Or la vita degl’italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente. Ma lasciando questo e restringendoci alla sola mancanza di società, certo è che uno de’ grandissimi e principali mezzi che restano oggi agli uomini per non avvedersi affatto della nullità delle cose loro, o per non sentirla, benché conoscendola, per non essere nella pratica persuasi della total frivolezza delle loro occupazioni qualunque e della totale indegnità della vita ad esser con fatiche e con sollecitudini coltivata, studiata ed esercitata, uno, dico, de’ principali mezzi e forse il principale assolutamente, è la società. (...)
Come la disperazione, così né più né meno il disprezzo e l’intimo sentimento della vanità della vita sono i maggiori nemici del bene operare, e autori del male e della immoralità. Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri, e della morale. (...)
La raillerie il persifflage, cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca. (...)
Così che le conversazioni d’Italia sono un ginnasio dove colle offensioni delle parole e dei modi s’impara per una parte e si riceve stimolo dall’altra a far male a’ suoi simili co’ fatti. Nel che è riposto l’esizio e l’infelicità sociale e nazionale. E questa è la somma della pravità e corruzion de’ costumi. Ed anche all’amore e spirito nazionale è visibile quanto debbano nuocere tali modi di conversare per cui trattiamo e ci avvezziamo a trattare e considerar gli altri sì diversamente che come fratelli, ed acquistiamo o intratteniamo ed alimentiamo uno spirito ostile verso i più prossimi. (...)
... lo spirito pubblico in Italia è tale, che, salvo il prescritto dalle leggi e ordinanze de’ principi, lascia a ciascuno quasi intera libertà di condursi in tutto il resto come gli aggrada, senza che il pubblico se ne impacci, o impacciandosene sia molto atteso, né se n’impacci mai in modo da dar molta briga e da far molto considerare il suo piacere o dispiacere, approvazione o disapprovazione.
da Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani
mercoledì 12 dicembre 2007
martedì 11 dicembre 2007
messaggio da 176-176

Ciao, è la prima volta che visito il blog, come ho detto ad una delle vostre componenti qualche giorno fa, mi sembra rischioso dare la possibilità a tutti di modificare la struttura del blog (un pazzo o un inesperto potrebbero cancellare tranquillamente tutti i post), è meglio tenere un solo amministratore che invita gli utenti.
Finisco con la tecnica e passo alla politica.
Stanno nascendo a Venezia molti gruppi di "democrazia dal basso", credo sia il caso di fare una panoramica dell'esistente, se qualcuno ha ulteriori informazioni sarebbe utile inserle nel blog.
I gruppi che conosco io sono questi:
gruppo dei quarantenni (si sono trovati già due volte all'Ateneo Veneto, credo che l'idea l'abbia lanciata Shaul Bassi, gli incontri vengono moderati dal direttore del Gazzettino, per partecipare alle riunioni bisogna inviare prima un breve curriculum!!!)
gruppo che ruota intorno all'Associazione Kairos di Alberta Toninato (non ho ancora partecipato a questo gruppo ma la mission dovrebbe essere quello di trovare una strategia comune delle associazioni culturali per relazionarsi all'Amministrazione).
terzo ed ultimo gruppo si riferisce ad una mail che ho ricevuto ieri da un'amica e oggetto degli incontri è il co-housing (credo vogliano lanciare un progetto di co-housing a Venezia cercando di sensibilizzare l'Amministrazione).
Per ora è tutto, saluti
176-176
mercoledì 21 novembre 2007
Mickey Mouse è già tra noi
Mickey Mouse è già tra noi, ma tutti, dall’Amministrazione comunale in giù, facciamo finta di non saperlo. Di che cosa parliamo? Non di semplici e innocui fumetti purtroppo, ma del fatto che la trasformazione del centro storico di Venezia in una vera e propria Disneyland sta già avvenendo.
Ve lo ricordate John Kay, docente della London School of Economics? Fu lui che, con una buona dose di cinismo e un’onestà intellettuale tutta anglosassone, esordì dicendo: “Venezia è già un parco tematico. Come centro di affari, politico ed economico, è morta centinaia di anni fa e solo il flusso dei suoi visitatori la tiene in vita. Oggi, la maggioranza delle persone nella città sono turisti, e la maggior parte di chi vi lavora sono pendolari legati al turismo. L’economia di Venezia è già quella di Disneyland e non quella di Bologna o di Los Angeles”. Allora, aggiungeva il figlio purissimo della perfida Albione, tanto vale farlo fruttare questo benedetto giacimento turistico!!
Da qui bisogna dunque partire, anche se il nostro italico carattere tende a negare l’evidenza e preferisce ostinarsi nel ripetere che nulla è irreparabile e che basta solo un mite ed equilibrato buon governo della città.
Quella veneziana è invece – bisogna innanzitutto ammetterlo - una vera e propria monocultura economica: solo l’indotto occupazionale turistico conta; solo gli interessi di albergatori, ristoratori, gondolieri, tassisti, commercianti, venditori ambulanti pesano.
E pesano non solo economicamente ma anche politicamente. Soldi e voti; licenze e consenso; queste sono le pesanti dinamiche cittadine. Il resto, purtroppo, è marginale; buono magari per pochi ed estemporanei esercizi di retorica populista, ma nulla di più.
Da questa constatazione occorre partire.
E bisogna aggiungere che il cammino del cambiamento è davvero impervio: non si tratta di imboccare un tranquillo sentiero di montagna ma di cimentarsi in un autentico sesto grado. Quanti hanno oggi, fra noi, l’audacia e il coraggio di intraprenderlo?
La monocultura turistica ha distrutto e sta distruggendo tutta la biodiversità economica, culturale e sociale della città: ha distrutto l’artigianato e i mestieri tradizionali, ma ha distrutto anche quei luoghi della conoscenza che a partire dagli anni ’60 avevano fatto di Venezia un laboratorio di pensiero e di cultura in Italia e all’estero.
Oggi il sistema universitario veneziano è ridotto in molti casi a un grosso liceo di provincia; e dalla provincia e dal territorio regionale provengono buona parte degli studenti e dei ricercatori. Poche le eccezioni (la Venice International University, Thetis e poco altro) e, come tutte le eccezioni, fatte apposta per confermare la regola.
Mentre a Londra, a Bangalore o a Pechino, ma anche a Torino, Milano e Pisa si investe nell’apertura internazionale delle Università e delle città che ospitano laboratori e centri di ricerca, qui apriamo a McDonald's e MSC (e altre allegre navi da crociera).
Eppure proprio questa città - sopravvissuta alle industrie di Marghera e al sacco urbanistico che ha segnato in profondità molte città italiane - avrebbe oggi i numeri, tutti i numeri, per diventare un grande centro di produzione immateriale.
Una Venezia post-moderna e autentica, efficiente e umana, hi-tech e tradizionale.
Il sistema universitario potrebbe essere l’ossatura su cui costruire e immaginare un nuovo ritmo urbano, nuove qualità sociali, nuovi luoghi del vivere.
Ma per farlo, occorre volontà politica e occorrono risorse. C’è bisogno di servizi pubblici e privati adeguati – trasporti in primis ; occorre una politica della casa degna di questo nome.
In definitiva, si tratterebbe di sviluppare una rete infrastrutturale materiale e immateriale in grado di rendere appetibile per ricercatori e artisti, studenti e tecnici, stare qui invece che a Londra o Berlino.
Ci sarebbe tanto da fare, tanto da costruire.
Ma per farlo bisogna ridurre, ridimensionare drasticamente la monocultura turistica. Altrimenti nessuna altra iniziativa potrà attecchire.
Si tratterebbe di mettere in cantiere una vera e propria riconversione produttiva: librerie al posto di pizzerie al taglio; cinema e teatri al posto di alberghi e “vivaldate”; supermercati e negozi normali al posto di ristoranti e bar; lavanderie, centri di informatica ed elettronica invece di negozi di maschere e ciarpame.
Si tratterebbe anche di smetterla di considerare il destino del centro storico veneziano come qualcosa di separato da quello della Terraferma, di Mestre, Marghera, di un hinterland sempre più (malamente) integrato di un milione di abitanti.
E poi ci vuole un’altra immagine della città nel mondo. E’ da criminali continuare a spendere soldi pubblici in attività di promozione (a che cosa serve l’Azienda di promozione turistica?) quando si tratta semmai di arginare lo tsunami turistico che arriverà su Venezia (da Cina e India in particolare) nei prossimi anni.
Venezia ha bisogno di scelte politiche. Non basta lasciar fare al mercato, perché contro questo monopolio il mercato da solo non può e non vuole immaginare nulla di diverso.
Questo, lo sappiamo, significa intaccare rendite di posizione e interessi forti, fortissimi.
Abbiamo il coraggio di farlo? Abbiamo, a mo’ d’esempio, la forza di non dare più licenze per chioschi e baracchini che infestano la città e rendono impraticabile lo spazio pubblico per qualsiasi altra attività?
Molti hanno già detto di no, che quel coraggio non ce l’hanno, perché, dicono, bisogna essere “realisti”, perché così va il mondo....
Noi pensiamo che occorra visione. Non visionari, ma politici lungimiranti e lucidi, coraggiosi e determinati. Di questo abbiamo bisogno. Altrimenti, destinati come siamo a vivere tra Mickey Mouse e Donald Duck, non ci resta che piangere. O andarcene.
Venezia, 19 novembre 2007
FONDAMENTE
Gruppo di cultura politica
Ve lo ricordate John Kay, docente della London School of Economics? Fu lui che, con una buona dose di cinismo e un’onestà intellettuale tutta anglosassone, esordì dicendo: “Venezia è già un parco tematico. Come centro di affari, politico ed economico, è morta centinaia di anni fa e solo il flusso dei suoi visitatori la tiene in vita. Oggi, la maggioranza delle persone nella città sono turisti, e la maggior parte di chi vi lavora sono pendolari legati al turismo. L’economia di Venezia è già quella di Disneyland e non quella di Bologna o di Los Angeles”. Allora, aggiungeva il figlio purissimo della perfida Albione, tanto vale farlo fruttare questo benedetto giacimento turistico!!
Da qui bisogna dunque partire, anche se il nostro italico carattere tende a negare l’evidenza e preferisce ostinarsi nel ripetere che nulla è irreparabile e che basta solo un mite ed equilibrato buon governo della città.
Quella veneziana è invece – bisogna innanzitutto ammetterlo - una vera e propria monocultura economica: solo l’indotto occupazionale turistico conta; solo gli interessi di albergatori, ristoratori, gondolieri, tassisti, commercianti, venditori ambulanti pesano.
E pesano non solo economicamente ma anche politicamente. Soldi e voti; licenze e consenso; queste sono le pesanti dinamiche cittadine. Il resto, purtroppo, è marginale; buono magari per pochi ed estemporanei esercizi di retorica populista, ma nulla di più.
Da questa constatazione occorre partire.
E bisogna aggiungere che il cammino del cambiamento è davvero impervio: non si tratta di imboccare un tranquillo sentiero di montagna ma di cimentarsi in un autentico sesto grado. Quanti hanno oggi, fra noi, l’audacia e il coraggio di intraprenderlo?
La monocultura turistica ha distrutto e sta distruggendo tutta la biodiversità economica, culturale e sociale della città: ha distrutto l’artigianato e i mestieri tradizionali, ma ha distrutto anche quei luoghi della conoscenza che a partire dagli anni ’60 avevano fatto di Venezia un laboratorio di pensiero e di cultura in Italia e all’estero.
Oggi il sistema universitario veneziano è ridotto in molti casi a un grosso liceo di provincia; e dalla provincia e dal territorio regionale provengono buona parte degli studenti e dei ricercatori. Poche le eccezioni (la Venice International University, Thetis e poco altro) e, come tutte le eccezioni, fatte apposta per confermare la regola.
Mentre a Londra, a Bangalore o a Pechino, ma anche a Torino, Milano e Pisa si investe nell’apertura internazionale delle Università e delle città che ospitano laboratori e centri di ricerca, qui apriamo a McDonald's e MSC (e altre allegre navi da crociera).
Eppure proprio questa città - sopravvissuta alle industrie di Marghera e al sacco urbanistico che ha segnato in profondità molte città italiane - avrebbe oggi i numeri, tutti i numeri, per diventare un grande centro di produzione immateriale.
Una Venezia post-moderna e autentica, efficiente e umana, hi-tech e tradizionale.
Il sistema universitario potrebbe essere l’ossatura su cui costruire e immaginare un nuovo ritmo urbano, nuove qualità sociali, nuovi luoghi del vivere.
Ma per farlo, occorre volontà politica e occorrono risorse. C’è bisogno di servizi pubblici e privati adeguati – trasporti in primis ; occorre una politica della casa degna di questo nome.
In definitiva, si tratterebbe di sviluppare una rete infrastrutturale materiale e immateriale in grado di rendere appetibile per ricercatori e artisti, studenti e tecnici, stare qui invece che a Londra o Berlino.
Ci sarebbe tanto da fare, tanto da costruire.
Ma per farlo bisogna ridurre, ridimensionare drasticamente la monocultura turistica. Altrimenti nessuna altra iniziativa potrà attecchire.
Si tratterebbe di mettere in cantiere una vera e propria riconversione produttiva: librerie al posto di pizzerie al taglio; cinema e teatri al posto di alberghi e “vivaldate”; supermercati e negozi normali al posto di ristoranti e bar; lavanderie, centri di informatica ed elettronica invece di negozi di maschere e ciarpame.
Si tratterebbe anche di smetterla di considerare il destino del centro storico veneziano come qualcosa di separato da quello della Terraferma, di Mestre, Marghera, di un hinterland sempre più (malamente) integrato di un milione di abitanti.
E poi ci vuole un’altra immagine della città nel mondo. E’ da criminali continuare a spendere soldi pubblici in attività di promozione (a che cosa serve l’Azienda di promozione turistica?) quando si tratta semmai di arginare lo tsunami turistico che arriverà su Venezia (da Cina e India in particolare) nei prossimi anni.
Venezia ha bisogno di scelte politiche. Non basta lasciar fare al mercato, perché contro questo monopolio il mercato da solo non può e non vuole immaginare nulla di diverso.
Questo, lo sappiamo, significa intaccare rendite di posizione e interessi forti, fortissimi.
Abbiamo il coraggio di farlo? Abbiamo, a mo’ d’esempio, la forza di non dare più licenze per chioschi e baracchini che infestano la città e rendono impraticabile lo spazio pubblico per qualsiasi altra attività?
Molti hanno già detto di no, che quel coraggio non ce l’hanno, perché, dicono, bisogna essere “realisti”, perché così va il mondo....
Noi pensiamo che occorra visione. Non visionari, ma politici lungimiranti e lucidi, coraggiosi e determinati. Di questo abbiamo bisogno. Altrimenti, destinati come siamo a vivere tra Mickey Mouse e Donald Duck, non ci resta che piangere. O andarcene.
Venezia, 19 novembre 2007
FONDAMENTE
Gruppo di cultura politica
lunedì 8 ottobre 2007
Prendere posizione
Cari tutti,
Vorrei tentare in poche righe un ragionamento a voce alta su quanto accade nel nostro Paese.
Il nostro incontro del 29 settembre doveva essere l'occasione e il "luogo" per un'analisi aperta e collegiale; doveva essere il tentativo come gruppo di cultura politica di dire la nostra. Non lo è stato e me ne dispiace.
Provo ora, a mio modo, a rilanciare la precedente sollecitazione di Fernando.
Il 20 ottobre a Roma la Sinistra sarà chiamata ad aderire o a non aderire a un appello che punta il dito su sette grandi questioni: la precarietà del lavoro; la questione delle diseguaglianze sociali; la difesa dei diritti civili e della laicità dello Stato; il valore della cittadinanza (in particolare per i migranti); la lotta per la pace; la difesa e valorizzazione dell'ambiente; l'affermazione di una cultura della legalità.
Fare politica vuol dire, a mio modo di intendere, prendere posizione: manifestare un assenso o un dissenso; e, ancora, indicare le assenze, le insufficienze, le distorsioni.
Fare politica vuol dire rendere esplicita la propria collocazione e il proprio punto di vista; vuol dire vivere i conflitti che, su queste o su altre questioni, dentro la società, si aprono e si apriranno.
E' per questo che, con molta approssimazione e semplificazione, provo a dire la mia.
Comincio con la più dolorosa questione del lavoro e della precarietà.
Il mondo del lavoro è un mondo in grande difficoltà, pieno di sofferenze piccole e grandi: su questo non vi è dubbio. L'esistenza di milioni di lavoratori italiani è messa in questione dai processi di globalizzazione che facendo saltare i confini nazionali e le protezioni economiche e fiscali nazionali aprono a una tremenda competizione internazionale. Questa produce due effetti principali: bassi salari e precarietà (chiamata da altri flessibilità). Concordo quindi sull'analisi. Mi permetto però di osservare:
1) la difesa dei nostri lavoratori rimane comunque una difesa dello status quo - e non la costruzione di una realtà migliore e più giusta che veda coinvolti oltre ai lavoratori italiani anche quelli cinesi, indiani, brasiliani, etc.. Le difese spesso - senza un progetto che rilanci - sono destinate, nella migliore delle ipotesi, ad arretrare; nella peggiore, a franare miseramente.
2) la condizione di difesa non è la stessa per tutti: chi sta in una fabbrica tessile o meccanica è di gran lunga più esposto di chi lavora nel pubblico impiego o in alcuni servizi protetti. Questa condizione diseguale produce vantaggi e svantaggi: chi è sulla frontiera della globalizzazione è destinato a soccombere al ricatto "o così o me ne vado a produrre altrove"; chi sta nel comparto "chiuso" della nostra economia nazionale può continuare invece a difendere i propri diritti di lavoratore.
3) I diritti o sono di tutti o non sono. Altrimenti sono solo privilegi - più o meno comprensibili.
4) Ma la questione più radicale e decisiva ha a che fare con la centralità della condizione del produttore nella nostra società: è chiaro che, nell'attuale divisione internazionale del lavoro, noi Nord siamo destinati a contare sempre più come consumatori e sempre meno come produttori.
La nuova centralità del lavoro sembra essere stata anch'essa delocalizzata in Cina, in India o altrove.
Posso continuare a resistere. Ma non basta. Occorre avere un progetto di società e di vita.
E qui vengo a un'altra delle questioni della piattaforma del 20 ottobre: la cittadinanza.
Il concetto e il valore di cittadinanza non può e non deve essere solo un valore giuridico-formale. Occorre costruire (o ri-costruire) una cittadinanza sociale, economica, culturale.
Lì dentro ci stiamo tutti: migranti e residenti; cittadini nuovi e vecchi.
Forse la nostra precaria condizione di produttori o di consumatori dovrebbe lasciare il posto alla nostra instabile condizione di cittadini. Su questo dobbiamo concentrare l'attenzione e l'agire politico. Su questo dobbiamo ricostruire la centralità del Politico.
La nostra condizione cittadina sussiste prima e dopo il nostro essere produttori o consumatori (oltre quindi lo strapotere dell'economico nelle nostre vite). Basta pensare a quanto sia difficile riconoscere davvero la condizione dei giovani e degli anziani: condizioni di vita ridotte all'interno dell'attuale apparato sociale a "funzioni non produttive" e come tali problematiche. Schemi inumani e, per di più rigidi e studipi: il pensionato per definizione non è più "attivo" (cioè smette di produrre valore per la propria collettività); il giovane è per antonomasia "un problema", sia nella fase formativa che nella fase di inserimento lavorativo.
E' un cambiamento logico di portata storica che ci obbligherebbe a rivedere radicalmente i nostri diritti e anche le nostre battaglie.
Una di queste, fondamentali, sarebbe il diritto a un reddito minimo di cittadinanza.
Proviamo a pensare come cambierebbero immediatamente le cose: si aprirebbe uno scenario radicalmente diverso rispetto all'attuale condizione di precarietà e alle fragilità del nostro diritto ad avere condizioni dignitose di vita (abitare, nutrirsi, vestirsi).
A partire da questa sicurezza, da questo nuovo welfare, qualsiasi precarietà lavorativa potrebbe essere affrontata dotando ognuno di noi di un inedito grado di libertà (ad esempio, il diritto a licenziarsi da un lavoro poco gratificante, mal remunerato, inadatto alle proprie capacità e aspirazioni).
Questa nuova centralità della cittadinanza ridurrebbe anche lo stesso strapotere del soggetto consumatore: il nostro diritto a esistere non potrebbe più essere delegato alla nostra capacità di consumare (il diabolico meccanismo per cui contiamo per quanto consumiamo).
Lavoro, diseguaglianze sociali e cittadinanza diventano qui una sola questione.
Qualcuno ha sostenuto in questi mesi che essere davvero liberisti vuol dire essere di sinistra.
Raccolgo la sfida: libertà di assumere e di licenziare, ma a patto che si assicuri a tutti un reddito minimo di cittadinanza (800 euro).
Ma subito lo stesso diligente economista/liberista risponderebbe: ma questo non è possibile!!! Occorre rispettare i fondamentali dell'economia!! La nostra società non si può permettere questo lusso!
Io credo che questo "lusso" ce lo dobbiamo e possiamo permettere. Basta decidere di attaccare seriamente la rendita e i patrimoni feudali di questo Paese; basta decidere di introdurre, per finanziare in parte il reddito minimo di cittadinanza, un'imposta patrimoniale.
Uno spettro si aggira per la casa della Sinistra: lo spettro della Patrimoniale!! Aveva fatto una fugace apparizione agli inizi degli anni '90 per scomparire definitivamente poco dopo.Chi l'ha vista?
Sulle altre questioni.
Laicità e Legalità sono due battaglie di civiltà. Vanno condotte con determinazione sapendo che non si cambia un Paese in pochi anni. Ma, prima o poi, bisognerà pur cominciare.
Non lo farà certo il Partito Democratico che vuol comporre l'incomponibile; né lo faranno i giustizialisti di turno, né i "giovani politici" d'assalto ( di cui purtroppo è pieno anche il Governo Prodi).
Ambiente e Pace sono questioni globali, planetarie: come tali vanno affrontate rendendo la battaglia politica su questi temi sovranazionale. Nessuna nuova Politica è possibile se continuiamo a ragionare dentro i nostri angusti confini, per ottusità o per comodo.
Con queste idee in testa andrò alla Manifestazione del 20 ottobre.
So che avrò accanto molti che non condivideranno questa impostazione: alcuni per paura, altri per difesa della loro condizione particolare (di sindacalisti, di dipendenti pubblici, di lavoratori interinali, etc..).
Ma occorrerà prima o poi guardarsi negli occhi e dirci che senza un linguaggio comune, senza una disponibilità a ripensare radicalmente la Politica e la nostra società, senza un terreno di intesa su poche (forse solo una) questioni comuni, qui non andiamo da nessuna parte.
Anzi peggio, saremo, parafrasando un "intelo" francese, i nuovi naufraghi del Pianeta.
Attendo vostri commenti.
State bene.
Giampietro Pizzo
Vorrei tentare in poche righe un ragionamento a voce alta su quanto accade nel nostro Paese.
Il nostro incontro del 29 settembre doveva essere l'occasione e il "luogo" per un'analisi aperta e collegiale; doveva essere il tentativo come gruppo di cultura politica di dire la nostra. Non lo è stato e me ne dispiace.
Provo ora, a mio modo, a rilanciare la precedente sollecitazione di Fernando.
Il 20 ottobre a Roma la Sinistra sarà chiamata ad aderire o a non aderire a un appello che punta il dito su sette grandi questioni: la precarietà del lavoro; la questione delle diseguaglianze sociali; la difesa dei diritti civili e della laicità dello Stato; il valore della cittadinanza (in particolare per i migranti); la lotta per la pace; la difesa e valorizzazione dell'ambiente; l'affermazione di una cultura della legalità.
Fare politica vuol dire, a mio modo di intendere, prendere posizione: manifestare un assenso o un dissenso; e, ancora, indicare le assenze, le insufficienze, le distorsioni.
Fare politica vuol dire rendere esplicita la propria collocazione e il proprio punto di vista; vuol dire vivere i conflitti che, su queste o su altre questioni, dentro la società, si aprono e si apriranno.
E' per questo che, con molta approssimazione e semplificazione, provo a dire la mia.
Comincio con la più dolorosa questione del lavoro e della precarietà.
Il mondo del lavoro è un mondo in grande difficoltà, pieno di sofferenze piccole e grandi: su questo non vi è dubbio. L'esistenza di milioni di lavoratori italiani è messa in questione dai processi di globalizzazione che facendo saltare i confini nazionali e le protezioni economiche e fiscali nazionali aprono a una tremenda competizione internazionale. Questa produce due effetti principali: bassi salari e precarietà (chiamata da altri flessibilità). Concordo quindi sull'analisi. Mi permetto però di osservare:
1) la difesa dei nostri lavoratori rimane comunque una difesa dello status quo - e non la costruzione di una realtà migliore e più giusta che veda coinvolti oltre ai lavoratori italiani anche quelli cinesi, indiani, brasiliani, etc.. Le difese spesso - senza un progetto che rilanci - sono destinate, nella migliore delle ipotesi, ad arretrare; nella peggiore, a franare miseramente.
2) la condizione di difesa non è la stessa per tutti: chi sta in una fabbrica tessile o meccanica è di gran lunga più esposto di chi lavora nel pubblico impiego o in alcuni servizi protetti. Questa condizione diseguale produce vantaggi e svantaggi: chi è sulla frontiera della globalizzazione è destinato a soccombere al ricatto "o così o me ne vado a produrre altrove"; chi sta nel comparto "chiuso" della nostra economia nazionale può continuare invece a difendere i propri diritti di lavoratore.
3) I diritti o sono di tutti o non sono. Altrimenti sono solo privilegi - più o meno comprensibili.
4) Ma la questione più radicale e decisiva ha a che fare con la centralità della condizione del produttore nella nostra società: è chiaro che, nell'attuale divisione internazionale del lavoro, noi Nord siamo destinati a contare sempre più come consumatori e sempre meno come produttori.
La nuova centralità del lavoro sembra essere stata anch'essa delocalizzata in Cina, in India o altrove.
Posso continuare a resistere. Ma non basta. Occorre avere un progetto di società e di vita.
E qui vengo a un'altra delle questioni della piattaforma del 20 ottobre: la cittadinanza.
Il concetto e il valore di cittadinanza non può e non deve essere solo un valore giuridico-formale. Occorre costruire (o ri-costruire) una cittadinanza sociale, economica, culturale.
Lì dentro ci stiamo tutti: migranti e residenti; cittadini nuovi e vecchi.
Forse la nostra precaria condizione di produttori o di consumatori dovrebbe lasciare il posto alla nostra instabile condizione di cittadini. Su questo dobbiamo concentrare l'attenzione e l'agire politico. Su questo dobbiamo ricostruire la centralità del Politico.
La nostra condizione cittadina sussiste prima e dopo il nostro essere produttori o consumatori (oltre quindi lo strapotere dell'economico nelle nostre vite). Basta pensare a quanto sia difficile riconoscere davvero la condizione dei giovani e degli anziani: condizioni di vita ridotte all'interno dell'attuale apparato sociale a "funzioni non produttive" e come tali problematiche. Schemi inumani e, per di più rigidi e studipi: il pensionato per definizione non è più "attivo" (cioè smette di produrre valore per la propria collettività); il giovane è per antonomasia "un problema", sia nella fase formativa che nella fase di inserimento lavorativo.
E' un cambiamento logico di portata storica che ci obbligherebbe a rivedere radicalmente i nostri diritti e anche le nostre battaglie.
Una di queste, fondamentali, sarebbe il diritto a un reddito minimo di cittadinanza.
Proviamo a pensare come cambierebbero immediatamente le cose: si aprirebbe uno scenario radicalmente diverso rispetto all'attuale condizione di precarietà e alle fragilità del nostro diritto ad avere condizioni dignitose di vita (abitare, nutrirsi, vestirsi).
A partire da questa sicurezza, da questo nuovo welfare, qualsiasi precarietà lavorativa potrebbe essere affrontata dotando ognuno di noi di un inedito grado di libertà (ad esempio, il diritto a licenziarsi da un lavoro poco gratificante, mal remunerato, inadatto alle proprie capacità e aspirazioni).
Questa nuova centralità della cittadinanza ridurrebbe anche lo stesso strapotere del soggetto consumatore: il nostro diritto a esistere non potrebbe più essere delegato alla nostra capacità di consumare (il diabolico meccanismo per cui contiamo per quanto consumiamo).
Lavoro, diseguaglianze sociali e cittadinanza diventano qui una sola questione.
Qualcuno ha sostenuto in questi mesi che essere davvero liberisti vuol dire essere di sinistra.
Raccolgo la sfida: libertà di assumere e di licenziare, ma a patto che si assicuri a tutti un reddito minimo di cittadinanza (800 euro).
Ma subito lo stesso diligente economista/liberista risponderebbe: ma questo non è possibile!!! Occorre rispettare i fondamentali dell'economia!! La nostra società non si può permettere questo lusso!
Io credo che questo "lusso" ce lo dobbiamo e possiamo permettere. Basta decidere di attaccare seriamente la rendita e i patrimoni feudali di questo Paese; basta decidere di introdurre, per finanziare in parte il reddito minimo di cittadinanza, un'imposta patrimoniale.
Uno spettro si aggira per la casa della Sinistra: lo spettro della Patrimoniale!! Aveva fatto una fugace apparizione agli inizi degli anni '90 per scomparire definitivamente poco dopo.Chi l'ha vista?
Sulle altre questioni.
Laicità e Legalità sono due battaglie di civiltà. Vanno condotte con determinazione sapendo che non si cambia un Paese in pochi anni. Ma, prima o poi, bisognerà pur cominciare.
Non lo farà certo il Partito Democratico che vuol comporre l'incomponibile; né lo faranno i giustizialisti di turno, né i "giovani politici" d'assalto ( di cui purtroppo è pieno anche il Governo Prodi).
Ambiente e Pace sono questioni globali, planetarie: come tali vanno affrontate rendendo la battaglia politica su questi temi sovranazionale. Nessuna nuova Politica è possibile se continuiamo a ragionare dentro i nostri angusti confini, per ottusità o per comodo.
Con queste idee in testa andrò alla Manifestazione del 20 ottobre.
So che avrò accanto molti che non condivideranno questa impostazione: alcuni per paura, altri per difesa della loro condizione particolare (di sindacalisti, di dipendenti pubblici, di lavoratori interinali, etc..).
Ma occorrerà prima o poi guardarsi negli occhi e dirci che senza un linguaggio comune, senza una disponibilità a ripensare radicalmente la Politica e la nostra società, senza un terreno di intesa su poche (forse solo una) questioni comuni, qui non andiamo da nessuna parte.
Anzi peggio, saremo, parafrasando un "intelo" francese, i nuovi naufraghi del Pianeta.
Attendo vostri commenti.
State bene.
Giampietro Pizzo
mercoledì 25 luglio 2007
A proposito di "scoasse"
Giampietro segnala l'articolo "Una storia di rifiuti buoni" pubblicato questa settimana su Internazionale (n.702 del 20/26 luglio 2007).
Dice Salvatore Aloise*:
* Salvatore Aloise è corrispondente della rete televisiva franco-tedesca Arte e collabora con il quotidiano Le Monde. Nato in Italia e cresciuto in Francia, è a Roma da diciannove anni.
Giampietro dice: anche questa è Italia. L'ipotesi "senza cassonetti è meglio" non è poi così impossibile. Rimane la questione del come consegnare quando si è single, pendolari, "anomali" nei tempi e ritmi di vita. Ma basterebbero dei centri di raccolta aperti con orari flessibili...
Dice Salvatore Aloise*:
"A Mercato San Severino non ci sono cassonetti per strada. E tanto meno cumuli di immondizia sui marciapiedi. Eppure siamo in provincia di Salerno, in quella Campania alle prese, da anni, con il problema dei rifiuti. Niente odori nauseabondi. Niente incendi notturni. (....)
A dire il vero, qualche campana gialla per la raccolta del vetro si vede. Al comune spiegano, però, che ne hanno lasciata qualcuna perché raccogliere il vetro in casa è rischioso. Per il resto, i cittadini devono tenere in casa la spazzatura dopo averla suddivisa. Poi, secondo una precisa turnazione, si mettono fuori dalla porta i sacchetti di diversi colori. La nettezza urbana prevede a raccoglierli. Non solo. Il cittadino mette un codice a barre sui sacchetti e i netturbini lo registrano. Il codice serve a determinare la parte variabile dell'imposta comunale sulla spazzatura. Chi più differenzia è premiato: la bolletta cala. Si può anche andare con i propri sacchetti, sempre nei giorni prestabiliti, al Centro raccolta, dove i rifiuti vengono pesati. In questo caso scatta un ulteriore bonus. "Nella nostra famiglia, anche i bambini lo sanno: i vasetti di yogurt vanno in un sacchetto, le lattine in un altro, il cartone del latte in un altro ancora", spiega la signora Giovanna, orgogliosa di dare il buon esempio. "Basta poco", incalza Mario. "Un po' di attenzione e possiamo contribuire tutti a tenere pulita la nostra città". Basta poco.
Dal 2001, Mercato San Severino è diventata così una specie di isola felice che riesce a fare più del 60 per cento di raccolta differenziata. Poco nota, come quel centinaio di altri comuni campani che, nonostante tutto, riesce a stare nella media del 35 per cento, come previsto dalla legge. "Anche nei momenti peggiori della crisi, qui siamo sempre riusciti a tenere sgombri i nostri marciapiedi", racconta Giovanni Romano, oggi vicesindaco, che è stato sindaco per due mandati e ha ideato il sistema. Il successo lo spiega in poche parole. Fare la raccolta differenziata poteva funzionare solo responsabilizzando i cittadini. "Con i cassonetti per strada no, siamo tutti troppo pigri". (....)
* Salvatore Aloise è corrispondente della rete televisiva franco-tedesca Arte e collabora con il quotidiano Le Monde. Nato in Italia e cresciuto in Francia, è a Roma da diciannove anni.
Giampietro dice: anche questa è Italia. L'ipotesi "senza cassonetti è meglio" non è poi così impossibile. Rimane la questione del come consegnare quando si è single, pendolari, "anomali" nei tempi e ritmi di vita. Ma basterebbero dei centri di raccolta aperti con orari flessibili...
mercoledì 18 luglio 2007
Indice Verbale 7 luglio, Villa Groggia
Alcune presentazioni.
Giampietro: metodo conduzione riunione, verbale, chiarimenti
Blog, semplice e essenziale, se qualcuno vuole può modificarlo.
Pagine aggiuntive, post, contributi
Il verbale diventa una base di discussione
Mario S: metterei le cose insieme. Fare il verbale è noioso, meglio forse degli indici di intervento su cui la persona stessa può inserirsi e completare, come diceva anche Lino.
Maria: l’altra volta già si diceva che il blog è interessante anche per tornare indietro e seguire il processo. Scrivere anche quello che ci rimane impresso detto da altri
Giampietro: dovremmo completare la lista inserendo le persone e gli indirizzi che mancano
Ho una perplessità: se c’è la pigrizia gli indici di intervento rimangono vuoti.
Cristina: ma poi ci mancherà il dibattito
Mario: proviamo oggi. Per le persone che leggono “da fuori” è un modo di veder crescere e svolgere il dibattito. Le riunioni potranno essere uno dei momenti del gruppo.
Lino: ma non si semplificano le cose. Forse il verbale è utile farlo a turno. Obbiettivo di crescita politica e utile per gestire le uscite pubbliche, serve per essere pronti, per avere la capacità di gestire il confronto, garanzia che non è riducibile ad una sintesi caduta nel “solito” gruppo e non di ricerca politica con garanzia di indipendenza individuale. Domande pubbliche e percorso di analisi.
Maria. Formulare meglio per renderci operativi
In forma sintetica e chiara
Yasser: io potrei avere problemi a scrivere sul blog, forse anche per pigrizia
Giampietro: continuo a pensare che sia meglio il principio di addizionalità verbale più blog per lasciare ognuno libero di intervenire nei modi, “alfabeto di socialità”, modi di comunicare e interagire pubblico
Rifiuti, che fare? Dentro e fuori dal gruppo, nel processo si danno le risposte. Il convincimento interno porta a uscire: Gramsciano collettivo che diventa fatto sociale.
La logica del partito porta alla crisi della politica. Sulle pensioni allargamento sociale interessante. Il peso del tempo è determinante in politica..
Yasser: vorrei chiarire la mia posizione sul verbale: meglio un verbale “alleggerito”, conciso
Giampietro: ribadisco il principio di addizionalità
Mario C.: ermeneutica del verbale
Giampietro: ripresa questione rifiuti come “carico ambientale” diceva Mario S. Produzione dei rifiuti collegato allo stile di vita. Basta governare gli stili di vita per cambiare?
Laboratorio Venezia : componente indigena più componente turistica
Città de-territorializzata
governo del territorio
gestione degli spazi pubblici
dimensione dentro e fuori
cassonetti si o no?
E la domenica?
Tempistica: intervento di un “esterno” (Santi e/o Viale), formulazione di domande
Sabrina: ritengo che bisognerebbe unire l’uscita pubblica con l’intervento dell’esperto e coinvolgere l’amministrazione
Mario C.: per il contraddittorio? Meglio uscita pubblica con esperto.
Giampietro: 1° momento con un esperto, un tecnico, importante ma come fatto interno. Non sono d’accordo sul definire buona amministrazione/cattiva amministrazione. Questo è politico, non tecnico.
2° momento con chi fa politica, amministrazione, con domande, idee, non rivendicazioni
3° momento con il coinvolgimento della cittadinanza. Non delegare per non produrre conflitto.
Cristina: non intervenire con conflittualità, sono d’accordo per evitare le solite dinamiche.
A Napoli ho degli amici organizzati che scrivono un giornale di quartiere
Formule di conoscenza
Roberto: Cambieresti, per esempio. La città ha risposto ma poi, dopo otto mesi, è praticamente tutto finito. Rifiuti e risparmio energetico per un discorso più generale.
Scopo degli incontri.
Politica e tecnica.
Costi di Venezia centro storico.
Andreina : credo che Cambieresti non abbia funzionato perché la cittadinanza non ci credeva veramente, perché l’idea partiva comunque dall’amministrazione, non viceversa.
Gigi: all’inizio c’erano anche dei controlli
Mario S: la raccolta è difficile se non condivisa dai cittadini
Tentativo di passare da argomenti “alti” nazionali e locali
Pensioni-rifiuti-stili di vita-TFR
Giampietro: Socialità / Solidarietà
Mario S.: particolarità di Venezia : apertura collettiva e sovrapporsi di società in un centro storico turistico: residenti, pendolari, studenti, turisti
Venezia laboratorio sperimentale. Stili di vita intrecciati e rapporto tra loro.
Operazione ribaltamento. 1000 kg/p./anno di rifiuti: come far rendere economicamente a ogni famiglia il rifiuto
Formalizzare il premio per il recupero al cittadino attento a trasformare il rifiuto in ricchezza
Lino: questione obiettivo del gruppo: tra politica, amministrazione e cittadinanza esistono comportamenti.
Scarichi di “rovinacci”, colline nuove in laguna, responsabilità politiche e amministrative.
Esiste una cittadinanza molto attiva: gondolieri, motoscafisti..
Nuovo tipo di socialità, qui un gruppo di dibattito, non necessariamente in contrapposizione con l’amministrazione. Crescita della cultura politica. Nei verbali si legge la crescita.
“Uso dell’esperto”
educazione e educabilità, sostituire con politica pedagogia, valori della costituzione, assunzione di responsabilità sociale
Giampietro: sforzo del pensare diversamente
La città come campo di battaglia/ abbandono alla realtà isolata di consumatore. Fatto comunicativo.
Scambiatori di valore: discarica trasformata
Produzione di merci / rifiuti
Approvvigionamenti delle città
Economia dell’imballaggio con interessi rilevanti
Mario S.: non ci sono le condizioni per smaltire: un trasloco, per esempio o rovinacci..
Giampietro: ma non sanzioni, legalità e omertà perché se c’è un eccesso di norma ognuno di noi diventa “abusivo”.
La raccolta differenziata è difficile e spesso innesca una socialità negativa
Maria: diversità di comportamenti in Canada, in Italia, rispetto alla legge
Elite canadese
Imprese italiane e gestione del territorio
In Italia si può lavorare sui “difetti”, perché gli italiani sono positivi e vivi
Roberto: modello veneto dell’impresa
Territorio e diversità
Esempio di Berlino, rispetto
Lino: si al principio del no alla sanzione, ma è impraticabile.
Giampietro: efficacia
In Sicilia stato parallelo:mafia, codici diversi
Camorra: esplosione della società
Veneto: antistatalità, stato foresto
Occorre arrivare a pensare:”stato è bello”, “pubblico è bello”
Contrastare il comportamento lesivo degli interessi pubblici
Mario C. : agire politico, concretamente, per arrivare alla cittadinanza. Esercizio di comunicazione ampia, efficacia.
Maria: parlare con le persone anche singolarmente, nella vita quotidiana: non delegare.
Giampietro: cristallizzazione delle idee
Sabrina: piuttosto che andare verso la città con idee è meglio ribaltare: domande alla cittadinanza, inchieste, questionari, interviste, provocazione e slogan per smuovere le coscienze
Giampietro: malinteso: iniziativa del comune per sentire la cittadinanza
E’ necessario sovrapporre i livelli
Sanzioni/incentivi
Legalità/illegalità
Scrivere delle domande
Scrivere anche per il “lancio” una comunicazione/lettera aperta alla cittadinanza
Gigi: rifiuto bello?!?
Mario S.: si, bello
Cristina: esempio di riciclo bello alla Biennale
Mario S. : negozi di abiti usati
Lino: una moda?
Controllo sociale sulla vita quotidiana
Politica per essere protagonisti con gli altri.
Piattaforme di interscambio
Dono: necessità ecologica
O si agisce o si aspetta che diventi appetibile per qualche lobby
La dimensione dell’inchiesta è capitale
Relazione con la gente e comunicazione quotidiana
Trasformazione con interventi paralleli e non verticali
Senso del rispetto pubblico, non delega alla casta
Sottrarsi a meccanismi di potere, sottrazione al mercato
Gigi: problemi di comunicazione.
Apertura agli amici ma poco interesse
Cristina: molto interesse se non si cade in “partitica”
Roberto: anche nel P.D. scontento per verticalità politica e partitica
Occorre cambiare il punto di vista
La tecnica può sposare la politica per velocizzare
Giampietro: prima della soluzione tecnica ci sono scelte politiche pubbliche
Dove è scritto che dobbiamo correre?
Progetti di società veneziana
Scelte su città e società
Mario S: comunicazione e espansione per cerchi. E’ difficile spiegare agli amici quello che facciamo,
invito
nel continuo spiegare agli altri c’è crescita continua.
Roberto: è difficile intercettare la cittadinanza se non su questioni concrete. E soluzioni.
Oggi non si può ancora saltare la gente comune e le loro esigenze concrete
Maria: cultura dell’economia e non della politica
Cambiare atteggiamento e modalità, creare e non accettare.
Non proposte concrete, meglio modalità da condividere, meglio su come fare e non necessariamente fare
Giampietro: il processo di bilancio sociale
No tecnica senza pensiero
La politica non ha riflettuto su quanto ha fatto
Non sono d’accordo sulla necessità di rispondere subito a questioni concrete senza visione ampia
Egoismo contro ragionamento sociale
Il valore non è solo economico
Ribaltare il discorso
Roberto: Sento un rifiuto ideologico verso la tecnica
Il futuro della città
la politica di oggi non è contrapposta a quella del futuro
soluzioni concrete e politiche
Mario S: le soluzioni tecniche possono essere le migliori del mondo e lo sono il Mose, il Passante, ma non risolvono il conflitto e anzi diventano fallimenti politici enormi.
Roberto: occorrono soluzioni tecniche condivise
Maria: particolarità di Venezia
Valorizzazione, non tecnica ma visione politica
Giampietro: Alla politica è d’obbligo dichiarare un progetto di città
Mario C.: come usciamo da qui? Si incastra il problema operatività
Silvia: Un atteggiamento unico per tutti i problemi affrontati
Predisposizione alla discussione
Giampietro: Esperto, domande, ipotesi di lavoro
Interessare la cittadinanza
Per esempio sull’acqua-bene pubblico
Mario C.: eccessiva destrutturalizzazione
Fernando: pratiche di comunicazione e condivisione importanti
Non si può fare a meno di arrivare al confronto con la politica istituzionale
Giochi fatti
Blocchi di potere
Rischio di muoversi bene sul piano delle intenzioni e poi non incidere.
I giochi sono già fatti: sub-lagunare, people-mover
Maria: bisogna incidere sull’approccio generale, non è pensabile sui singoli temi
Giampietro: una strada obbligata con bagaglio leggero e senza zavorra vincolante.
Percorsi autonomi impattanti
Cercare alleanze?
Mancanza di informazione.
Mario S: forse arriveremo tardi.
Vesta vuole cambiare: il bilancio è di colpo risanato, c’è un cambio previsto.
Ci prenderà in contropiede.
Ho lavorato con il Consorzio Ve Nuova.
Il conflitto sociale spaventa: bastano 20-30 persone determinate per bloccare un cantiere.
Le informazioni si trovano, anche noi le possiamo avere.
Maria: vorrei conoscere meglio i dati su residenti e abitanti, sui flussi.
Fernando: esistono buone pubblicazioni, di Casarin, per esempio o del Coses.
Giampietro: metodo conduzione riunione, verbale, chiarimenti
Blog, semplice e essenziale, se qualcuno vuole può modificarlo.
Pagine aggiuntive, post, contributi
Il verbale diventa una base di discussione
Mario S: metterei le cose insieme. Fare il verbale è noioso, meglio forse degli indici di intervento su cui la persona stessa può inserirsi e completare, come diceva anche Lino.
Maria: l’altra volta già si diceva che il blog è interessante anche per tornare indietro e seguire il processo. Scrivere anche quello che ci rimane impresso detto da altri
Giampietro: dovremmo completare la lista inserendo le persone e gli indirizzi che mancano
Ho una perplessità: se c’è la pigrizia gli indici di intervento rimangono vuoti.
Cristina: ma poi ci mancherà il dibattito
Mario: proviamo oggi. Per le persone che leggono “da fuori” è un modo di veder crescere e svolgere il dibattito. Le riunioni potranno essere uno dei momenti del gruppo.
Lino: ma non si semplificano le cose. Forse il verbale è utile farlo a turno. Obbiettivo di crescita politica e utile per gestire le uscite pubbliche, serve per essere pronti, per avere la capacità di gestire il confronto, garanzia che non è riducibile ad una sintesi caduta nel “solito” gruppo e non di ricerca politica con garanzia di indipendenza individuale. Domande pubbliche e percorso di analisi.
Maria. Formulare meglio per renderci operativi
In forma sintetica e chiara
Yasser: io potrei avere problemi a scrivere sul blog, forse anche per pigrizia
Giampietro: continuo a pensare che sia meglio il principio di addizionalità verbale più blog per lasciare ognuno libero di intervenire nei modi, “alfabeto di socialità”, modi di comunicare e interagire pubblico
Rifiuti, che fare? Dentro e fuori dal gruppo, nel processo si danno le risposte. Il convincimento interno porta a uscire: Gramsciano collettivo che diventa fatto sociale.
La logica del partito porta alla crisi della politica. Sulle pensioni allargamento sociale interessante. Il peso del tempo è determinante in politica..
Yasser: vorrei chiarire la mia posizione sul verbale: meglio un verbale “alleggerito”, conciso
Giampietro: ribadisco il principio di addizionalità
Mario C.: ermeneutica del verbale
Giampietro: ripresa questione rifiuti come “carico ambientale” diceva Mario S. Produzione dei rifiuti collegato allo stile di vita. Basta governare gli stili di vita per cambiare?
Laboratorio Venezia : componente indigena più componente turistica
Città de-territorializzata
governo del territorio
gestione degli spazi pubblici
dimensione dentro e fuori
cassonetti si o no?
E la domenica?
Tempistica: intervento di un “esterno” (Santi e/o Viale), formulazione di domande
Sabrina: ritengo che bisognerebbe unire l’uscita pubblica con l’intervento dell’esperto e coinvolgere l’amministrazione
Mario C.: per il contraddittorio? Meglio uscita pubblica con esperto.
Giampietro: 1° momento con un esperto, un tecnico, importante ma come fatto interno. Non sono d’accordo sul definire buona amministrazione/cattiva amministrazione. Questo è politico, non tecnico.
2° momento con chi fa politica, amministrazione, con domande, idee, non rivendicazioni
3° momento con il coinvolgimento della cittadinanza. Non delegare per non produrre conflitto.
Cristina: non intervenire con conflittualità, sono d’accordo per evitare le solite dinamiche.
A Napoli ho degli amici organizzati che scrivono un giornale di quartiere
Formule di conoscenza
Roberto: Cambieresti, per esempio. La città ha risposto ma poi, dopo otto mesi, è praticamente tutto finito. Rifiuti e risparmio energetico per un discorso più generale.
Scopo degli incontri.
Politica e tecnica.
Costi di Venezia centro storico.
Andreina : credo che Cambieresti non abbia funzionato perché la cittadinanza non ci credeva veramente, perché l’idea partiva comunque dall’amministrazione, non viceversa.
Gigi: all’inizio c’erano anche dei controlli
Mario S: la raccolta è difficile se non condivisa dai cittadini
Tentativo di passare da argomenti “alti” nazionali e locali
Pensioni-rifiuti-stili di vita-TFR
Giampietro: Socialità / Solidarietà
Mario S.: particolarità di Venezia : apertura collettiva e sovrapporsi di società in un centro storico turistico: residenti, pendolari, studenti, turisti
Venezia laboratorio sperimentale. Stili di vita intrecciati e rapporto tra loro.
Operazione ribaltamento. 1000 kg/p./anno di rifiuti: come far rendere economicamente a ogni famiglia il rifiuto
Formalizzare il premio per il recupero al cittadino attento a trasformare il rifiuto in ricchezza
Lino: questione obiettivo del gruppo: tra politica, amministrazione e cittadinanza esistono comportamenti.
Scarichi di “rovinacci”, colline nuove in laguna, responsabilità politiche e amministrative.
Esiste una cittadinanza molto attiva: gondolieri, motoscafisti..
Nuovo tipo di socialità, qui un gruppo di dibattito, non necessariamente in contrapposizione con l’amministrazione. Crescita della cultura politica. Nei verbali si legge la crescita.
“Uso dell’esperto”
educazione e educabilità, sostituire con politica pedagogia, valori della costituzione, assunzione di responsabilità sociale
Giampietro: sforzo del pensare diversamente
La città come campo di battaglia/ abbandono alla realtà isolata di consumatore. Fatto comunicativo.
Scambiatori di valore: discarica trasformata
Produzione di merci / rifiuti
Approvvigionamenti delle città
Economia dell’imballaggio con interessi rilevanti
Mario S.: non ci sono le condizioni per smaltire: un trasloco, per esempio o rovinacci..
Giampietro: ma non sanzioni, legalità e omertà perché se c’è un eccesso di norma ognuno di noi diventa “abusivo”.
La raccolta differenziata è difficile e spesso innesca una socialità negativa
Maria: diversità di comportamenti in Canada, in Italia, rispetto alla legge
Elite canadese
Imprese italiane e gestione del territorio
In Italia si può lavorare sui “difetti”, perché gli italiani sono positivi e vivi
Roberto: modello veneto dell’impresa
Territorio e diversità
Esempio di Berlino, rispetto
Lino: si al principio del no alla sanzione, ma è impraticabile.
Giampietro: efficacia
In Sicilia stato parallelo:mafia, codici diversi
Camorra: esplosione della società
Veneto: antistatalità, stato foresto
Occorre arrivare a pensare:”stato è bello”, “pubblico è bello”
Contrastare il comportamento lesivo degli interessi pubblici
Mario C. : agire politico, concretamente, per arrivare alla cittadinanza. Esercizio di comunicazione ampia, efficacia.
Maria: parlare con le persone anche singolarmente, nella vita quotidiana: non delegare.
Giampietro: cristallizzazione delle idee
Sabrina: piuttosto che andare verso la città con idee è meglio ribaltare: domande alla cittadinanza, inchieste, questionari, interviste, provocazione e slogan per smuovere le coscienze
Giampietro: malinteso: iniziativa del comune per sentire la cittadinanza
E’ necessario sovrapporre i livelli
Sanzioni/incentivi
Legalità/illegalità
Scrivere delle domande
Scrivere anche per il “lancio” una comunicazione/lettera aperta alla cittadinanza
Gigi: rifiuto bello?!?
Mario S.: si, bello
Cristina: esempio di riciclo bello alla Biennale
Mario S. : negozi di abiti usati
Lino: una moda?
Controllo sociale sulla vita quotidiana
Politica per essere protagonisti con gli altri.
Piattaforme di interscambio
Dono: necessità ecologica
O si agisce o si aspetta che diventi appetibile per qualche lobby
La dimensione dell’inchiesta è capitale
Relazione con la gente e comunicazione quotidiana
Trasformazione con interventi paralleli e non verticali
Senso del rispetto pubblico, non delega alla casta
Sottrarsi a meccanismi di potere, sottrazione al mercato
Gigi: problemi di comunicazione.
Apertura agli amici ma poco interesse
Cristina: molto interesse se non si cade in “partitica”
Roberto: anche nel P.D. scontento per verticalità politica e partitica
Occorre cambiare il punto di vista
La tecnica può sposare la politica per velocizzare
Giampietro: prima della soluzione tecnica ci sono scelte politiche pubbliche
Dove è scritto che dobbiamo correre?
Progetti di società veneziana
Scelte su città e società
Mario S: comunicazione e espansione per cerchi. E’ difficile spiegare agli amici quello che facciamo,
invito
nel continuo spiegare agli altri c’è crescita continua.
Roberto: è difficile intercettare la cittadinanza se non su questioni concrete. E soluzioni.
Oggi non si può ancora saltare la gente comune e le loro esigenze concrete
Maria: cultura dell’economia e non della politica
Cambiare atteggiamento e modalità, creare e non accettare.
Non proposte concrete, meglio modalità da condividere, meglio su come fare e non necessariamente fare
Giampietro: il processo di bilancio sociale
No tecnica senza pensiero
La politica non ha riflettuto su quanto ha fatto
Non sono d’accordo sulla necessità di rispondere subito a questioni concrete senza visione ampia
Egoismo contro ragionamento sociale
Il valore non è solo economico
Ribaltare il discorso
Roberto: Sento un rifiuto ideologico verso la tecnica
Il futuro della città
la politica di oggi non è contrapposta a quella del futuro
soluzioni concrete e politiche
Mario S: le soluzioni tecniche possono essere le migliori del mondo e lo sono il Mose, il Passante, ma non risolvono il conflitto e anzi diventano fallimenti politici enormi.
Roberto: occorrono soluzioni tecniche condivise
Maria: particolarità di Venezia
Valorizzazione, non tecnica ma visione politica
Giampietro: Alla politica è d’obbligo dichiarare un progetto di città
Mario C.: come usciamo da qui? Si incastra il problema operatività
Silvia: Un atteggiamento unico per tutti i problemi affrontati
Predisposizione alla discussione
Giampietro: Esperto, domande, ipotesi di lavoro
Interessare la cittadinanza
Per esempio sull’acqua-bene pubblico
Mario C.: eccessiva destrutturalizzazione
Fernando: pratiche di comunicazione e condivisione importanti
Non si può fare a meno di arrivare al confronto con la politica istituzionale
Giochi fatti
Blocchi di potere
Rischio di muoversi bene sul piano delle intenzioni e poi non incidere.
I giochi sono già fatti: sub-lagunare, people-mover
Maria: bisogna incidere sull’approccio generale, non è pensabile sui singoli temi
Giampietro: una strada obbligata con bagaglio leggero e senza zavorra vincolante.
Percorsi autonomi impattanti
Cercare alleanze?
Mancanza di informazione.
Mario S: forse arriveremo tardi.
Vesta vuole cambiare: il bilancio è di colpo risanato, c’è un cambio previsto.
Ci prenderà in contropiede.
Ho lavorato con il Consorzio Ve Nuova.
Il conflitto sociale spaventa: bastano 20-30 persone determinate per bloccare un cantiere.
Le informazioni si trovano, anche noi le possiamo avere.
Maria: vorrei conoscere meglio i dati su residenti e abitanti, sui flussi.
Fernando: esistono buone pubblicazioni, di Casarin, per esempio o del Coses.
mercoledì 11 luglio 2007
Eugenio inserisce il seguente articolo come spunto di riflessione:
La paga
Furio Colombo
Un giovane tatuato e abbronzato di nome Fabrizio Corona attraversa l’inquadratura delle nostre televisioni e tutti gli spettatori sanno, di colpo, che è lui l’eroe del nostro tempo. Come fare a dirlo? Semplice. È ricco. Non ha mai lavorato. Ha colto con prontezza alcune buone occasioni (fotografare e poi ricattare), ha saputo farlo presto (da giovane) con le persone giuste (ricattabili) nel momento più adatto, mentre l’Italia, spaventata dal lavoro precario, dalle pensioni incerte e affascinata dalla ricchezza esentasse, guarda verso il solo valore a cui vale la pena di guardare: il danaro, purché sia molto. E se in mezzo c’è la disavventura della prigione, perché non prenderla come una «isola dei famosi», il luogo da cui passano brevemente (e per poco) con sfacciata spavalderia, tutti coloro che non sanno che farsene della buona reputazione e del vecchio e superato privilegio di essere incensurato, a confronto con una solida agiatezza?
Sono tutti coloro che non dovranno mai sedersi con Padoa-Schioppa per sapere se, quando, con quanto andranno in pensione, dopo trentacinque o quarant’anni di noiosissimo, ripetitivo e magari usurante lavoro e di versamento regolare (se nel tuo piccolo sei fortunato) dei contributi previsti dalla legge, che adesso tutti definiscono «inadeguati» ma che a te portavano via quasi metà della paga. Fabrizio Corona non è solo. Lui e la sua bella ragazza non vivono nel vuoto. Quando non insultano il giudice - un impiegato statale che ha osato interferire con la loro splendida vita - entrano in un’altra inquadratura, dove c’è Lele Mora e una corte di gente giovane, ricca, esentasse, un nuovo festoso presepio a bordo piscina in cui il nuovo Gesù bambino è un pacco di milioni. Per capire Lele Mora e Corona e la nuova Italia delle «Veline» che si presentano per approvazione fisica a certi portaborse di personaggi della Farnesina (ai tempi di Berlusconi) prima di arrivare in Rai, bisogna passare attraverso la sinistra «moderna» di Ichino e Tito Boeri.
Passare cioè attraverso un percorso in cui il duro giudizio per il lavoro (“fannulloni”) e l’irritazione per ogni esitazione a tagliare tasse e pensioni sta spostando tutto il peso, tutta la attenzione su qualunque modo non regolare di guadagnarsi la vita.
Ormai sappiamo che in ogni treno, invece di due ferrovieri ce ne può essere benissimo uno solo, e - per giunta - con un piede sempre su un pedale con cui dimostra di essere sveglio e attento. Se toglie il piede, interviene la direzione.
Ormai sappiamo che, da una parte della vita, una serie di nuove leggi molto lodate come “moderne” preferiscono definire il lavoro come una serie successiva di gabbie di precariato o, come dicono certe volte con linguaggio benevolo, “di lavoro a progetto”. E, dall’altra parte, coprono di vergogna gli anziani che vorrebbero staccare dopo 35 anni o 40 anni di effettivo lavoro; si fa del sarcasmo facile sul lavoro usurante (mimando timbri e sportelli) e si accusano i vecchi di bloccare, con la loro pretesa alla pensione - e magari a un po’ più di pensione - la strada ai giovani. Lo si rimprovera a loro, non a chi - in passato - ha governato male il paese, non a chi ha gestito male o liquidato o svenduto le imprese.
Allora l’immagine di Corona, che alla sua giovane età, circondato di ragazze svestite, con foto e ricatti e allegria e libera impresa ha già accumulato milioni (di cui si vanta senza che sia mai stato verificato il suo status fiscale) diventa l'immagine dell'eroe del nostro tempo. Non vorrai entrare nella gogna del precariato, passare la vita da fannullone ed affrontare una vecchiaia in cui ti ingiungono di restituire come un maltolto un po’ di anni di vita e un po’ di pensione?
* * *
Ho rispetto e attenzione per il prof. Ichino e per il prof. Boeri, e so benissimo che esistono i “fannulloni”. Esistono, quando è possibile (ma - diciamo la verità - meno che in altri settori e livelli sociali della vita) nel lavoro salariato e stipendiato. Perché ho detto «meno che in altri settori»? Credo che la risposta sia evidente: nel lavoro retribuito con paga o salario ci sono più controlli che per Tronchetti Provera. Dubito, per esempio, che ci siano “fannulloni” nel settore privato. E domando a Ichino: quanti “fannulloni” ci saranno nel settore pubblico della Agenzia delle Entrate se c’è stato, in un solo anno di attenzione di governo, un aumento così drammatico del gettito fiscale, un aumento grande abbastanza da cambiare in parte (disgraziatamente con infinita discussione ed estenuante indecisione) i piani prudenti di questo governo? Sappiamo tutti di disfunzioni del settore pubblico come le liste di attesa degli ospedali. Ma ogni indagine, anche privata e accurata, accerta clamorose colpe organizzative delle direzioni generali e delle Regioni. E anche una clamorosa insufficienza di personale e di fondi. Abbiamo tanti scandali di malasanità in Italia,ma non quello del personale sanitario che fa festa al bar mentre i pazienti attendono nelle famose liste di attesa.E non abbiamo alcun sistema per identificare e premiare i bravi. Eppure i bravi ci sono. Sono gli impegnati, i volontari del proprio lavoro pubblico che restano in ore non pagate e tornano in giorni non previsti. Devono esserci, se in un sistema pubblico così disarticolato da sovrapposizioni di leggi, brusche variazioni di orientamento politico, strani regolamenti mai aboliti e sindacati accusati di tutto, la durata della vita umana in Italia è un po’ più lunga che in America.
Vorrei essere chiaro. Ogni contributo a migliorare uno Stato malandato e una burocrazia così ossessiva e radicata nel costume che - appena possibile - si riproduce, come un incubo da fantascienza, anche nel settore privato, è utile, importante, urgente, specie se viene da fonti esperte di strutture complesse e capaci di semplificazioni organizzative.
Ma ecco da dove viene un problema grave che - anche nei dibattiti di sinistra - sta inquinando la vita politica e persino i passaggi logici delle mille discussioni che si accendono su come cambiare il futuro. Si sovrappongono due leggende che cercherò di ripetere qui, e di chiarire.
La prima è un percorso soggettivo che addita individui colpevoli. Sono i “fannulloni” di Ichino, sono coloro che “pretendono” di andare in pensione troppo giovani (o secondo i loro comodi) nelle riflessioni di Tito Boeri. È strano come gli esperti e autorevoli “discussant” (come si dice nelle tavole rotonde anglosassoni) non vedano la futilità di disegnare la scena del lavoro e quella della fine del lavoro a partire dalla trovata di creare una gogna per il “fannullone” e una gogna per il lavoratore in fuga verso la pensione.
È strano, perché nessuno troverebbe di buon gusto dire che i commercianti fischiano Prodi e Visco perché non vogliono pagare le tasse. Diremmo subito che fischiano - santo cielo - perché pagano troppe tasse. Al piccolo imprenditore scontento diciamo che si deve prestare ascolto. È giusto. Ma ci intratteniamo volentieri con il mito del lavoratore “fannullone” e con il rito dell’operaio in cerca di via di fuga, attraverso la pensione, dalla ripetizione infinita degli stessi gesti quotidiani, come se si trattasse di intere categorie di profittatori ben accasati dentro fabbriche e uffici, sotto una pioggia di benefici a cui, anche adesso che la festa è finita, non intendono rinunciare.
Strano anche che questa “festa finita” non impedisca di promettere prontamente nuove, ulteriori facilitazioni alle imprese (giusto, se è possibile facciamolo subito) e consigli un rispettoso e attento ascolto dei fischi e dei boati dei commercianti, artigiani, professioni liberalizzate in rivolta (certo che si deve ascoltare, e sanare subito eventuali errori e ingiustizie).
Ma se si tratta di lavoratori che si allarmano (dopo decine di convegni e centinaia di telegiornali) sul crollo del sistema previdenziale e sul costo del lavoro, sempre eccessivo- ci dicono- dal 1950 ai giorni nostri, e se si allarmano e protestano, e se, protestando mettono in moto i sindacati, subito si parla, nell’ordine: di sindacati conservatori, di rigurgiti massimalisti, di politica di estrema sinistra o di sinistra antagonista. Eppure la difesa del lavoro non è mai stata di estrema sinistra o di sinistra antagonista, ma soltanto di sinistra. È sempre stata ben dentro le strutture democratiche nelle quali chi lavora vuole continuare ad avere diritto di rappresentanza e di parola. Questa sinistra infatti sa benissimo che accanto alle teorie totalmente liberista del Nobel Milton Friedman - che ispira economisti di destra come Martino e Tremonti,e anche un po’ di riformatori- ci sono le voci del Nobel Joseph Stieglitz, del docente di Princeton Paul Krugman e, in Italia, dell’amato e rimpianto Sylos Labini, che - in difesa del lavoro - hanno avuto a hanno ancora molto da dire.Hanno da dire - soprattutto - che sul lavoro, e non sulla finanza, si fonda la democrazia e quella speciale forza della democrazia che viene dalla partecipazione e dal consenso.
* * *
C’è poi una seconda leggenda che circola negli infaticabili convegni economici sempre dedicati alla “festa finita” per le donne e gli uomini del lavoro quotidiano e del reddito fisso che credevano di meritare un po’ di pace, ma che alla “festa”(che adesso è finta) non sono mai stati invitati. Citerò la leggenda con le parole di Michele Salvati (Il Corriere della Sera, 30 giugno): «È l’alternativa statalista e socialdemocratica vicina alle posizioni del sindacato e delle grandi burocrazie, condivisa da coloro che ritengono che i problemi sociali si risolvono buttando soldi addosso. Insomma il “tassa e spendi” della nota caricatura della sinistra». Tutto ciò, secondo Salvati «sta nella pancia di buona parte del popolo di sinistra». Se intende dire che il popolo di sinistra è il popolo della gente che lavora e che dunque questa gente è un po’ ansiosa sulla continuazione del posto di lavoro e sulla pensione (che forse non sarà tanto presto e non sarà tanto grande) ed è un po’ pessimista, e non partecipa alle effervescenze del “Billionaire”, ha ragione. Ma potrebbe Salvati fare un esempio di governo “tassa e spendi” fra le democrazie industriali di oggi nel mondo? Potrebbe dirci se e quando, dai tempi del “New Deal” roosveltiano che ha posto fine alla grande depressione americana, causata da un mercato che non voleva regole, esistono (e dove) «coloro che ritengono che i problemi sociali si risolvono «buttando i soldi addosso»? Ha mai visto, in Italia, l’ospedale San Giacomo (Roma) o, in Usa, l’ospedale militare Walter Reid (Washington) dove i topi convivono con i feriti e i mutilati dell’Iraq? Perché parlare di un mondo che non esiste e intanto screditare ansie e fatti e realtà e paure del mondo del lavoro quotidiano che richiedono - se mai - grandi ripensamenti delle strutture organizzative, come ai tempi di Adriano Olivetti, piuttosto che gogna e sarcasmo per il “fannullone” (a proposito, si può essere fannulloni di propria iniziativa, dentro strutture bene organizzate, efficienti, ben dirette, che funzionano?) e ironia sul prendi e fuggi della pensione? Manca il quadro largo intorno al “fannullone”, subito diventato celebre, di Ichino. Ovvero la domanda “a monte” sulla organizzazione del lavoro e la sua efficienza in cui chi lavora è partner e non clown per la ricreazione dei riformisti doc.
Manca la realtà nel paesaggio di Michele Salvati. Nessuno tira i soldi addosso a nessuno, perché i soldi sono nei tesoretti di Corona e Fiorani e Lele Mora, veri monumenti al valor civile del nostro tempo. I costi del lavoro li stabiliscono loro. La pensione, magari un po’ eccessiva, l’hanno già accumulata. E il resto è vita, ben documentata da giornali e telegiornali.
I figli di quei poveri diavoli che adesso sono col cuore in gola in attesa di sapere se devono vergognarsi di andare in pensione prima dei sessantacinque anni (sempre che non siano stati già prepensionati a cinquanta anni dalle loro pregiate ditte in successive operazioni di “snellimento” che hanno risanato centinaia di aziende e zavorrato pesantemente l’INPS) adesso, quanto a modello per il futuro, sanno dove guardare. Certamente non vorranno cadere nella trappola del lavoro, della paga, della pensione. Se non ci occupiamo del destino di chi lavora che, alla fine, se tutto va bene va in pensione con un minimo di rispetto e di dignità, Fabrizio Corona sarà il nuovo modello per la prossima Italia.
furiocolombo@unita.it
Pubblicato il 08.07.07
La paga
Furio Colombo
Un giovane tatuato e abbronzato di nome Fabrizio Corona attraversa l’inquadratura delle nostre televisioni e tutti gli spettatori sanno, di colpo, che è lui l’eroe del nostro tempo. Come fare a dirlo? Semplice. È ricco. Non ha mai lavorato. Ha colto con prontezza alcune buone occasioni (fotografare e poi ricattare), ha saputo farlo presto (da giovane) con le persone giuste (ricattabili) nel momento più adatto, mentre l’Italia, spaventata dal lavoro precario, dalle pensioni incerte e affascinata dalla ricchezza esentasse, guarda verso il solo valore a cui vale la pena di guardare: il danaro, purché sia molto. E se in mezzo c’è la disavventura della prigione, perché non prenderla come una «isola dei famosi», il luogo da cui passano brevemente (e per poco) con sfacciata spavalderia, tutti coloro che non sanno che farsene della buona reputazione e del vecchio e superato privilegio di essere incensurato, a confronto con una solida agiatezza?
Sono tutti coloro che non dovranno mai sedersi con Padoa-Schioppa per sapere se, quando, con quanto andranno in pensione, dopo trentacinque o quarant’anni di noiosissimo, ripetitivo e magari usurante lavoro e di versamento regolare (se nel tuo piccolo sei fortunato) dei contributi previsti dalla legge, che adesso tutti definiscono «inadeguati» ma che a te portavano via quasi metà della paga. Fabrizio Corona non è solo. Lui e la sua bella ragazza non vivono nel vuoto. Quando non insultano il giudice - un impiegato statale che ha osato interferire con la loro splendida vita - entrano in un’altra inquadratura, dove c’è Lele Mora e una corte di gente giovane, ricca, esentasse, un nuovo festoso presepio a bordo piscina in cui il nuovo Gesù bambino è un pacco di milioni. Per capire Lele Mora e Corona e la nuova Italia delle «Veline» che si presentano per approvazione fisica a certi portaborse di personaggi della Farnesina (ai tempi di Berlusconi) prima di arrivare in Rai, bisogna passare attraverso la sinistra «moderna» di Ichino e Tito Boeri.
Passare cioè attraverso un percorso in cui il duro giudizio per il lavoro (“fannulloni”) e l’irritazione per ogni esitazione a tagliare tasse e pensioni sta spostando tutto il peso, tutta la attenzione su qualunque modo non regolare di guadagnarsi la vita.
Ormai sappiamo che in ogni treno, invece di due ferrovieri ce ne può essere benissimo uno solo, e - per giunta - con un piede sempre su un pedale con cui dimostra di essere sveglio e attento. Se toglie il piede, interviene la direzione.
Ormai sappiamo che, da una parte della vita, una serie di nuove leggi molto lodate come “moderne” preferiscono definire il lavoro come una serie successiva di gabbie di precariato o, come dicono certe volte con linguaggio benevolo, “di lavoro a progetto”. E, dall’altra parte, coprono di vergogna gli anziani che vorrebbero staccare dopo 35 anni o 40 anni di effettivo lavoro; si fa del sarcasmo facile sul lavoro usurante (mimando timbri e sportelli) e si accusano i vecchi di bloccare, con la loro pretesa alla pensione - e magari a un po’ più di pensione - la strada ai giovani. Lo si rimprovera a loro, non a chi - in passato - ha governato male il paese, non a chi ha gestito male o liquidato o svenduto le imprese.
Allora l’immagine di Corona, che alla sua giovane età, circondato di ragazze svestite, con foto e ricatti e allegria e libera impresa ha già accumulato milioni (di cui si vanta senza che sia mai stato verificato il suo status fiscale) diventa l'immagine dell'eroe del nostro tempo. Non vorrai entrare nella gogna del precariato, passare la vita da fannullone ed affrontare una vecchiaia in cui ti ingiungono di restituire come un maltolto un po’ di anni di vita e un po’ di pensione?
* * *
Ho rispetto e attenzione per il prof. Ichino e per il prof. Boeri, e so benissimo che esistono i “fannulloni”. Esistono, quando è possibile (ma - diciamo la verità - meno che in altri settori e livelli sociali della vita) nel lavoro salariato e stipendiato. Perché ho detto «meno che in altri settori»? Credo che la risposta sia evidente: nel lavoro retribuito con paga o salario ci sono più controlli che per Tronchetti Provera. Dubito, per esempio, che ci siano “fannulloni” nel settore privato. E domando a Ichino: quanti “fannulloni” ci saranno nel settore pubblico della Agenzia delle Entrate se c’è stato, in un solo anno di attenzione di governo, un aumento così drammatico del gettito fiscale, un aumento grande abbastanza da cambiare in parte (disgraziatamente con infinita discussione ed estenuante indecisione) i piani prudenti di questo governo? Sappiamo tutti di disfunzioni del settore pubblico come le liste di attesa degli ospedali. Ma ogni indagine, anche privata e accurata, accerta clamorose colpe organizzative delle direzioni generali e delle Regioni. E anche una clamorosa insufficienza di personale e di fondi. Abbiamo tanti scandali di malasanità in Italia,ma non quello del personale sanitario che fa festa al bar mentre i pazienti attendono nelle famose liste di attesa.E non abbiamo alcun sistema per identificare e premiare i bravi. Eppure i bravi ci sono. Sono gli impegnati, i volontari del proprio lavoro pubblico che restano in ore non pagate e tornano in giorni non previsti. Devono esserci, se in un sistema pubblico così disarticolato da sovrapposizioni di leggi, brusche variazioni di orientamento politico, strani regolamenti mai aboliti e sindacati accusati di tutto, la durata della vita umana in Italia è un po’ più lunga che in America.
Vorrei essere chiaro. Ogni contributo a migliorare uno Stato malandato e una burocrazia così ossessiva e radicata nel costume che - appena possibile - si riproduce, come un incubo da fantascienza, anche nel settore privato, è utile, importante, urgente, specie se viene da fonti esperte di strutture complesse e capaci di semplificazioni organizzative.
Ma ecco da dove viene un problema grave che - anche nei dibattiti di sinistra - sta inquinando la vita politica e persino i passaggi logici delle mille discussioni che si accendono su come cambiare il futuro. Si sovrappongono due leggende che cercherò di ripetere qui, e di chiarire.
La prima è un percorso soggettivo che addita individui colpevoli. Sono i “fannulloni” di Ichino, sono coloro che “pretendono” di andare in pensione troppo giovani (o secondo i loro comodi) nelle riflessioni di Tito Boeri. È strano come gli esperti e autorevoli “discussant” (come si dice nelle tavole rotonde anglosassoni) non vedano la futilità di disegnare la scena del lavoro e quella della fine del lavoro a partire dalla trovata di creare una gogna per il “fannullone” e una gogna per il lavoratore in fuga verso la pensione.
È strano, perché nessuno troverebbe di buon gusto dire che i commercianti fischiano Prodi e Visco perché non vogliono pagare le tasse. Diremmo subito che fischiano - santo cielo - perché pagano troppe tasse. Al piccolo imprenditore scontento diciamo che si deve prestare ascolto. È giusto. Ma ci intratteniamo volentieri con il mito del lavoratore “fannullone” e con il rito dell’operaio in cerca di via di fuga, attraverso la pensione, dalla ripetizione infinita degli stessi gesti quotidiani, come se si trattasse di intere categorie di profittatori ben accasati dentro fabbriche e uffici, sotto una pioggia di benefici a cui, anche adesso che la festa è finita, non intendono rinunciare.
Strano anche che questa “festa finita” non impedisca di promettere prontamente nuove, ulteriori facilitazioni alle imprese (giusto, se è possibile facciamolo subito) e consigli un rispettoso e attento ascolto dei fischi e dei boati dei commercianti, artigiani, professioni liberalizzate in rivolta (certo che si deve ascoltare, e sanare subito eventuali errori e ingiustizie).
Ma se si tratta di lavoratori che si allarmano (dopo decine di convegni e centinaia di telegiornali) sul crollo del sistema previdenziale e sul costo del lavoro, sempre eccessivo- ci dicono- dal 1950 ai giorni nostri, e se si allarmano e protestano, e se, protestando mettono in moto i sindacati, subito si parla, nell’ordine: di sindacati conservatori, di rigurgiti massimalisti, di politica di estrema sinistra o di sinistra antagonista. Eppure la difesa del lavoro non è mai stata di estrema sinistra o di sinistra antagonista, ma soltanto di sinistra. È sempre stata ben dentro le strutture democratiche nelle quali chi lavora vuole continuare ad avere diritto di rappresentanza e di parola. Questa sinistra infatti sa benissimo che accanto alle teorie totalmente liberista del Nobel Milton Friedman - che ispira economisti di destra come Martino e Tremonti,e anche un po’ di riformatori- ci sono le voci del Nobel Joseph Stieglitz, del docente di Princeton Paul Krugman e, in Italia, dell’amato e rimpianto Sylos Labini, che - in difesa del lavoro - hanno avuto a hanno ancora molto da dire.Hanno da dire - soprattutto - che sul lavoro, e non sulla finanza, si fonda la democrazia e quella speciale forza della democrazia che viene dalla partecipazione e dal consenso.
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C’è poi una seconda leggenda che circola negli infaticabili convegni economici sempre dedicati alla “festa finita” per le donne e gli uomini del lavoro quotidiano e del reddito fisso che credevano di meritare un po’ di pace, ma che alla “festa”(che adesso è finta) non sono mai stati invitati. Citerò la leggenda con le parole di Michele Salvati (Il Corriere della Sera, 30 giugno): «È l’alternativa statalista e socialdemocratica vicina alle posizioni del sindacato e delle grandi burocrazie, condivisa da coloro che ritengono che i problemi sociali si risolvono buttando soldi addosso. Insomma il “tassa e spendi” della nota caricatura della sinistra». Tutto ciò, secondo Salvati «sta nella pancia di buona parte del popolo di sinistra». Se intende dire che il popolo di sinistra è il popolo della gente che lavora e che dunque questa gente è un po’ ansiosa sulla continuazione del posto di lavoro e sulla pensione (che forse non sarà tanto presto e non sarà tanto grande) ed è un po’ pessimista, e non partecipa alle effervescenze del “Billionaire”, ha ragione. Ma potrebbe Salvati fare un esempio di governo “tassa e spendi” fra le democrazie industriali di oggi nel mondo? Potrebbe dirci se e quando, dai tempi del “New Deal” roosveltiano che ha posto fine alla grande depressione americana, causata da un mercato che non voleva regole, esistono (e dove) «coloro che ritengono che i problemi sociali si risolvono «buttando i soldi addosso»? Ha mai visto, in Italia, l’ospedale San Giacomo (Roma) o, in Usa, l’ospedale militare Walter Reid (Washington) dove i topi convivono con i feriti e i mutilati dell’Iraq? Perché parlare di un mondo che non esiste e intanto screditare ansie e fatti e realtà e paure del mondo del lavoro quotidiano che richiedono - se mai - grandi ripensamenti delle strutture organizzative, come ai tempi di Adriano Olivetti, piuttosto che gogna e sarcasmo per il “fannullone” (a proposito, si può essere fannulloni di propria iniziativa, dentro strutture bene organizzate, efficienti, ben dirette, che funzionano?) e ironia sul prendi e fuggi della pensione? Manca il quadro largo intorno al “fannullone”, subito diventato celebre, di Ichino. Ovvero la domanda “a monte” sulla organizzazione del lavoro e la sua efficienza in cui chi lavora è partner e non clown per la ricreazione dei riformisti doc.
Manca la realtà nel paesaggio di Michele Salvati. Nessuno tira i soldi addosso a nessuno, perché i soldi sono nei tesoretti di Corona e Fiorani e Lele Mora, veri monumenti al valor civile del nostro tempo. I costi del lavoro li stabiliscono loro. La pensione, magari un po’ eccessiva, l’hanno già accumulata. E il resto è vita, ben documentata da giornali e telegiornali.
I figli di quei poveri diavoli che adesso sono col cuore in gola in attesa di sapere se devono vergognarsi di andare in pensione prima dei sessantacinque anni (sempre che non siano stati già prepensionati a cinquanta anni dalle loro pregiate ditte in successive operazioni di “snellimento” che hanno risanato centinaia di aziende e zavorrato pesantemente l’INPS) adesso, quanto a modello per il futuro, sanno dove guardare. Certamente non vorranno cadere nella trappola del lavoro, della paga, della pensione. Se non ci occupiamo del destino di chi lavora che, alla fine, se tutto va bene va in pensione con un minimo di rispetto e di dignità, Fabrizio Corona sarà il nuovo modello per la prossima Italia.
furiocolombo@unita.it
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