschi e baracchini che infestano la città e rendono impraticabile lo spazio pubblico per qualsiasi altra attività?
Molti hanno già detto di no, che quel coraggio non ce l’hanno, perché, dicono, bisogna essere “realisti”, perché così va il mondo....
Noi pensiamo che occorra visione. Non visionari, ma politici lungimiranti e lucidi, coraggiosi e determinati. Di questo abbiamo bisogno. Altrimenti, destinati come siamo a vivere tra Mickey Mouse e Donald Duck, non ci resta che piangere. O andarcene.
Venezia, 19 novembre 2007
FONDAMENTE
Gruppo di cultura politica
Ve lo ricordate John Kay, docente della London School of Economics? Fu lui che, con una buona dose di cinismo e un’onestà intellettuale tutta anglosassone, esordì dicendo: “Venezia è già un parco tematico. Come centro di affari, politico ed economico, è morta centinaia di anni fa e solo il flusso dei suoi visitatori la tiene in vita. Oggi, la maggioranza delle persone nella città sono turisti, e la maggior parte di chi vi lavora sono pendolari legati al turismo. L’economia di Venezia è già quella di Disneyland e non quella di Bologna o di Los Angeles”. Allora, aggiungeva il figlio purissimo della perfida Albione, tanto vale farlo fruttare questo benedetto giacimento turistico!!
Da qui bisogna dunque partire, anche se il nostro italico carattere tende a negare l’evidenza e preferisce ostinarsi nel ripetere che nulla è irreparabile e che basta solo un mite ed equilibrato buon governo della città.
Quella veneziana è invece – bisogna innanzitutto ammetterlo - una vera e propria monocultura economica: solo l’indotto occupazionale turistico conta; solo gli interessi di albergatori, ristoratori, gondolieri, tassisti, commercianti, venditori ambulanti pesano.
E pesano non solo economicamente ma anche politicamente. Soldi e voti; licenze e consenso; queste sono le pesanti dinamiche cittadine. Il resto, purtroppo, è marginale; buono magari per pochi ed estemporanei esercizi di retorica populista, ma nulla di più.
Da questa constatazione occorre partire.
E bisogna aggiungere che il cammino del cambiamento è davvero impervio: non si tratta di imboccare un tranquillo sentiero di montagna ma di cimentarsi in un autentico sesto grado. Quanti hanno oggi, fra noi, l’audacia e il coraggio di intraprenderlo?
La monocultura turistica ha distrutto e sta distruggendo tutta la biodiversità economica, culturale e sociale della città: ha distrutto l’artigianato e i mestieri tradizionali, ma ha distrutto anche quei luoghi della conoscenza che a partire dagli anni ’60 avevano fatto di Venezia un laboratorio di pensiero e di cultura in Italia e all’estero.
Oggi il sistema universitario veneziano è ridotto in molti casi a un grosso liceo di provincia; e dalla provincia e dal territorio regionale provengono buona parte degli studenti e dei ricercatori. Poche le eccezioni (la Venice International University, Thetis e poco altro) e, come tutte le eccezioni, fatte apposta per confermare la regola.
Mentre a Londra, a Bangalore o a Pechino, ma anche a Torino, Milano e Pisa si investe nell’apertura internazionale delle Università e delle città che ospitano laboratori e centri di ricerca, qui apriamo a McDonald's e MSC (e altre allegre navi da crociera).
Eppure proprio questa città - sopravvissuta alle industrie di Marghera e al sacco urbanistico che ha segnato in profondità molte città italiane - avrebbe oggi i numeri, tutti i numeri, per diventare un grande centro di produzione immateriale.
Una Venezia post-moderna e autentica, efficiente e umana, hi-tech e tradizionale.
Il sistema universitario potrebbe essere l’ossatura su cui costruire e immaginare un nuovo ritmo urbano, nuove qualità sociali, nuovi luoghi del vivere.
Ma per farlo, occorre volontà politica e occorrono risorse. C’è bisogno di servizi pubblici e privati adeguati – trasporti in primis ; occorre una politica della casa degna di questo nome.
In definitiva, si tratterebbe di sviluppare una rete infrastrutturale materiale e immateriale in grado di rendere appetibile per ricercatori e artisti, studenti e tecnici, stare qui invece che a Londra o Berlino.
Ci sarebbe tanto da fare, tanto da costruire.
Ma per farlo bisogna ridurre, ridimensionare drasticamente la monocultura turistica. Altrimenti nessuna altra iniziativa potrà attecchire.
Si tratterebbe di mettere in cantiere una vera e propria riconversione produttiva: librerie al posto di pizzerie al taglio; cinema e teatri al posto di alberghi e “vivaldate”; supermercati e negozi normali al posto di ristoranti e bar; lavanderie, centri di informatica ed elettronica invece di negozi di maschere e ciarpame.
Si tratterebbe anche di smetterla di considerare il destino del centro storico veneziano come qualcosa di separato da quello della Terraferma, di Mestre, Marghera, di un hinterland sempre più (malamente) integrato di un milione di abitanti.
E poi ci vuole un’altra immagine della città nel mondo. E’ da criminali continuare a spendere soldi pubblici in attività di promozione (a che cosa serve l’Azienda di promozione turistica?) quando si tratta semmai di arginare lo tsunami turistico che arriverà su Venezia (da Cina e India in particolare) nei prossimi anni.
Venezia ha bisogno di scelte politiche. Non basta lasciar fare al mercato, perché contro questo monopolio il mercato da solo non può e non vuole immaginare nulla di diverso.
Questo, lo sappiamo, significa intaccare rendite di posizione e interessi forti, fortissimi.
Abbiamo il coraggio di farlo? Abbiamo, a mo’ d’esempio, la forza di non dare più licenze per chioschi e baracchini che infestano la città e rendono impraticabile lo spazio pubblico per qualsiasi altra attività?
Molti hanno già detto di no, che quel coraggio non ce l’hanno, perché, dicono, bisogna essere “realisti”, perché così va il mondo....
Noi pensiamo che occorra visione. Non visionari, ma politici lungimiranti e lucidi, coraggiosi e determinati. Di questo abbiamo bisogno. Altrimenti, destinati come siamo a vivere tra Mickey Mouse e Donald Duck, non ci resta che piangere. O andarcene.
Venezia, 19 novembre 2007
FONDAMENTE
Gruppo di cultura politica
lunedì 8 ottobre 2007
Prendere posizione
Cari tutti,
Vorrei tentare in poche righe un ragionamento a voce alta su quanto accade nel nostro Paese.
Il nostro incontro del 29 settembre doveva essere l'occasione e il "luogo" per un'analisi aperta e collegiale; doveva essere il tentativo come gruppo di cultura politica di dire la nostra. Non lo è stato e me ne dispiace.
Provo ora, a mio modo, a rilanciare la precedente sollecitazione di Fernando.
Il 20 ottobre a Roma la Sinistra sarà chiamata ad aderire o a non aderire a un appello che punta il dito su sette grandi questioni: la precarietà del lavoro; la questione delle diseguaglianze sociali; la difesa dei diritti civili e della laicità dello Stato; il valore della cittadinanza (in particolare per i migranti); la lotta per la pace; la difesa e valorizzazione dell'ambiente; l'affermazione di una cultura della legalità.
Fare politica vuol dire, a mio modo di intendere, prendere posizione: manifestare un assenso o un dissenso; e, ancora, indicare le assenze, le insufficienze, le distorsioni.
Fare politica vuol dire rendere esplicita la propria collocazione e il proprio punto di vista; vuol dire vivere i conflitti che, su queste o su altre questioni, dentro la società, si aprono e si apriranno.
E' per questo che, con molta approssimazione e semplificazione, provo a dire la mia.
Comincio con la più dolorosa questione del lavoro e della precarietà.
Il mondo del lavoro è un mondo in grande difficoltà, pieno di sofferenze piccole e grandi: su questo non vi è dubbio. L'esistenza di milioni di lavoratori italiani è messa in questione dai processi di globalizzazione che facendo saltare i confini nazionali e le protezioni economiche e fiscali nazionali aprono a una tremenda competizione internazionale. Questa produce due effetti principali: bassi salari e precarietà (chiamata da altri flessibilità). Concordo quindi sull'analisi. Mi permetto però di osservare:
1) la difesa dei nostri lavoratori rimane comunque una difesa dello status quo - e non la costruzione di una realtà migliore e più giusta che veda coinvolti oltre ai lavoratori italiani anche quelli cinesi, indiani, brasiliani, etc.. Le difese spesso - senza un progetto che rilanci - sono destinate, nella migliore delle ipotesi, ad arretrare; nella peggiore, a franare miseramente.
2) la condizione di difesa non è la stessa per tutti: chi sta in una fabbrica tessile o meccanica è di gran lunga più esposto di chi lavora nel pubblico impiego o in alcuni servizi protetti. Questa condizione diseguale produce vantaggi e svantaggi: chi è sulla frontiera della globalizzazione è destinato a soccombere al ricatto "o così o me ne vado a produrre altrove"; chi sta nel comparto "chiuso" della nostra economia nazionale può continuare invece a difendere i propri diritti di lavoratore.
3) I diritti o sono di tutti o non sono. Altrimenti sono solo privilegi - più o meno comprensibili.
4) Ma la questione più radicale e decisiva ha a che fare con la centralità della condizione del produttore nella nostra società: è chiaro che, nell'attuale divisione internazionale del lavoro, noi Nord siamo destinati a contare sempre più come consumatori e sempre meno come produttori.
La nuova centralità del lavoro sembra essere stata anch'essa delocalizzata in Cina, in India o altrove.
Posso continuare a resistere. Ma non basta. Occorre avere un progetto di società e di vita.
E qui vengo a un'altra delle questioni della piattaforma del 20 ottobre: la cittadinanza.
Il concetto e il valore di cittadinanza non può e non deve essere solo un valore giuridico-formale. Occorre costruire (o ri-costruire) una cittadinanza sociale, economica, culturale.
Lì dentro ci stiamo tutti: migranti e residenti; cittadini nuovi e vecchi.
Forse la nostra precaria condizione di produttori o di consumatori dovrebbe lasciare il posto alla nostra instabile condizione di cittadini. Su questo dobbiamo concentrare l'attenzione e l'agire politico. Su questo dobbiamo ricostruire la centralità del Politico.
La nostra condizione cittadina sussiste prima e dopo il nostro essere produttori o consumatori (oltre quindi lo strapotere dell'economico nelle nostre vite). Basta pensare a quanto sia difficile riconoscere davvero la condizione dei giovani e degli anziani: condizioni di vita ridotte all'interno dell'attuale apparato sociale a "funzioni non produttive" e come tali problematiche. Schemi inumani e, per di più rigidi e studipi: il pensionato per definizione non è più "attivo" (cioè smette di produrre valore per la propria collettività); il giovane è per antonomasia "un problema", sia nella fase formativa che nella fase di inserimento lavorativo.
E' un cambiamento logico di portata storica che ci obbligherebbe a rivedere radicalmente i nostri diritti e anche le nostre battaglie.
Una di queste, fondamentali, sarebbe il diritto a un reddito minimo di cittadinanza.
Proviamo a pensare come cambierebbero immediatamente le cose: si aprirebbe uno scenario radicalmente diverso rispetto all'attuale condizione di precarietà e alle fragilità del nostro diritto ad avere condizioni dignitose di vita (abitare, nutrirsi, vestirsi).
A partire da questa sicurezza, da questo nuovo welfare, qualsiasi precarietà lavorativa potrebbe essere affrontata dotando ognuno di noi di un inedito grado di libertà (ad esempio, il diritto a licenziarsi da un lavoro poco gratificante, mal remunerato, inadatto alle proprie capacità e aspirazioni).
Questa nuova centralità della cittadinanza ridurrebbe anche lo stesso strapotere del soggetto consumatore: il nostro diritto a esistere non potrebbe più essere delegato alla nostra capacità di consumare (il diabolico meccanismo per cui contiamo per quanto consumiamo).
Lavoro, diseguaglianze sociali e cittadinanza diventano qui una sola questione.
Qualcuno ha sostenuto in questi mesi che essere davvero liberisti vuol dire essere di sinistra.
Raccolgo la sfida: libertà di assumere e di licenziare, ma a patto che si assicuri a tutti un reddito minimo di cittadinanza (800 euro).
Ma subito lo stesso diligente economista/liberista risponderebbe: ma questo non è possibile!!! Occorre rispettare i fondamentali dell'economia!! La nostra società non si può permettere questo lusso!
Io credo che questo "lusso" ce lo dobbiamo e possiamo permettere. Basta decidere di attaccare seriamente la rendita e i patrimoni feudali di questo Paese; basta decidere di introdurre, per finanziare in parte il reddito minimo di cittadinanza, un'imposta patrimoniale.
Uno spettro si aggira per la casa della Sinistra: lo spettro della Patrimoniale!! Aveva fatto una fugace apparizione agli inizi degli anni '90 per scomparire definitivamente poco dopo.Chi l'ha vista?
Sulle altre questioni.
Laicità e Legalità sono due battaglie di civiltà. Vanno condotte con determinazione sapendo che non si cambia un Paese in pochi anni. Ma, prima o poi, bisognerà pur cominciare.
Non lo farà certo il Partito Democratico che vuol comporre l'incomponibile; né lo faranno i giustizialisti di turno, né i "giovani politici" d'assalto ( di cui purtroppo è pieno anche il Governo Prodi).
Ambiente e Pace sono questioni globali, planetarie: come tali vanno affrontate rendendo la battaglia politica su questi temi sovranazionale. Nessuna nuova Politica è possibile se continuiamo a ragionare dentro i nostri angusti confini, per ottusità o per comodo.
Con queste idee in testa andrò alla Manifestazione del 20 ottobre.
So che avrò accanto molti che non condivideranno questa impostazione: alcuni per paura, altri per difesa della loro condizione particolare (di sindacalisti, di dipendenti pubblici, di lavoratori interinali, etc..).
Ma occorrerà prima o poi guardarsi negli occhi e dirci che senza un linguaggio comune, senza una disponibilità a ripensare radicalmente la Politica e la nostra società, senza un terreno di intesa su poche (forse solo una) questioni comuni, qui non andiamo da nessuna parte.
Anzi peggio, saremo, parafrasando un "intelo" francese, i nuovi naufraghi del Pianeta.
Attendo vostri commenti.
State bene.
Giampietro Pizzo
Vorrei tentare in poche righe un ragionamento a voce alta su quanto accade nel nostro Paese.
Il nostro incontro del 29 settembre doveva essere l'occasione e il "luogo" per un'analisi aperta e collegiale; doveva essere il tentativo come gruppo di cultura politica di dire la nostra. Non lo è stato e me ne dispiace.
Provo ora, a mio modo, a rilanciare la precedente sollecitazione di Fernando.
Il 20 ottobre a Roma la Sinistra sarà chiamata ad aderire o a non aderire a un appello che punta il dito su sette grandi questioni: la precarietà del lavoro; la questione delle diseguaglianze sociali; la difesa dei diritti civili e della laicità dello Stato; il valore della cittadinanza (in particolare per i migranti); la lotta per la pace; la difesa e valorizzazione dell'ambiente; l'affermazione di una cultura della legalità.
Fare politica vuol dire, a mio modo di intendere, prendere posizione: manifestare un assenso o un dissenso; e, ancora, indicare le assenze, le insufficienze, le distorsioni.
Fare politica vuol dire rendere esplicita la propria collocazione e il proprio punto di vista; vuol dire vivere i conflitti che, su queste o su altre questioni, dentro la società, si aprono e si apriranno.
E' per questo che, con molta approssimazione e semplificazione, provo a dire la mia.
Comincio con la più dolorosa questione del lavoro e della precarietà.
Il mondo del lavoro è un mondo in grande difficoltà, pieno di sofferenze piccole e grandi: su questo non vi è dubbio. L'esistenza di milioni di lavoratori italiani è messa in questione dai processi di globalizzazione che facendo saltare i confini nazionali e le protezioni economiche e fiscali nazionali aprono a una tremenda competizione internazionale. Questa produce due effetti principali: bassi salari e precarietà (chiamata da altri flessibilità). Concordo quindi sull'analisi. Mi permetto però di osservare:
1) la difesa dei nostri lavoratori rimane comunque una difesa dello status quo - e non la costruzione di una realtà migliore e più giusta che veda coinvolti oltre ai lavoratori italiani anche quelli cinesi, indiani, brasiliani, etc.. Le difese spesso - senza un progetto che rilanci - sono destinate, nella migliore delle ipotesi, ad arretrare; nella peggiore, a franare miseramente.
2) la condizione di difesa non è la stessa per tutti: chi sta in una fabbrica tessile o meccanica è di gran lunga più esposto di chi lavora nel pubblico impiego o in alcuni servizi protetti. Questa condizione diseguale produce vantaggi e svantaggi: chi è sulla frontiera della globalizzazione è destinato a soccombere al ricatto "o così o me ne vado a produrre altrove"; chi sta nel comparto "chiuso" della nostra economia nazionale può continuare invece a difendere i propri diritti di lavoratore.
3) I diritti o sono di tutti o non sono. Altrimenti sono solo privilegi - più o meno comprensibili.
4) Ma la questione più radicale e decisiva ha a che fare con la centralità della condizione del produttore nella nostra società: è chiaro che, nell'attuale divisione internazionale del lavoro, noi Nord siamo destinati a contare sempre più come consumatori e sempre meno come produttori.
La nuova centralità del lavoro sembra essere stata anch'essa delocalizzata in Cina, in India o altrove.
Posso continuare a resistere. Ma non basta. Occorre avere un progetto di società e di vita.
E qui vengo a un'altra delle questioni della piattaforma del 20 ottobre: la cittadinanza.
Il concetto e il valore di cittadinanza non può e non deve essere solo un valore giuridico-formale. Occorre costruire (o ri-costruire) una cittadinanza sociale, economica, culturale.
Lì dentro ci stiamo tutti: migranti e residenti; cittadini nuovi e vecchi.
Forse la nostra precaria condizione di produttori o di consumatori dovrebbe lasciare il posto alla nostra instabile condizione di cittadini. Su questo dobbiamo concentrare l'attenzione e l'agire politico. Su questo dobbiamo ricostruire la centralità del Politico.
La nostra condizione cittadina sussiste prima e dopo il nostro essere produttori o consumatori (oltre quindi lo strapotere dell'economico nelle nostre vite). Basta pensare a quanto sia difficile riconoscere davvero la condizione dei giovani e degli anziani: condizioni di vita ridotte all'interno dell'attuale apparato sociale a "funzioni non produttive" e come tali problematiche. Schemi inumani e, per di più rigidi e studipi: il pensionato per definizione non è più "attivo" (cioè smette di produrre valore per la propria collettività); il giovane è per antonomasia "un problema", sia nella fase formativa che nella fase di inserimento lavorativo.
E' un cambiamento logico di portata storica che ci obbligherebbe a rivedere radicalmente i nostri diritti e anche le nostre battaglie.
Una di queste, fondamentali, sarebbe il diritto a un reddito minimo di cittadinanza.
Proviamo a pensare come cambierebbero immediatamente le cose: si aprirebbe uno scenario radicalmente diverso rispetto all'attuale condizione di precarietà e alle fragilità del nostro diritto ad avere condizioni dignitose di vita (abitare, nutrirsi, vestirsi).
A partire da questa sicurezza, da questo nuovo welfare, qualsiasi precarietà lavorativa potrebbe essere affrontata dotando ognuno di noi di un inedito grado di libertà (ad esempio, il diritto a licenziarsi da un lavoro poco gratificante, mal remunerato, inadatto alle proprie capacità e aspirazioni).
Questa nuova centralità della cittadinanza ridurrebbe anche lo stesso strapotere del soggetto consumatore: il nostro diritto a esistere non potrebbe più essere delegato alla nostra capacità di consumare (il diabolico meccanismo per cui contiamo per quanto consumiamo).
Lavoro, diseguaglianze sociali e cittadinanza diventano qui una sola questione.
Qualcuno ha sostenuto in questi mesi che essere davvero liberisti vuol dire essere di sinistra.
Raccolgo la sfida: libertà di assumere e di licenziare, ma a patto che si assicuri a tutti un reddito minimo di cittadinanza (800 euro).
Ma subito lo stesso diligente economista/liberista risponderebbe: ma questo non è possibile!!! Occorre rispettare i fondamentali dell'economia!! La nostra società non si può permettere questo lusso!
Io credo che questo "lusso" ce lo dobbiamo e possiamo permettere. Basta decidere di attaccare seriamente la rendita e i patrimoni feudali di questo Paese; basta decidere di introdurre, per finanziare in parte il reddito minimo di cittadinanza, un'imposta patrimoniale.
Uno spettro si aggira per la casa della Sinistra: lo spettro della Patrimoniale!! Aveva fatto una fugace apparizione agli inizi degli anni '90 per scomparire definitivamente poco dopo.Chi l'ha vista?
Sulle altre questioni.
Laicità e Legalità sono due battaglie di civiltà. Vanno condotte con determinazione sapendo che non si cambia un Paese in pochi anni. Ma, prima o poi, bisognerà pur cominciare.
Non lo farà certo il Partito Democratico che vuol comporre l'incomponibile; né lo faranno i giustizialisti di turno, né i "giovani politici" d'assalto ( di cui purtroppo è pieno anche il Governo Prodi).
Ambiente e Pace sono questioni globali, planetarie: come tali vanno affrontate rendendo la battaglia politica su questi temi sovranazionale. Nessuna nuova Politica è possibile se continuiamo a ragionare dentro i nostri angusti confini, per ottusità o per comodo.
Con queste idee in testa andrò alla Manifestazione del 20 ottobre.
So che avrò accanto molti che non condivideranno questa impostazione: alcuni per paura, altri per difesa della loro condizione particolare (di sindacalisti, di dipendenti pubblici, di lavoratori interinali, etc..).
Ma occorrerà prima o poi guardarsi negli occhi e dirci che senza un linguaggio comune, senza una disponibilità a ripensare radicalmente la Politica e la nostra società, senza un terreno di intesa su poche (forse solo una) questioni comuni, qui non andiamo da nessuna parte.
Anzi peggio, saremo, parafrasando un "intelo" francese, i nuovi naufraghi del Pianeta.
Attendo vostri commenti.
State bene.
Giampietro Pizzo
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